Alla ricerca della felicità

In questa edizione della newsletter abbiamo parlato abbondantemente di nazioni del Medio Oriente.

Tra le contraddizioni e i problemi che contraddistinguono questa parte del mondo, è curioso ricordare una cosa positiva, seppur strana: gli Emirati Arabi Uniti sono il primo paese al mondo ad avere istituito il Ministero per la Felicità, con l’obiettivo di realizzare piani, programmi e politiche per una società più felice.

La felicità degli abitanti di un Paese sta diventando – lentamente ma sempre più chiaramente – uno dei parametri più importanti nelle valutazioni internazionali.

Pochi sanno che il 20 marzo, il giorno antecedente l’inizio della primavera, è stato dichiarato dall’ONU ‘giornata mondiale della felicità.

In tale giorno viene presentato al pubblico – dal 2012 – il documento ‘World Happiness Report’. Tale rapporto, che sta diventando un punto di riferimento per governi e organizzazioni civili, mette in luce come gli indicatori di felicità siano sempre più importanti per le decisioni politiche. Nell’edizione di quest’anno, un posto importante è dedicato anche alla felicità sul luogo di lavoro.

Il rapporto, che esamina ben 155 Paesi, mette al primo posto la Norvegia, seguita da Danimarca, Islanda, Svizzera e Finlandia.

Gli Emirati Arabi Uniti, che hanno sentito la necessità di istituire il Ministero, sono al 21° posto, una posizione decisamente lusinghiera, specie se comparata a quella dell’Italia, che si trova al 48° posto, tra Uzbekistan e Russia.

È interessante esaminare come sia costituito tale indicatore e se possa essere utilizzato al fine di formulare simulazioni e previsioni di carattere economico e politico, visto che non siamo nell’ambito di una pubblicazione filosofica ma economico/finanziaria.

Il rapporto viene costruito chiedendo alle persone intervistate di valutare la loro vita su una scala da 10 a 1.

Molto sinteticamente, le variabili che vengono esaminate sono 6: PIL reale procapite, aspettativa di vita, avere qualcuno su cui contare nei momenti di bisogno, libertà percepita nelle scelte di vita, generosità e assenza di corruzione.

Jeffrey Sachs, direttore del Sustanable Develpment Solution Network che redige il rapporto, ricorda che i Paesi felici sono quelli che hanno un sano equilibrio tra prosperità, come convenzionalmente misurata, e capitale sociale, che significa alto grado di fiducia nella società e nel governo, e bassa disuguaglianza.

Alcuni ricorderanno che Ronald Reagan, durante la sua vittoriosa campagna presidenziale del 1980 contro Jimmy Carter, chiedeva agli elettori americani: ‘state meglio adesso rispetto a quattro anni fa? La risposta fu un chiaro no, e Reagan vinse – sicuramente a sorpresa – le elezioni. Fu uno dei rari casi in cui il Presidente uscente non ottenne la riconferma. Ma si può davvero affermare che questo test sulla felicità portò davvero alla sua vittoria politica? Ovviamente si tratta di una ‘suggestione’, ma la relazione non è assolutamente da trascurare.

In effetti, esaminando i dati di un interessante rapporto Gallup che mette in relazione – per oltre 100 Paesi – l’andamento del PIL procapite con l’andamento della diffusione della felicità (thriving), emergono molte indicazioni interessanti. Si tratta di un rapporto che esiste dal 2007 che consente di esaminare sotto una luce differente gli accadimenti politici e sociali di diversi Paesi e rappresenta quindi uno strumento molto utile e alternativo rispetto ai classici exit polls, per formulare previsioni.

Vediamo uno dei casi più eclatanti, quello del Regno Unito e della sua sorprendente decisione di staccarsi dall’Unione Europea (Brexit) del 2016.

Nel grafico sottostante si può vedere, sulla base del sondaggio Gallup, come al continuo crescere del reddito procapite gli abitanti del Regno vedessero costantemente scendere la propria percezione di felicità, con un vero e proprio tracrollo tra il 2013 e il 2015.

Andamenti analoghi si possono riscontrare in diversi altri Paesi che sono andati incontro a importanti rovesciamenti politici. Tra questi possiamo citare sia l’Ucraina che gli Stati Uniti.

Viene allora naturale chiedersi se tali correlazioni possano essere utilizzate per formulare previsioni sui futuri assetti politici delle Nazioni.

