Sì Diversificare

La diversificazione internazionale del portafoglio è ormai entrata nelle sane abitudini di un numero crescente di investitori privati, anche per merito dell’attività dei consulenti finanziari. Le strategie possono essere molteplici, e sono tutte facilmente applicabili tramite l’utilizzo di strumenti a loro volta diversificati come i fondi comuni e gli ETF. Qui vorrei invitarvi a riflettere sul ruolo che fino a oggi ha avuto Wall Street in qualunque strategia di diversificazione, e sulle relative ragioni.

  1. Il primato degli USA nella capacità di attrarre capitali finanziari. Alla fine del XIX secolo diversi benestanti europei consideravano gli Stati Uniti come un posto poco raccomandabile per fare affari. Avevano le loro buone ragioni: alcuni Stati USA avevano fatto default nell’Ottocento, il cosiddetto “Far West” non era solamente una narrativa e l’economia era terreno di scorribande di vari personaggi spregiudicati (i cosiddetti “robber barons”). Secondo i dati della London Business School, alla fine del 1899 il principale mercato azionario mondiale era quello inglese, che rappresentava il 25% della capitalizzazione globale, mentre Wall Street pesava il 15%, seguita dalla Borsa tedesca (14%) e da quella francese (11.5%). Oggi la leadership è totalmente rivoluzionata rispetto a 120 anni fa, perchè la Borsa USA pesa per il 53.3%, quella inglese il 5.5% (preceduta dal Giappone all’8.4%), mentre i mercati tedeschi e francesi sono stati rispettivamente ridimensionati al 2.8 e 3.3%. Non solo. Le imprese USA che compongono l’indice S&P 500 nel 2017 hanno realizzato il 43,6% dei loro ricavi fuori dagli Stati Uniti. Sicché sottoscrivendo solamente un fondo azionario o un ETF specializzato nelle azioni USA si ottiene già una esposizione all’economia globale più che discreta.
  2. Il primato degli USA nella capacità di attrazione del migliore capitale umano. Nel libro “The Gift of Global Talent” pubblicato nel 2018, l’autore William R. Kerr riporta un interessante grafico (vedi sotto) dei saldi netti di capitale umano “di valore” (ossia migrazioni/immigrazioni di persone che hanno depositato brevetti) Paese per Paese nel periodo 2000-2010. 
I dati che conducono alle conclusioni più solide sono quelli agli estremi: gli USA si confermano – a grande distanza da tutti gli altri – il Paese al mondo che ha la maggiore capacità di attrazione del capitale umano “di valore”, indipendentemente dalla maggioranza (repubblicana o democratica) o dal presidente di turno. Questa capacità di attrazione, infatti, dipende da una serie di condizioni storiche sulle quali la politica, quella di cui si occupano ossessivamente media e social media, può incidere poco. Probabilmente qui siamo di fronte a un Lindy effect, ossia a un fenomeno che tende ad autorafforzarsi e quindi a durare nel tempo. All’altro estremo troviamo la Cina, la cui emorragia netta di “cervelli” (probabilmente anche questo un fenomeno di lungo periodo, a giudicare dalle varie Chinatown in giro per il mondo) non pare abbia coinciso con un impoverimento domestico, almeno non negli ultimi 30 anni. In mezzo, ci sono tutti gli altri Paesi. Tra questi un’Italia che come sapevamo non dimostra una grande attrattività. Ma anche in questo caso, ciò è dovuto a condizioni storiche ben diverse da quelle USA (ma anche differenti da quelle dei due Paesi meno lontani dagli USA come saldi netti, la Svizzera e Singapore).

Questi dati ovviamente non garantiscono nulla in termini di profilo rischio-rendimento futuro di chi investe in azioni USA. Le grandi Crisi come quella del periodo 1929-33 e quella del periodo 2007-2009 hanno avuto origine proprio negli USA. Ma anche la notevole ripresa di economia e mercati americani dimostrata successivamente a questi disastri conferma la capacità di cambiamento e di adattamento degli Stati Uniti alle situazioni avverse. E questo accade nonostante le grandi diseguaglianze che sono strutturalmente presenti – e forse in aumento – nel modello americano di benessere.
Interrogarsi sull’emersione di nuove leadership in futuro può rivelarsi un dibattito sterile per gli investitori privati. Come detto, non solo le grandi imprese USA sono fortemente esposte ai mercati internazionali, ma in generale oggi le economie sono molto più interdipendenti che in passato, creando dinamiche di crescita/decrescita assai poco prevedibili. Se aveva un senso diversificare gli investimenti a fine Ottocento, quando i capitali non potevano fluire liberamente e rapidamente da un Paese all’altro, la diversificazione internazionale diventa una strategia obbligata anche per i piccoli investitori in un’epoca in cui fortunatamente è diventata una pratica alla portata di tutti.

Marco Liera
Fondatore YouInvest SpA

 

Marco Liera (Milano, 1965) ha fondato nel 2011 YouInvest, società di consulenza e formazione per banche e assicurazione, di cui è attualmente amministratore delegato.
Giornalista finanziario e scrittore, dal 1992 al 2010, ha lavorato presso il Il Sole 24 Ore, dove ha creato e diretto per otto anni il settimanale Plus24. È stato professore a contratto al Corso di Laurea in Discipline Economiche e Sociali (DES) dell’Università Bocconi di Milano e alla Facoltà di Economia dell’Università di Parma. È relatore e docente a seminari e convegni per risparmiatori e professionals. È laureato in Economia Aziendale all’Università Bocconi di Milano.
Ha scritto e pubblicato: Finanza Personale, Il Sole 24 Ore, 2010; Capire la Borsa, Il Sole 24 Ore, 2000 e 2005 con Andrea Beltratti, 2009 come unico autore; Re di denari, Sperling & Kupfer, 2001; La pianificazione finanziaria della famiglia, Il Sole 24 Ore, 1997, 2000; Investire in fondi comuni, Il Sole 24 Ore, 1998, 1999; Affari di famiglia, Il Sole 24 Ore, 1994.

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