“Quello che non sai è che…”

“Questa è la storia dei vestiti che siamo”: inizia così “The True Cost” film documentario che racconta in che modo le nostre scelte in fatto di abbigliamento non caratterizzano solo la nostra immagine ma incidono profondamente sulla vita delle persone e dell’intero pianeta.

Che esagerazione! Che problemi può creare questa maglietta, tra l’altro pagata solo 9 euro e 99?

Savar, distretto della Grande Area di Dacca, capitale del Bangladesh, 23 aprile 2013: la comparsa di alcune crepe induce ad evacuare il Rana Plaza, un grosso edificio con negozi, uffici e diversi stabilimenti tessili per la produzione di noti marchi di abbigliamento. Chiusi per sicurezza gli esercizi commerciali dei primi piani, le fabbriche manufatturiere ai piani superiori, invece, richiamarono gli operai al lavoro per non fermare il normale ritmo frenetico di produzione e così, il giorno dopo, il 24 aprile, in migliaia rimasero sepolti nel crollo del palazzo che provocò 1.134 morti e 2.515 feriti, molti dei quali con danni invalidanti.

I lavoratori del tessile sono circa 40 milioni, in gran parte donne, spesso con i figli piccoli a seguito, senza tutele di sicurezza, senza garanzie di salari minimi. Condizioni di lavoro durissime per un’industria che ha un impatto che alcune fonti collocano addirittura al secondo posto per inquinamento, subito dopo quella petrolifera. Ogni anno il settore della moda consuma centinaia di trilioni di litri d’acqua, spreca miliardi di dollari in materiali sottoutilizzati, attraverso processi di produzioni altamente inquinanti (https://www.un.org/sustainabledevelopment/blog/2019/08/actnow-for-zero-waste-fashion/). Insomma, meno di dieci euro per una t-shirt corrispondono a costi enormi in termini di mancato rispetto delle norme di sostenibilità ambientale, economica e sociale. Per produrre quella maglietta sono stati impiegati più di 2500 litri di acqua e molti di più per i jeans a cui abbinarla, attraverso un’attività produttiva continua ed eccessiva.

I grossi gruppi di abbigliamento e accessori propongono dalle 12 alle 24 nuove collezioni ogni anno con aggiornamenti e cosiddette capsule collection settimanali. Questa è la Fast Fashion, la moda popolare fatta di un’intensa proposta di capi economici, ispirati alle collezioni glamour e in linea con i trend del momento. Una sovrapproduzione caratterizzata da prezzi di vendita accessibili (che in realtà prevedono ricarichi impressionanti e massimizzazione dei profitti) e dall’abbassamento continuo dei costi di produzione reso possibile da: delocalizzazione in Paesi come Cina, India, Bangladesh, Sri Lanka, Pakistan, Vietnam; manodopera a costi bassissimi; mancato rispetto delle norme di sicurezza; utilizzo di materiali scadenti e ricorso a processi di produzione che impiegano sostanze chimiche tossiche.

Sono passati nove anni esatti dall’evento catastrofico del Rana Plaza e oggi sta crescendo l’attenzione sulla necessità di una Fashion Revolution verso una moda etica e sostenibile nei materiali, nella produzione, a salvaguardia delle persone e del Pianeta, tuttavia siamo ancora lontanissimi da una revisione profonda dell’intero sistema. Le implicazioni, infatti, sono più complesse di quanto si possa credere se pensiamo che anche l’incremento di fibre che non derivano dal petrolio – e cioè “naturali” come cotone e seta – può avere impatti pesanti sulla salute dell’uomo e dell’ambiente. La domanda sempre più crescente di cotone, ad esempio, ha portato alla diffusione di piantagioni di cotone geneticamente modificato GM che necessitano di dosi massicce di fertilizzanti e pesticidi chimici (nel Punjab, Stato indiano del cotone, si riscontra un aumento del tasso di cancro e di altre patologie, specie tra i bambini, stessa cosa in Texas dove si sta associando la crescita di tumori cerebrali alle coltivazioni intensive di cotone). Paradossalmente, poi, le aziende che producono i pesticidi talvolta sono le stesse che producono i farmaci necessari a curare le malattie e a questo scempio si aggiunge comunque un aumento del prezzo del cotone provocato dal monopolio delle aziende sementiere che viene compensato da tagli ulteriori di investimenti per la manodopera.

Servono una sensibilizzazione seria e un approccio olistico affinchè la moda prosperi nel rispetto dell’ambiente e della società in tutte le sue fasi: dalla concezione, alla produzione passando per la distribuzione fino alla vendita. Materie prime meno inquinanti, riduzione degli sprechi, qualità che dura nel tempo, produzione senza sfruttamento dei lavoratori, consumo consapevole, informazione corretta.

Si muove in questo senso la Smi (Sustainable markets initiative fashion task force) del Principe Carlo di Inghilterra (il Principe di Galles, per restare in tema tessuti), presieduta dall’imprenditore Federico Marchetti ed è notizia proprio di questi giorni l’adesione di manager di grandi realtà come Armani, Cucinelli, Burberry ed altri al Manifesto per la moda green rigenerativa a favore di un’industria a base biologica e circolare, inclusiva, con attenzione al clima e alla natura. La moda rigenerativa si impegna ad affrontare la crisi climatica e la biodiversità generando prosperità equa e inclusiva e sostenendo le comunità locali e indigene nella creazione di processi rigenerativi. Il primo progetto concreto sarà l’Himalayan regenerative fashion living lab, investimento di un milione di euro per il recupero di territori degradati dallo sfruttamento intensivo delle risorse in un’area dell’Himalaya, nonché delle competenze locali dell’artigianato tessile – basato su cashmere, cotone e seta – affrontando al contempo le sfide globali legate al cambiamento climatico e alla perdita di biodiversità.

Recycling, upcycling, circolarità, recupero, utilizzo consapevole e riutilizzo, Passaporto Green (presentato al G20 di Roma) e cioè la certificazione del prodotto-tessile che tracci con trasparenza la catena produttiva, possono aiutare il consumatore a scegliere responsabilmente.

Non dimentichiamo che il settore Moda ha un fatturato che solo in Italia supera i 90 miliardi, in crescita del 22,2% nel 2021 (dopo una flessione nel 2020 causata dalla pandemia) e con un primo trimestre 2022 che registra ancora un trend di crescita del +14% rispetto allo stesso periodo del 2021 (dati diffusi da Confindustria Moda, la Federazione Italiana che riunisce le associazioni dei settori Tessile, Moda e Accessorio) ed offre occupazione e lustro all’economia.

Insomma anche una maglietta da poco è cosa seria: “Tu apri il tuo armadio e scegli, non so, quel maglioncino azzurro infeltrito ma “quello che non sai è che” quel maglioncino non è semplicemente azzurro, non è turchese, non è lapis, è ceruleo; e sei anche allegramente inconsapevole del fatto che nel 2002 Oscar de la Renta ha realizzato una collezione di gonne cerulee e poi è stato Yves Saint Laurent a proporre delle giacche militari color ceruleo. E poi il ceruleo è rapidamente comparso nelle collezioni di otto diversi stilisti. Dopodiché è arrivato a poco a poco nei grandi magazzini e alla fine si è infilato in qualche tragico angolo casual, dove tu evidentemente l’hai pescato nel cesto delle occasioni. Tuttavia, quell’azzurro rappresenta milioni di dollari e innumerevoli posti di lavoro…”.

Miranda-Meryl Streep ad Andrea-Anne Hathaway nel film Il diavolo veste Prada

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