The Dark side of the Moon

The Dark side of the Moon, ottavo album dei Pink Floyd, rappresenta la sintesi di diverse sperimentazioni musicali del Gruppo. I testi di Roger Waters cominciano a prendere spessore e sono tutti incentrati sul tema degli aspetti che sfuggono al controllo razionale dell’animo umano e ne costituiscono, appunto, il lato oscuro.

Dal punto di vista astronomico, invece, si parla di “lato oscuro” perché la Luna, mentre completa in 27 giorni la sua orbita intorno alla Terra, compie anche – sempre in 27 giorni – una rotazione sul suo asse.

La conseguenza è che dalla Terra si vede sempre solo una faccia della Luna, mentre l’altra resta sempre nascosta, oscura appunto.

Colgo quindi lo spunto musicale (ancora una volta grazie ai Pink Floyd) nelle belle serate estive in cui il cielo è sereno per fare una riflessione seria sulla complessità e ambiguità della parola ‘sostenibilità’, che ho usato tantissime volte nella mia attività divulgativa.

In particolare, da quando sono diventato orgoglioso utilizzatore di un’automobile ibrida, ho cominciato ad approfondire il tema delle batterie al litio, che, in questo tipo di auto, si affiancano al tradizionale motore a combustione interna.

Lo devo ammettere, ero all’oscuro di molti dettagli non esattamente trascurabili, che voglio quindi condividere con voi.

I lati oscuri riguardano sia la produzione del litio e del cobalto – che costituiscono il cuore delle batterie – sia lo smaltimento delle batterie stesse, una volta esaurite.

Prima di tutto diamo un’occhiata alle modalità di produzione.

Il litio viene prodotto essenzialmente in Sud America (Cile e Argentina) tramite un processo di evaporazione al sole di una salamoia naturale con alte concentrazioni di sali di potassio, litio e sodio, ricavata da riserve sotterranee, in corrispondenza di grandi laghi oramai essiccati.

Per estrarre il litio, la salamoia viene pompata in superficie e fatta essiccare alla luce del sole. Tutto sommato, un processo molto ‘green’ e dai bassi costi di produzione.

Le cose tuttavia stanno cambiando velocemente a causa dell’impennata di domanda di litio, connessa allo sviluppo sia dell’auto elettrica che al boom dell’elettronica di consumo.

Per far fronte a questa domanda aggiuntiva, si ricorre oggi alla macinazione di rocce contenenti litio (ad esempio spodumene) e alla successiva estrazione per separazione. Tali rocce abbondano in Australia, mentre il processo di separazione viene svolto in Cina, a causa della scarsa regolamentazione circa gli impatti ambientali di queste lavorazioni. Nonostante questo, il costo di produzione è doppio rispetto a quello illustrato sopra.

La produzione annua globale di litio è nell’ordine delle 35.000 tonnellate, a fronte di circa 18 milioni di tonnellate di riserve accertate e disponibili in tutto il mondo. Al tasso attuale della domanda, non avremmo problemi di approvvigionamento per alcuni secoli, ma il quadro potrebbe cambiare rapidamente se l’auto elettrica si dovesse diffondere in modo esponenziale come effettivamente gli ultimi sviluppi lasciano intendere.

Dobbiamo pensare che una piccola batteria da 40 kW contiene infatti circa 6 kg di litio. Con milioni di batterie in più sul mercato ogni anno, nel giro di qualche decennio il litio potrebbe finire o non essere più economicamente utilizzabile.

La forte richiesta di litio ha già portato il prezzo di questo elemento a crescere in maniera esponenziale, rendendo possibile il processo di produzione con il metodo della macinazione, purtroppo con i relativi impatti ambientali fortemente negativi.

Un altro componente molto utilizzato nelle batterie è poi il cobalto.

Il cobalto, di cui si parla abbastanza poco, rappresenta probabilmente la parte invece più importante della batteria e, pertanto, tutta la filiera produttiva deve essere tenuta in grande considerazione.

Anch’esso negli ultimi anni ha registrato un’impennata di prezzi che lo ha portato quasi a triplicare. Gran parte della produzione mondiale (60%) avviene nel Congo, per poi essere nuovamente lavorato in Cina. Nel corso del 2016 un articolo di denuncia molto importante del Washington Post e di Amnesty International ha portato alla luce che ben 100.000 persone – tra cui moltissimi minori – lavorano il cobalto in condizioni di sicurezza pari a zero e con rischi altissimi per la salute.

Responsabilmente, alcune importanti società di elettronica hanno messo temporaneamente al bando il cobalto proveniente dal Congo.

Se la filiera produttiva delle batterie è tutt’altro che priva di questioni relative alla sostenibilità, la situazione peggiora ulteriormente se affrontiamo il tema del riciclo delle batterie esaurite.

Gli impianti attuali di recupero delle batterie – peraltro non molto diffusi – utilizzano generalmente la pirolisi, un processo ad alta temperatura che consente di sciogliere e recuperare i diversi metalli, emettendo tuttavia gas altamente tossici.

ll costo del riciclo è inoltre molto elevato, perché può arrivare a circa 6.000 € per il trattamento di una tonnellata di batterie esaurite. Allo stato attuale della tecnologia, quindi, riciclare non conviene dal punto di vista meramente economico.

Essere consapevoli di questi ‘lati oscuri’, anche se doloroso per le nostre coscienze di consumatori, non potrà che contribuire ad una più rapida ricerca di soluzioni alternative.

Come dice un proverbio cinese:” Meglio accendere una candela che maledire l’oscurità”.

P.S. Dimenticavo, da fine 2015, per la prima volta nella storia umana, chiunque di noi può andare su YouTube e osservare il lato oscuro della Luna grazie alle immagini realizzate da un satellite della Nasa.

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