Ricapitolando…

In questo editoriale di dicembre, ripercorriamo insieme, criticamente, alcuni dei temi più importanti che abbiamo trattato durante l’anno e che si sono dimostrati ‘caldi’ nei periodi successivi.

Già in estate siamo usciti su queste pagine con un titolo provocatorio, ovvero ‘It’s the technology, stupid’, per analizzare le ragioni profonde della disputa commerciale tra USA e Cina.

Da un attento esame emergeva infatti che la vera e nascosta ragione della guerra tariffaria era collegata alla difesa di un interesse diverso rispetto a quello della difesa dei lavoratori americani – utilizzato nella retorica politica – ovvero il mantenimento e perseguimento di una supremazia tecnologica per i prossimi decenni. Se da un lato la Cina non ha fatto mistero delle sue ambizioni in ambito di veicoli elettrici, intelligenza artificiale e robotica, tutto questo è reso possibile da un controllo di due tecnologie base, ovvero 5G e semiconduttori.

Il recentissimo arresto della CFO di Huawey, leader cinese proprio nella tecnologia 5g, su cui l’America accusa un significativo ritardo, rimette tutto sotto una luce più chiara ed evidente.

Relativamente a questo tema abbiamo anche ripreso un argomento portato alla luce da Bloomberg, collegato ad una presunta forma di spionaggio attuato per anni dalla Cina e collegato all’inserimento di un chip spia all’interno delle schede madri di gran parte dei server utilizzati da agenzie governative americane e grandi aziende, con la finalità – davvero incredibile – di poter superare ogni forma di difesa informatica pensata per difendersi da attacchi esterni e non certo interni.

In questi giorni, pare che la vicenda si stia sgonfiando ma i dubbi restano alti e comunque spesso la realtà supera la fantasia anche degli autori di Hollywood.

Poichè le tensioni tra i due paesi sono molto forti, nonostante temporanee schiarite, avevamo voluto ricordare in queste pagine – per non dimenticare le lezioni della storia – la Fordney-McCumber Tariff del 1929 che, alzando le tariffe sui beni importati nell’ambito dell’agricoltura e dell’industria, contribuì non poco all’aggravarsi della cosiddetta Grande Crisi del 1929. Anche all’epoca, fu presentata come una legge per regolare il commercio con i Paesi stranieri, incoraggiare le aziende americane e proteggere i lavoratori americani.

Ma cosa sta realmente accadendo al rapporto tra Stati ed Aziende? Il vero fenomeno che sta emergendo è che anche gli ‘Stati Nazione’ cominciano ad avere seri problemi di identità, e di questo abbiamo parlato nell’articolo ‘Il ritiro delle Nazioni’.

La stanchezza, la sfiducia e l’inadeguatezza dei vecchi schemi sono purtroppo al centro di molti dibattiti e la Brexit ne è un esempio lampante.

Le soluzioni ‘muscolari’ sono sempre più diffuse e accettate, sia in occidente che nel resto del mondo: parliamo di ampliamento dei poteri presidenziali, di guerre utilizzate per distrarre l’opinione pubblica, di argomentazioni etniche e religiose, di programmi di benessere economico irrealistici.

Secondo un interessante articolo di un giornalista inglese del Guardian, alla base di tutto ci sarebbe la progressiva perdita d’influenza degli Stati sulle condizioni economiche e di benessere dei propri cittadini.

Nessuno Stato, oramai inserito in un sistema globalizzato di forze, riuscirà autonomamente a uscire da questa situazione. Deregolamentazione, nuove tecnologie, debito, disuguaglianze sociali: tutto fa sì che per gran parte delle persone nessun sistema sembri in grado di garantire prospettive e sostenibilità.

Il populismo e il machismo non sono però la risposta a questa crisi, ma sono semplicemente i sintomi di una realtà che si sta mostrando solo adesso nella sua complessità.
La disintermediazione (o la rinuncia) degli Stati appare evidente se proviamo a leggere congiuntamente alcune tendenze.

Vediamo per esempio l’emissione di moneta. Le criptovalute sono un esempio eclatante del fenomeno, che affida la creazione di moneta nelle mani di anonimi miners sparsi per il globo.

