Ticket to ride

Da quando John Lennon scrisse “Ticket to ride” nel 1965, pochi possono dire con assoluta certezza a cosa si riferisca la canzone. Sul web circolano svariate interpretazioni: alcuni dicono che si riferisca alla riuscita di un esame di guida di Lennon, alcuni all’uscita dalla sua vita di una ragazza, altri ritengono sia stata ispirata dall’acquisto di un biglietto ferroviario per Ryde (vicino all’Isola di Wight), altri ancora che Ticket to Ride fosse come Lennon chiamava il certificato delle prostitute amburghesi per poter lavorare.

Poco importa, direte voi, ma questa canzone che non sentivo da tanti anni mi è tornata in mente come associazione di idee con la parola “ride sharing”.

La parola ‘ride sharing’, è infatti venuta alla ribalta grazie allo sbarco in Borsa dei due giganti del settore, Lyft e Uber, che hanno deciso di arrivare in quotazione a poche settimane di distanza l’uno dall’altro.

Nel numero di dicembre 2017 di questa pubblicazione avevamo già toccato il tema degli Unicorni, ovvero quelle società che raggiungono valutazioni superiori al miliardo di USD ancor prima di essere quotate in Borsa, e avevamo anche accennato al fatto che molti di questi Unicorni aspettano di maturare ulteriormente prima di quotarsi, raggiungendo valutazioni ancora più astronomiche.

Ma prima o poi il momento di fare il grande salto arriva per tutti, e quindi è con grande attenzione che il settore finanziario ha accolto l’ingresso in Borsa di due famosi “pezzi unici” che, fino ad oggi, avevano resistito alle lusinghe di tutte le banche di affari.

Vediamo quindi di approfondire alcuni aspetti del successo di queste due società, così conosciute negli USA ma così poco visibili in Italia, attive appunto nel settore del “ride sharing”.

Wikipedia ci ricorda che “la Uber Technology Inc. è stata ideata nel marzo 2009 da Garett Camp, insieme al suo collaboratore Travis Kalanick. Il nome originale era UberCab, poi ridotto a Uber nel 2011, in seguito alle numerose proteste dei tassisti di diverse città americane.”

Leggermente più giovane Lyft, che nasce nel 2012 per mano di Logan Green e John Zimmer, con il nome di Zimride, a San Francisco.

Oggi – dopo neppure dieci anni dalla nascita – la prima conta circa 91 milioni di utenti al mese, mentre l’altra, più giovane, ne vanta ‘solo’ 18,6.

A cosa è stato dovuto questo successo incredibile?

Generalizzare è sempre sbagliato, ma è interessante notare come sia Uber che Lyft abbiano iniziato quasi più come “movimenti di pensiero” che come aziende classiche. Infatti, entrambe, avevano una visione molto alternativa del mondo di riferimento.

Ad esempio, la mission di Uber è “rendere più facile vivere senza possedere un’auto personale. Raggiungere l’obiettivo significa migliorare la vita urbana riducendo la congestione, l’inquinamento e la necessità di parcheggi “.

Allo stesso tempo, la mission di Lyft è “migliorare la vita delle persone con il miglior trasporto del mondo”.

Il loro inizio come “movimento” non è scaturito da un vuoto, ossia non è stato determinato da un’assenza di possibilità per il consumatore, ma si è sviluppato proprio sugli svantaggi causati negli anni dalla proprietà sempre più diffusa di automobili. Alcuni di questi inconvenienti sono evidenti a tutti noi:

  • il perenne sottoutilizzo dei veicoli: negli USA, dove il tasso medio di possesso per famiglia è superiore a due auto, il tempo medio di utilizzo giornaliero non arriva a due ore
  • l’inefficienza nell’uso degli spazi pubblici e privati: le amministrazioni comunali sono costrette a costruire parcheggi sempre più grandi e costosi per i cittadini
  • il costo crescente: il possesso di un’auto rappresenta la seconda voce di costo per i bilanci familiari, dopo la casa.

I servizi di entrambe le aziende sono partiti non a caso da luoghi come San Francisco, Los Angeles e New York, notoriamente le città più congestionate d’America e dove la caccia a un taxi libero può essere più complicata che mai.

Solo Audrey Hepburn poteva fermarne uno al volo con un fischio, e si trattava di un film. Non a caso, nella Grande Mela gira una battuta del tipo ‘se tre uomini salgono su un taxi a New York senza litigare, vuol dire che hanno appena rapinato una banca’.

Immagine tratta dal set del film “Colazione da Tiffany”

Tutto quanto detto sopra non sarebbe però bastato per creare il grande successo delle due aziende.

