Il ritiro delle nazioni

Sono passati 100 anni da quando il presidente degli Stati Uniti Woodrow Wilson – nel suo discorso dell’8 gennaio 1918 davanti alle due camere del Congresso – espose la sua teoria per porre termine alla Prima Guerra Mondiale e gettare le basi per una pace mondiale stabile e duratura.

Per questo impegno, Woodrow Wilson fu insignito del premio Nobel per la pace nel 1919.

Wilson intendeva promuovere una “pace senza vincitori” poiché era convinto che una pace imposta con la forza ai vinti avrebbe contenuto in sé gli elementi di un’altra guerra. Doveva trattarsi di una pace basata sull’eguaglianza delle nazioni, sull’autogoverno dei popoli, sulla libertà dei mari, su una riduzione generalizzata degli armamenti.

La proposta di Wilson di creare un’organizzazione sovranazionale a salvaguardia della pace mondiale fu accettata dalla conferenza di pace di Parigi del 1920.

Fu così che nacque la Società delle Nazioni, la prima organizzazione intergovernativa avente come scopo quello di accrescere il benessere e la qualità della vita degli uomini. Il suo principale impegno era quello di prevenire le guerre, sia attraverso la gestione diplomatica dei conflitti, sia attraverso il controllo degli armamenti.

Le conquiste diplomatiche che si raggiunsero con la Società delle Nazioni – nonostante questa mancasse di proprie forze armate – rappresentarono comunque un deciso passo avanti rispetto al secolo precedente.

La diplomazia “segreta” doveva essere abbandonata. Gli accordi segreti tra potenze – redatti con totale mancanza di riguardo per i desideri o addirittura per gli interessi delle popolazioni delle varie regioni – avevano infatti caratterizzato buona parte dei passaggi chiave della politica estera precedente.

La Società delle Nazioni – fondata formalmente il 28 giugno 1919 – fu estinta il 19 aprile 1946 in seguito al fallimento rappresentato dalla Seconda Guerra Mondiale e alla nascita, nel 1945, di un’organizzazione con identico scopo: le Nazioni Unite.

Il fallimento rappresentato dalla Seconda Guerra Mondiale fu così grande che si pensò infatti a una nuova organizzazione, anche perché uno dei principali attori positivi della Seconda Guerra Mondiale, gli Stati Uniti, non ne era membro, nonostante fosse stato proprio un suo Presidente, Thomas Woodrow Wilson, il maggior promotore della Società delle Nazioni.

L’ONU venne quindi fondato il 26 giugno, con la firma dello Statuto da parte di 50 Stati.

Vale la pena ricordare gli articoli 1 e 2 dello Statuto, che riassumono gli scopi e i principi che l’organizzazione internazionale si è prefissata, ovvero:

  • Mantenere la pace e la sicurezza internazionale;
  • Promuovere la soluzione delle controversie internazionali e risolvere pacificamente le situazioni che potrebbero portare ad una rottura della pace;
  • Sviluppare le relazioni amichevoli tra le nazioni sulla base del rispetto del principio di uguaglianza tra gli Stati e autodeterminazione dei popoli;
  • Promuovere la cooperazione economica e sociale;
  • Promuovere il rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali a vantaggio di tutti gli individui;
  • Promuovere il disarmo e la disciplina degli armamenti;
  • Promuovere il rispetto per il diritto internazionale ed incoraggiarne lo sviluppo progressivo e la sua codificazione.

Scorrendo i punti precedenti nessuno potrà negare il progressivo fallimento dell’efficacia dell’ONU su moltissimi fronti.

Ma cosa sta accadendo? Il vero fenomeno che sta emergendo è che anche gli ‘Stati Nazione’ cominciano ad avere seri problemi di identità.

La stanchezza, la sfiducia e l’inadeguatezza dei vecchi schemi sono al centro di molti dibattiti e la Brexit ne è un esempio lampante.

Le soluzioni ‘muscolari’ sono sempre più diffuse e accettate, sia in occidente che nel resto del mondo: parliamo di ampliamento dei poteri presidenziali, di guerre utilizzate per distrarre l’opinione pubblica, di argomentazioni etniche e religiose, di programmi di benessere economico irrealistici.

Secondo un interessante articolo di un giornalista inglese del Guardian, alla base di tutto c’è la progressiva perdita d’influenza degli Stati sulle condizioni economiche e di benessere dei propri cittadini.