Ad inizio anno sembravano il nuovo eldorado per gli investitori. Nell’articolo intitolato ‘Il tulipano nero’ avevamo messo in guardia da tale moda, ritrovando moltissimi tratti comuni con quanto successo proprio durante la cosiddetta ‘bolla dei tulipani’ avvenuta in Olanda nel corso del 1600.

Ma non solo, risultava evidente che il costo di mining delle criptovalute stava diventando insostenibile a causa delle capacità di calcolo sempre più imponenti e dei consumi di energia elettrica connessi, che avrebbero reso economicamente non conveniente la sua estrazione.

Ma pensiamo ancora alla sicurezza, con moltissimi Stati che combattono intere guerre per interposta persona, affidandosi a contractors privati oramai equipaggiati persino di una propria aviazione.

La sicurezza nazionale, oramai sempre più dipendente dai sistemi di IT, è poi spesso affidata ad eserciti di hackers ufficialmente non appartenenti a strutture governative.

La stessa politica deve inoltre fare ricorso a piattaforme di social media, come dimostrano giornalmente il Presidente Trump e alcuni dei nostri esponenti politici, che oramai affidano a Twitter una parte fondamentale della loro comunicazione.

Se gli Stati piangono, alcune grandi aziende non ridono. Un tema infatti ancora molto caldo è collegato alla messa in discussione – per la prima volta nella loro non lunghissima vita – delle cosiddette FAANG, acronimo che indica Facebook, Amazon, Apple, Netflix e Google. Un tempo, acclamate come benefiche promotrici del progresso economico e civile, oggi sempre più devono fronteggiare un malessere diffuso. Dalle interferenze nella vita politica, ai timori di contribuire alla perdita di posti di lavoro a causa degli investimenti in Intelligenza artificiale, a una privacy sempre più deteriorata. Non ultima come importanza, la UE ha cominciato a essere molto attiva nella richiesta di sanzioni, legate ad aspetti di mancata tassazione e abuso di posizione dominante.

Passiamo ora ad un altro grande tema che ha caratterizzato il 2018, ovvero la crescita inarrestabile delle tematiche ESG all’interno dei processi di investimento.

A Katowice in Polonia si è recentemente conclusa la Conferenza Onu sul clima (Cop 24): i quasi 200 Paesi che avevano firmato l’accordo di Parigi nel 2015 hanno raggiunto un patto su come mettere in pratica quanto stabilito in Francia tre anni fa. Un accordo raggiunto a fatica, che ha visto diversi momenti di stallo.

La Cina è tra i più importanti firmatari dell’accordo di Parigi e di Katowice, e anche gli Usa, benché Trump abbia pomposamente annunciato il ritiro dagli accordi di Parigi, sono ancora formalmente firmatari, almeno fino al 2020.

Alla fine dei negoziati, che sono partiti il 3 dicembre scorso, si è anche concordato sul fatto che il 2020 sarà l’anno in cui i paesi presenteranno piani climatici più rigidi.

A Katowice è stato firmato un ‘Rulebook’, ovvero il regolamento che rende operativo l’accordo di Parigi che indicava l’obiettivo di contenere entro fine secolo l’aumento medio della temperatura globale nei 2 gradi rispetto ai livelli preindustriali e che mette tutti i paesi in condizioni di parità nel rendere conto sull’azione per contenere il global warming.
I paesi più ricchi hanno concordato di aumentare i finanziamenti per il clima, con l’obiettivo di offrire maggiore fiducia ai paesi vulnerabili che temono di non riuscire a fronteggiare le minacce del clima provocate soprattutto dai Paesi maggiormente responsabili delle emissioni di gas serra.

Nel corso dell’anno ci ha fatto davvero piacere apprendere che il premio Nobel per l’economia sia stato assegnato ai due professori americani William D. Nordhaus e a Paul M. Romer, visto che le motivazioni per l’assegnazione del premio sono un po’ anche il cavallo di battaglia di questa newsletter.

I premi sono stati conferiti a Nordhaus per aver studiato l’interrelazione tra i cambiamenti climatici e l’economia e a Romer per i suoi studi sulla crescita endogena, da cui sono emerse nuove ricerche sulle politiche che incoraggiano l’innovazione e la crescita a lungo termine.

Ma in Italia cosa sta succedendo su questi temi? La disponibilità di energia è al centro della nostra prosperità economica, presente e futura.

