Tra SFDR e tassonomia, tante novità all’orizzonte

Il piano d’azione per la finanza sostenibile della Comunità Europea – noto come SFAP – mira a promuovere investimenti sostenibili in tutto il blocco delle 27 nazioni e a raggiungere gli obiettivi climatici dell’Accordo di Parigi e del Green Deal europeo. Sarà quindi accompagnato da un’ampia serie di regolamenti, come il Regolamento sulla informativa sulla finanza sostenibile (SFDR) e il regolamento sulla tassonomia, o integrando la sostenibilità nelle regole già esistenti.

Lo SFAP ha tre obiettivi principali. Il primo è reindirizzare i flussi di capitale verso investimenti sostenibili, allontanandoli dai settori che contribuiscono al riscaldamento globale, quali i combustibili fossili. In secondo luogo, intende gestire i rischi finanziari derivanti dai cambiamenti climatici, dall’esaurimento delle risorse e dal degrado ambientale. Infine, cerca di promuovere la trasparenza e l’orizzonte a lungo termine nelle attività finanziarie ed economiche.

Lo SFAP è stato stabilito, per la prima volta, dalla Commissione europea nel marzo 2018 in risposta alla storica firma dell’Accordo di Parigi del dicembre 2015 e all’Agenda 2030 delle Nazioni Unite per lo sviluppo sostenibile dell’inizio del 2015, che ha creato gli Obiettivi di sviluppo sostenibile. È inoltre in linea con il Green Deal europeo, che mira a portare l’UE a emissioni zero entro il 2050.

L’SFDR vuole rendere il profilo di sostenibilità dei Fondi più facilmente comparabile e maggiormente comprensibile per gli investitori finali.

Per far questo spinge a utilizzare metriche predefinite per misurare le caratteristiche ambientali, sociali e di governance (ESG) utilizzate nel processo di investimento. In particolare, maggiore enfasi viene posta sull’informativa, incluse le nuove regole che devono individuare qualsiasi impatto dannoso prodotto dalle società detenute.

Il piano intende introdurre regole armonizzate sulle informative e le politiche relative alla sostenibilità, creando così condizioni di parità. Al proposito, cerca di stabilire una tassonomia dell’UE chiara e dettagliata piuttosto che un mix di misure nazionali applicate a livello locale.

Il campo di applicazione del regolamento è molto ampio e interessa gestori patrimoniali, fondi pensione, banche e assicurazioni dell’UE, tra gli altri. Ma anche i distributori e i consulenti saranno coinvolti.

Oltre alle regole rivolte specificamente ai gestori patrimoniali, il piano tende anche a sviluppare benchmark di sostenibilità rispetto ai quali le strategie di investimento possono essere giudicate, da affiancare agli indici tradizionali. Si mira inoltre a integrare meglio la sostenibilità nei rating e nelle ricerche di mercato e arrivare a chiarire i doveri dei gestori patrimoniali e degli investitori istituzionali in materia di sostenibilità.

Un elemento di forte impatto nel nuovo regolamento è l’obbligo di classificazione dei fondi e dei mandati di gestione in tre categorie, come descritto negli articoli 6, 8 e 9 dell’SFDR.

I fondi dell’articolo 6 sono quelli che non integrano alcun tipo di sostenibilità nel processo di investimento e potrebbero includere azioni attualmente escluse dai fondi ESG, quali le aziende del tabacco o i produttori di carbone termico. Sebbene tali fondi possano continuare a essere venduti nell’UE, a condizione che siano chiaramente etichettati come non sostenibili, potrebbero a lungo termine incontrare notevoli difficoltà di marketing. Tali prodotti sono definiti ‘mainstream’.

L’articolo 8 (“promozione delle caratteristiche ambientali o sociali”) si applica “se un prodotto finanziario promuove, tra le altre caratteristiche, caratteristiche ambientali o sociali, o una combinazione di tali caratteristiche, a condizione che le imprese in cui gli investimenti sono effettuati rispettino prassi di buona governance”. Tali prodotti sono definiti ‘light green’.

L’articolo 9 (o “prodotti destinati a investimenti sostenibili”) copre i prodotti destinati a investimenti sostenibili su misura e si applica “se un prodotto finanziario ha come obiettivo investimenti sostenibili ed è stato designato un indice come indice di riferimento”. Tali prodotti sono definiti ‘ dark green’.

Altra novità della normativa in arrivo è l’obbligo di identificazione degli impatti negativi negli investimenti.

Le dichiarazioni sull’impatto negativo – che saranno introdotte a partire da giugno 2021- richiedono che un gestore descriva la propria politica di due diligence su come, nel prendere le proprie decisioni di investimento, terrà conto dei principali impatti negativi che le società oggetto di investimento hanno sui fattori di sostenibilità.

Tutto ciò dovrà essere controllato utilizzando un sistema di 50 indicatori di impatto negativo, di cui 32 saranno obbligatori e 18 volontari.

Un altro elemento di impatto dello SFAP è inoltre la tassonomia dell’UE, che mira a creare una comprensione armonizzata di ciò che in realtà costituisce “attività verdi”. L’UE ha definito i criteri minimi che le attività economiche dovrebbero rispettare per essere considerate sostenibili dal punto di vista ambientale.

In breve, tali attività dovrebbero contribuire in modo sostanziale a uno o più dei seguenti sei obiettivi ambientali: mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici, protezione delle risorse marine e idriche, transizione verso un’economia circolare, prevenzione dell’inquinamento e protezione o ripristino della biodiversità e degli ecosistemi.

Finora sono state definite solo le attività che contribuiscono ai primi due obiettivi ambientali: mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici. Le prime comunicazioni su questi obiettivi dovranno essere effettuate entro gennaio 2022. Le attività che si ritiene contribuiranno ai restanti quattro obiettivi dovrebbero essere chiarite nel 2021, con l’informativa da rendere a partire dal 2023.

Per rispettare la tassonomia, i gestori patrimoniali dovranno divulgare la percentuale delle attività gestite dei loro fondi che rientrano nelle attività allineate alla tassonomia.

Si capisce da questo insieme di regole che il tema è preso molto seriamente dal legislatore, e comporterà un salto quantico per molti operatori del mercato, da realizzarsi in tempi stretti, e con difficoltà spesso di incoerenza tra norme, tempi di applicazione e dettagli operativi ancora non definitivi.

Raccolta di informazioni sulle preferenze degli investitori in tema ESG, classificazione dei prodotti e predisposizione di un’offerta coerente, nuove capacità di analisi nelle strutture centrali, scelta egli info-provider specializzati, formazione intensiva delle strutture di Rete, saranno il nuovo ‘bread and butter’ per l’industria nei prossimi anni, con la speranza di non fare indigestione!

Si tratta di un percorso da intraprendere, in tempi rapidi, faticoso, ma il cui fine giustifica lo sforzo necessario per adeguarsi perché riguarda il nostro futuro.

Iscriviti a What's UP

Ricevi in anteprima tutti gli aggiornamenti