Un’estate al mare

Leviga e illumina la pelle, inquina i mari, diventa nutrimento per i molluschi e i pesci che finiscono poi nei nostri piatti. L’etichetta dovrebbe riportarlo. È il PE, il polietilene, una della più comuni materie plastiche che, tra gli svariati impieghi, viene ampiamente utilizzato anche nella cosmesi in prodotti come esfolianti, saponi, creme, gel, detergenti, dentifrici, schiume da barba. Un flacone di prodotto cosmetico da 250 ml può contenere fino a 750mila particelle di microplastica.

I prodotti per l’igiene e la cura della persona ovviamente non rappresentano la fonte principale di microplastiche in mare ma il loro uso frequente e davvero su larga scala fa sì che siano una fonte di inquinamento non trascurabile. Queste fibre, tra l’altro, tendono ad assorbire altre sostanze chimiche tossiche aumentando il loro impatto nocivo all’interno della catena alimentare.

La microparticella in sé sarebbe irrilevante ma è l’accumulo ad entrare nella catena alimentare dell’ambiente marino, e conseguentemente umano, creando problemi alla salute del mare e dell’uomo con il deposito a livello epatico.

Si stima che l’uso di cosmetici comporti che in Europa si riversino circa 8600 tonnellate di microplastiche all’anno e il Mediterraneo, per la sua conformazione “chiusa”, è uno dei mari con la concentrazione più alta: insomma i motivi di allarme sono fondati.

I prodotti per l’igiene e la cura della persona si dividono in rinse-off, cioè da risciacquo, e leave-on cioè non da risciacquo. Per i prodotti da risciacquo le soluzioni naturali sono molteplici e le particelle esfolianti anziché di plastica possono essere di zucchero, sale, gusci di mandorle o noci, noccioli di albicocca e di altri frutti micronizzati; per i prodotti leave-on, invece, come ad esempio make-up, creme in genere e creme di protezione solare in particolare, si è ancora parecchio indietro.

Adesso la risposta c’è: le bioplastiche del tipo PHA. I biopolimeri ottenuti da fonti vegetali rinnovabili, biodegradabili al 100%, garantiscono le stesse proprietà termo-meccaniche delle plastiche tradizionali con il vantaggio di essere completamente ecosostenibili e totalmente biodegradabili in modo naturale. Dal 2007 un’azienda bolognese opera con successo nel settore delle moderne Biotecnologie applicate ai materiali di uso comune per dare vita a prodotti completamente naturali, ottenuti da fonti rinnovabili o scarti della lavorazione agricola come la fermentazione batterica dei residui della barbabietola da zucchero e della canna da zucchero. Minerv-PHA è una plastica innovativa che si degrada biologicamente al 100% in pochi giorni nelle acque vive di fiumi, laghi, mari. (Sono “acque vive” quelle con presenza di batteri, funghi e alghe, che si cibano di queste plastiche; l’acqua batteriologicamente pura non ha alcun effetto su questo bio-pet che pertanto può contenere anche acqua minerale o altre bevande).

A novembre scorso, questa azienda ha siglato un accordo con uno dei principali gruppi per la produzione e commercializzazione di prodotti totalmente privi di microplastiche e specifici per il sun-care. È nato così il primo prodotto al mondo ultra-green, con microperle realizzate con la rivoluzionaria bioplastica minerv bio cosmetics.

Sbarcata a Piazza Affari nel 2014 è stata un unicorno del nostro panorama finanziario, di recente ha raggiunto la capitalizzazione record di un miliardo di euro: quasi 100 volte il fatturato 2017 (11 milioni di euro) e Frost & Sullivan le ha conferito il premio Best Practices riservato al “Componente più innovativo per l’industria cosmetica ottenuto da fonti vegetali rinnovabili”.

Recentemente ha stretto partnership importanti con Maire Tecnimont per commercializzare un’innovativa soluzione per i fertilizzanti biodegradabili, che consente di non lasciare residui sul terreno, con Kering, multinazionale del lusso che controlla, fra gli altri, Gucci, Saint Laurent, Bottega Veneta, per studiare nuove plastiche da usare nel settore dell’occhialeria, con Kartell, che all’ultimo Salone del Mobile di Milano ha presentato il primo mobile al mondo realizzato con bioplastica, naturale al 100%, ed è impegnata anche nella realizzazione di giocattoli (avete presente i mattoncini colorati per le costruzioni?), in ambiti relativi al packaging, alla biomedica (bioplastiche in grado di contenere agenti di contrasto per visualizzare regioni malate del corpo utilizzando la tradizionale tecnica della Risonanza Magnetica Nucleare e la più innovativa tecnica della Fotoacustica, priva di radiazioni ionizzanti).

La sperimentazione di questa e di altre aziende italiane sta procedendo in svariati ambiti e uno dei settori coinvolti è quello della pesca. Le reti da pesca “fantasma”, cioè abbandonate in mare, costituiscono infatti un problema serissimo poiché imprigionano o soffocano a morte specie marine protette come le tartarughe e i mammiferi più grandi (capodogli, delfini), rimangono anni e anni sui fondali prima di fotodegradarsi e restano comunque per sempre plastica fino all’ultima particella.
La produzione di reti dotate di sistemi che consentano di individuare quelle perdute per recuperarle, ripararle e riutilizzarle è in via di perfezionamento mentre aziende all’avanguardia stanno studiando materiali bio, idonei alla realizzazione di reti che si degradino in modo ecologicamente responsabile, con tempi ridotti di permanenza in mare.

Anche il recupero e la rigenerazione costituiscono un notevole passo avanti nonché una risorsa. Alcuni mesi fa, al largo delle Isole Eolie, è stata ripescata una gigantesca rete da pesca di oltre 2 tonnellate, dispersa oltre 10 anni fa durante una tempesta, e un’azienda di Arco di Trento, a fine 2017 quotata nel segmento Star di Borsa Italiana, l’ha trasformata in filo per tappeti, in filo per abbigliamento e in Econyl, un filo specifico per il confezionamento di costumi da bagno. Un ritorno al mare. Virtuoso.

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