A livello globale, i sistemi energetici stanno vivendo un cambiamento significativo e veloce, guidato da innovazione tecnologica, nuovi modelli di consumo, dinamiche di approvvigionamento e mutati assetti politici. Queste forze offrono l’opportunità di risolvere le sfide che il sistema energetico globale deve affrontare oggi: fornire l’accesso all’energia a più di un miliardo di persone a cui manca, soddisfare la domanda di ulteriori due miliardi di persone entro il 2050, e, allo stesso tempo, fornire quell’energia a costi accessibili e con un impatto negativo sulle emissioni di CO2.

Ciò pone due domande chiave per i decision makers: cosa sia necessario per un miglioramento accelerato nei sistemi energetici dei Paesi e come possano essere messe in atto le giuste condizioni per realizzare questa transizione energetica.

Il Governo italiano, preso da temi di decimali sui rapporti deficit/Pil e altre tematiche più spiccatamente populiste, sta pericolosamente trascurando questioni vitali. Vediamo se nella sua versione definitiva, la tanto controversa ‘Ecotassa’ sulle automobili, sarà congegnata in modo da cogliere sia l’obiettivo di favorire il contenimento delle emissioni, sia quello di non penalizzare l’industria nazionale.

Resta il fatto che, secondo il Word Economic Forum – che insieme a McKinsey & Company ha costruito nel 2018 il primo quadro analitico oggettivo che descrive gli imperativi necessari per una transizione energetica efficace – il nostro Paese, ottava economia al mondo per dimensione del PIL, risulta posizionato al 35° posto, preceduto da Perù, Slovenia e Colombia.

Oltre ad avere un basso Indice di Transizione economica, l’Italia è caratterizzata da un altro aspetto rilevante per il nostro futuro, ovvero un tasso di natalità tra i più bassi a livello mondiale (sfortunatamente) e una vita media tra le più alte (fortunatamente).

I 100 anni, non sono più irraggiungibili.

Per definizione, le aspettative di vita possono convergere verso la durata massima biologica e tutto il progresso può solo far sì che si riduca il numero di coloro che muoiono anzitempo e che il periodo della cosiddetta terza età sia raggiunto nel miglior modo possibile.

In teoria, si potrebbe immaginare che le aspettative di vita media, che oggi per il mondo sono 71,5 anni (contro i 48 anni degli anni ’50), si avvicineranno asintoticamente verso un numero X, grazie a tutti i progressi, e che la qualità di tali anni sarà complessivamente sempre più accettabile, consentendoci una vita attiva e ricca di relazioni.

Il punto è che non solo stanno crescendo le aspettative di vita, ma soprattutto che la durata massima (life span) si sta incrementando, spostando in avanti quei limiti biologici che non molto tempo fa sembravano quasi immutabili. Negli anni ‘60 si pensava fossero gli 89 anni, ma oggi questo limite si è molto alzato e si stima che sia già situato tra i 100 e i 110 anni. Non solo, grazie ai progressi della genetica, si parla tranquillamente di un limite massimo intorno ai 150 anni. Ad esempio, i nati nel 2007 hanno già da ora un’aspettativa di vita pari a oltre 100 anni.

In questo gioco di crescita delle aspettative di vita, un posto di rilievo è occupato dalle evoluzioni nelle tecniche di manipolazione genetica, e a questi argomenti abbiamo dedicato due articoli specifici.

L’editing del genoma è un intervento di precisione che consente la correzione mirata di una sequenza di DNA fallata. Nel tempo sono state sperimentate diverse tecniche in grado di modificare il DNA, ma la maggior parte di esse era piuttosto grossolana e le modifiche ottenute non erano sempre quelle desiderate.

Per rimediare alla presenza di un gene difettoso, infatti, un tempo si cercava semplicemente di aggiungerne uno “corretto” (DNA ricombinante). Oggi esiste invece una tecnica rivoluzionaria – denominata CRISPR – che consente di correggere i genomi con una precisione senza precedenti e di farlo soprattutto in modo facile ed economico. Un grande traguardo per l’umanità, che può portare alla scomparsa di numerose malattie, ma che si porta dietro anche temi etici non trascurabili.

Terminiamo qui questo excursus, inevitabilmente parziale, certi che tutti i temi trattati in What’sUP abbiano stimolato la voglia di approfondimenti.

Porgiamo a tutti un sincero augurio di Buone Feste
Paolo D’Alfonso

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