Ad esempio, non si può fare a meno di notare come l’India stia registrando tassi di diffusione della felicità sempre più bassi. Dal 2014, anno di elezione di Modi, nonostante gli evidenti progressi economici, la percentuale di Indiani che rispondeva positivamente è passata dal 14% al 3%. Questo disallineamento potrebbe essere un importante segnale di allarme per le prossime elezioni politiche generali che si terranno nel 2019.

In termini di dinamiche, è invece sul Mar Mediterraneo che negli ultimi 10 anni si sono registrati i tracolli maggiori, che hanno interessato Grecia, Spagna ed Egitto.

Per contro, è nel Sud/Centro America che si registrano i miglioramenti più eclatanti, che hanno interessato El Salvador, Liberia, Nicaragua e Honduras. Il Brasile, a seguito di un importante deterioramento dal 2014, rappresenta un’eccezione e un elemento di crescente preoccupazione.

Con il passare degli anni e il progredire delle scienze economiche e sociali, risulta comunque sempre più evidente che le tradizionali misure di benessere economico non sono più adeguate per esprimere il benessere di una nazione. Tutto si è evoluto, tranne che le statistiche economiche nazionali.

Ci sono stati timidi tentativi di considerare altre metodologie di misurazione, ma nessuna è stata realmente adottata dai Governi, anche quelli più evoluti. Ben vengano quindi rapporti come quelli sopra citati, che hanno anche il merito di stimolare un dibattito serio.

Anche passando dal macro al micro, ovvero a livello aziendale, le tendenze su questi temi sono analoghe.
Esattamente come il Ministro per la felicità, nelle aziende (soprattutto americane) sta facendo la sua comparsa il CHO, Chief Happiness Officer.

Si tratta di una nuova figura aziendale, un manager delle risorse umane che si occupa della felicità dei dipendenti. I suoi compiti sono quelli di misurare il livello di gratificazione e soddisfazione dei lavoratori e individuare politiche in grado di migliorarlo. L’obiettivo finale? Creare le condizioni ideali per la felicità di tutti i dipendenti aziendali.

Sembra una banalità, ma negli Stati Uniti molte organizzazioni hanno seriamente preso in considerazione questa figura innovativa: una delle prime, non a caso, è stata Google. Questa figura a Mountain View non si chiama CHO, ma Jolly Good Fellow (il riferimento è alla canzonicina ‘perché è un bravo ragazzo, nessuno lo può negar’): Chade Meng, questo il nome del manager che ha ricoperto questo ruolo, è entrato nella società americana agli albori e, dopo un periodo trascorso come ingegnere, si è dedicato allo sviluppo dei talenti dell’azienda. Ma Meng non è l’unico pioniere della felicità aziendale: dopo di lui è stata la volta di Tony Hsieh, Ceo di Zappos, l’e-commerce di abbigliamento e calzature acquisito da Amazon, che ha pubblicato nel 2010 un libro, Delivering Happiness, sulle strategie per promuovere la felicità all’interno delle aziende.

La domanda a questo punto è: come si fa a creare la felicità in azienda? Gli esperti dicono che prima di tutto sia necessario misurare, tramite delle survey aziendali, il livello di soddisfazione e motivazione dei lavoratori. Spesso le cause dell’infelicità in azienda sono facili da rintracciare: i dipendenti non si sentono responsabilizzati, compiono mansioni poco congeniali alle loro competenze e ai loro interessi e non hanno un buon rapporto con i propri superiori e colleghi. Lavorare su questi aspetti può consentire di raggiungere risultati positivi sotto molti punti di vista: migliori performance del lavoratore, aumento della produttività, maggiore coinvolgimento nelle attività quotidiane e maggiore coesione tra i dipendenti.

Tutto questo si traduce in migliori risultati economici nel lungo termine, tanto che sono nati alcuni Fondi che investono solo nelle aziende che considerano e valorizzano il ‘capitale umano’ come uno dei fattori produttivi più importanti.

Rating di un Paese o di un’azienda basati anche sul livello di felicità interno? Siamo solo all’inizio, di sicuro, ma la strada sembra segnata.

Come amava citare Herman Cain: ‘Il successo non è la chiave della felicità, ma è la felicità a essere la chiave del successo. Se ami quello che stai facendo, avrai successo’.

Per tutti gli investitori, un bel parametro da tenere a mente.

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