Tostati e arrostiti

“Se non facciamo nulla per il clima, tra 50 anni saremo toasted, roasted and grilled (tostati arrostiti e grigliati)”.
Sapete chi ha pronunciato questa frase? Vi do un piccolo aiuto. È una donna, ma non è Greta.
Non è neanche Angela Merkel, che pure ha abbracciato la causa verde, per quanto tardivamente.

Troppo tardivamente, tanto che Luisa Neubauer, leader del Fridays for Future in Germania, ha annunciato di voler denunciare (o forse lo ha già fatto) il governo al Tribunale Costituzionale per essersi troppo poco impegnato nella «svolta verde», analogamente a quanto già fatto in Olanda da Marjan Minnesma, che ha portato in tribunale il governo di Amsterdam.

Peraltro, quando la Germania si muove, non scherza.
Berlino già a fine settembre 2019 ha messo sul piatto almeno 100 miliardi di euro entro il 2030 “per la protezione del clima e la transizione energetica”.

Il ministro delle Finanze Scholz ha indicato in 54 miliardi l’ammontare disponibile per i prossimi quattro anni, che aumenteranno fino a 100, per consentire alla Germania di produrre da fonti rinnovabili il 65 % della sua energia entro il 2030.
Vedremo come l’Italia affronterà questo tema che ha una valenza finanziaria formidabile, e che dovrà confrontarsi con i nostri risicatissimi margini di manovra finanziaria.

La possibilità di rimanere isolati è ancora una volta molto alta. Proprio in questi giorni la Commissione Europea ha pubblicato la distribuzione per ciascun Paese membro dei 7,5 miliardi di euro che nei prossimi dieci anni dovrebbero innescare investimenti pubblici e privati per la transizione verso la cosiddetta “neutralità ambientale”.

La Polonia otterrebbe 2,0 miliardi di euro dei 7,5 miliardi di cui sarà composto il fondo JTF, pensato per facilitare la transizione energetica, e creato attraverso il cofinanziamento nazionale e altri aiuti finanziari.
Alla Germania andranno 877 milioni di euro, all’Italia 377.

È interessante il dato dell’aiuto calcolato per abitante. Prima classificata la Bulgaria, con 65 euro, seguita da Polonia, con 52. L’Italia è all’ultimo posto, con soli 6 euro per abitante. Privilegio di essere virtuosi e solidali, quando fa comodo (agli altri).

Ma torniamo a “toasted, roasted and grilled” e scopriamo l’arcano.
Le parole sono state pronunciate dall’insospettabile Christine Lagarde, nuovo capo della BCE, già due anni fa le aveva usate durante un summit del FMI a Riyadh, forse influenzata – dicono i maligni – da un malfunzionamento dell’area condizionata in sala conferenze.

Maligni che si dovranno ricredere, perché nel suo discorso di insediamento in BCE, la Lagarde ha dichiarato di porre l’agenda green al centro dell’azione BCE.
Bello, ma come? Qualcosa si sta muovendo e quindi vale la pena approfondire.

I principali attori del sistema finanziario mondiale sembrano avere acquisito consapevolezza di crescenti rischi ambientali che non sono più classificabili come semplici esternalità ma oramai minacciano direttamente il tessuto dell’economia.

Da anni, ad esempio, l’industria dell’asset management sta portando il tema ESG al centro delle sue analisi, ed è proprio di queste ore la forte dichiarazione di Blackrock, il più grande asset manager al mondo, il cui CEO Larry Finck ha inviato una lettera ai CEO delle aziende dove afferma che la sostenibilità, e soprattutto i cambiamenti climatici, stanno rimodellando la finanza e gli investimenti.

Dice Finck, “assisteremo a cambiamenti nell’allocazione di capitali più rapidi di quelli che vedremo nel clima».
Tenuto conto che Blackrock è azionista di peso di moltissime società quotate nel mondo, si tratta di una spinta … neanche troppo gentile.
Se i privati stanno facendo la loro parte, cosa stanno facendo – ma soprattutto, cosa possono fare – le Banche Centrali?

Vale la pena ricordare l’istituzione di un “Network per il Greening del sistema finanziario” (NGFS), che unisce 40 banche centrali, agenzie di supervisione ed istituzioni finanziarie internazionali per lo sviluppo di una risposta coordinata ai rischi climatici ed ambientali.

In questo progetto – per una volta – l’Unione Europea non è in ritardo, ma guida il processo di transizione.
L’impegno per un “green new deal” presentato dal Presidente della Commissione Von der Leyen, che riveda il modello di crescita in un’ottica di “climate neutrality”, è un obiettivo di grande valore ma di complicata realizzazione. Il green new deal dovrà impegnarsi a ridisegnare anche gli strumenti a disposizione dell’Ue, con l’inclusione della Banca Centrale Europea, della Banca Europea degli Investimenti e dei fondi strutturali e di investimento.

A parte questa novità, sino ad oggi l’attività delle Banche Centrali si è tenuta molto lontana dai temi della sostenibilità ambientale; questo vale soprattutto per la Bce, che è vincolata dall’unico obiettivo della stabilità dei prezzi e che impone una “market neutrality” tale per cui l’istituto non può discriminare nella sua operatività asset finanziari a favore di altri.

Il principio di mono-mandato è stato utilizzato di recente dal presidente della Bundesbank Weidmann per esprimere una sorprendente (?) netta contrarietà all’ipotesi della Lagarde di rivedere le politiche di selezione titoli del Quantitative Easing per incentivare gli investimenti sostenibili.

Né pentere e volere insieme puossi, per la contradizion che nol consente, così Dante faceva parlare, e vincere, il diavolo che si contendeva l’anima di Guido da Montefeltro con San Francesco.

Un bel viaggio all’Inferno, toasted, roasted and grilled.

 

Paolo D’Alfonso
Co-head della Direzione Wealth Management

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