Nessuno Stato, oramai inserito in un sistema globalizzato di forze, riuscirà autonomamente a uscire da questa situazione. Deregolamentazione, nuove tecnologie, debito, disuguaglianze sociali: tutto fa sì che per gran parte delle persone nessun sistema sembri in grado di garantire prospettive e sostenibilità.

Il populismo e il machismo non sono però la risposta a questa crisi, ma sono semplicemente i sintomi di una realtà che si sta mostrando solo adesso nella sua complessità.

La disintermediazione (o la rinuncia) degli Stati appare evidente se proviamo a leggere congiuntamente alcune tendenze.

Vediamo per esempio l’emissione di moneta. Le criptovalute sono un esempio eclatante del fenomeno, che affida la creazione di moneta nelle mani di anonimi miners sparsi per il globo. Vale la pena ricordare – ma non lo sta facendo nessuno – che a inizio giugno in Svizzera si terrà un referendum per riportare sotto il controllo della Banca Nazionale l’intera emissione di moneta, oggi per il 90% invece affidata alle banche private. Non credo che avrà molto successo, ma ha il merito di attirare l’attenzione su un punto essenziale per il benessere economico di un Paese.

Ma pensiamo ancora alla sicurezza, con moltissimi Stati che combattono intere guerre per interposta persona, affidandosi a contractors privati oramai equipaggiati persino di una propria aviazione.

Sebbene la compagnia militare privata più famosa (o famigerata) sia la ex Blackwater, possiamo affermare che in quasi ogni Nazione esista un esercito parallelo.

La sicurezza nazionale, oramai sempre più dipendente dai sistemi di IT, è poi spesso affidata ad eserciti di hackers ufficialmente non appartenenti a strutture governative.

Tutti i principali paesi la fanno. Secondo Cyber Operation Tracker, 16 paesi in oltre 150 casi, dal 2005, hanno utilizzato direttamente o indirettamente le tecniche informatiche per interferire negli affari interni di altri paesi.

La stessa politica deve fare ricorso a piattaforme di social media private, come dimostra giornalmente il Presidente Trump, che oramai affida a Twitter una parte fondamentale della sua comunicazione.

Su Facebook e sui dati dei suoi utenti, che oramai con due miliardi di accounts rappresenta la più grande comunità al mondo, si stanno giocando i destini politici di intere Nazioni.

Progressivamente anche la sanità e la previdenza stanno diventando in molte Nazioni un argomento assolutamente privatistico.

È passata sotto silenzio la notizia che Amazon, Berkshire Hathaway e JPMorgan Chase stanno creando una nuova azienda studiata per ridurre i costi sanitari per i loro dipendenti che lavorano negli Stati Uniti, in una mossa che potrebbe scuotere l’intero settore sanitario americano, peraltro già ampiamente in mano al settore privato.

I tre CEO hanno dichiarato: “Il nostro obiettivo è creare soluzioni a beneficio dei dipendenti statunitensi, delle loro famiglie e, potenzialmente, di tutti gli americani”.
Coprendo circa 151 milioni di persone non anziane, i piani sponsorizzati dal datore di lavoro costituiscono la maggior parte del mercato delle assicurazioni sanitarie degli Stati Uniti.

La spesa sanitaria ha avuto nel 2017 un’ incidenza del 18% del prodotto interno lordo del Paese.
A livello nazionale, i premi medi per la copertura familiare per i dipendenti sono saliti a $ 18.764 l’anno scorso, con un incremento del 19% dal 2012, secondo la Kaiser Family Foundation.

Tutto questo mentre il Presidente Trump cercava di smantellare il sistema dell’Obama Care.

Riassumendo, in un mondo sempre più complesso, persino le Nazioni stanno abdicando al loro ruolo, senza che nel contempo vi siano organizzazioni sovrannazionali in grado di sostituirsi ad esse in maniera efficiente e legittimata. Tutto questo è già visibile da una lettura attenta di alcuni trend spesso – e a torto – ritenuti tra loro indipendenti. Resta da capire quale sarà l’esito di questa tendenza.

Problema di sistema o penuria di statisti di grande calibro? Thomas Woodrow Wilson scriveva 100 anni fa: ‘Un uomo incapace di avere visioni non realizzerà mai una grande speranza, né comincerà mai alcuna grande impresa’.

Speriamo che qualcuno, oggi, abbia voglia di prendere il testimone.

 

Paolo D’Alfonso
Direttore Commerciale di Banca Consulia

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