Occorre aggiungere la globalizzazione, la digitalizzazione, la crescente popolazione urbana e la precarietà dei posti di lavoro, che hanno aiutato Uber e Lyft a crescere molto rapidamente. Infatti:

  • internet mobile, le app e la geolocalizzazione hanno reso possibile l’utilizzo di determinati servizi su richiesta
  • la necessità di entrate aggiuntive ha creato un “mercato del lavoro a basso costo” (la cosiddetta Gig Economy)
  • le crescenti preoccupazioni ambientali rendono le persone più consapevoli delle loro scelte di trasporto
  • l’inefficienza dei trasporti pubblici e la “lobby dei taxi” hanno spinto la ricerca di nuove alternative.

Questi macrotrend hanno aiutato indubbiamente Uber e Lyft a sviluppare i loro modelli di business, nonostante la regolamentazione e le proteste degli operatori tradizionali. Ma i vantaggi per gli utenti sono stati superiori, e il business è decollato.

È interessante notare inoltre come l’emergere di “player” come Uber e Lyft stia permettendo anche la crescita di industrie complementari.

Ad esempio, Hyrecar è un marketplace peer-to-peer in cui i proprietari di un’auto possono noleggiare i propri veicoli inutilizzati ai conducenti che vogliono invece fare un reddito aggiuntivo guidando proprio per Uber o Lyft.
Fornendo una piattaforma che consente a proprietari di auto e autisti di connettersi facilmente, Hyrecar sta costruendo una nuova attività da zero.

Perché sta succedendo? Le piattaforme non sono un business facile, ma Uber e Lyft hanno escogitato strategie intelligenti nel corso degli anni, principalmente per far stare i guidatori (che sono la materia prima su cui si fondano le due aziende) sulla loro piattaforma.

La grande abbondanza di guidatori è il fattore di successo critico per questo settore, ancor più del basso costo. Se il mio tempo di attesa come utente è troppo lungo, potrei passare facilmente ad un altro servizio più tradizionale, seppur più costoso, perché per tutti il tempo è denaro.

E proprio per questo, sia Uber che Lyft utilizzano una strategia di prezzo non fissa, ma dinamica, che serve a creare offerta di “corse”.

Ciò significa che i costi delle tratte si differenziano in continuazione per quartieri, giorni, orari, incentivando così sempre i conducenti a colmare la domanda nel modo il più possibile efficiente.

L’innovazione peraltro non si ferma mai, e infatti Uber sta già organizzando un business di consegne di cibo a domicilio, entrando prepotentemente in settori paralleli, ad esempio quello di Glovo e Just Eat. Sta inoltre entrando nel settore del noleggio delle biciclette, sempre più usate nelle grandi città.

Lyft invece ha creato una divisione specializzata nel portare i pazienti delle strutture sanitarie aderenti al circuito – chiamato Allscript – alle visite mediche.

Ma tutto questo, quanto rende, direte voi?

Lyft nel 2018 ha avuto ricavi pari 2,16 mld di USD, mentre il fatturato di Uber è stato di 11,3 mld di USD. Entrambe le società hanno però ancora il conto economico in pesante perdita, 911 milioni di USD per Lyft e 1,8 miliardi per Uber.

Come ricorda il Sole24Ore, “la quotazione di Lyft è stata la più importante per le start up hi-tech dai tempi di Snap, due anni fa, e la principale dell’anno finora a Wall Street. Nella borsa americana, nelle ultime tre settimane, dodici società hanno raccolto oltre 5 miliardi di dollari, tre volte di più di quanto non sia stato raccolto da 22 società nelle prime 11 settimane dell’anno, secondo i dati compilati da Bloomberg.”

Tale record sarà a breve frantumato da Uber, che ha recentemente depositato il prospetto per la sua IPO, che dovrebbe essere di importo cinque volte maggiore rispetto a quella di Lyft.

Il valore cumulato di Uber e Lyft è quindi superiore a 120 mld di USD, e rappresenta una valutazione a ulteriore premio rispetto a quelle – apparentemente ottimistiche – delle ultime transazioni antecedenti lo sbarco in Borsa. Una creazione di ricchezza immensa per i fondatori e le società di venture capital che hanno finanziato i progetti, con due società – perdonatemi la semplificazione – di taxi che non possiedono neppure un’auto.

Aspettiamo pazientemente che nei prossimi mesi arrivi in quotazione Airbnb, sostanzialmente la prima catena di hotel al mondo presente in 191 paesi e 34.00 città e che, indovinate un po’, non possiede neppure una stanza.

Come scriveva l’economista Joseph Schumpeter all’inizio del secolo scorso, l’innovazione è fare cose vecchie, in modo nuovo.

 

Paolo D’Alfonso
Co-head della Direzione Wealth Management

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