Quasi amici

Nel film ‘Quasi Amici’, uno dei più clamorosi successi della filmografia francese degli ultimi anni, si racconta la storia – peraltro vera – di un’amicizia che lentamente nasce e si consolida tra due personaggi totalmente diversi e apparentemente inconciliabili: il ricco e aristocratico Philippe e il giovane ed emarginato Driss.

Le immagini della stretta di mano a Singapore tra Trump e Kim mi hanno fatto tornare in mente le scene del film, con i due caratteri inaspettatamente in sintonia.

Uno dei risultati positivi dell’incontro all’Hotel Cappella è sicuramente il cambiamento di tono della relazione diplomatica: per la prima volta i due Presidenti in carica si incontrano e si scambiano rassicurazioni sul futuro. Promettono di lavorare per “costruire una pace stabile e durevole”. Gli Stati Uniti offrono garanzie sull’integrità territoriale e la sicurezza della Corea del Nord, che da parte sua risponde promettendo di “lavorare verso la de-nuclearizzazione”. Speriamo che anche la chimica tra i due Presidenti dia una mano.

L’attuale sforzo diplomatico sviluppato dai due leader ha però poco a che fare con l’amicizia e nasconde dietro di sé un fenomeno ben meno spirituale ovvero l’ascesa inarrestabile della Cina.

La Cina è sulla buona strada per recuperare il suo ruolo storico di “più grande economia del mondo” e sta sviluppando capacità navali, aeree, spaziali che stanno rapidamente erodendo anche la supremazia militare degli Stati Uniti. Se guardiamo ai PIL dei due paesi, espressi in parità di poteri di acquisto (PPP), la Cina ha già sorpassato abbondantemente gli USA.

L’ascesa della Cina nei confronti degli Stati Uniti è la più grande differenza tra i tentativi di oggi di risolvere la questione coreana rispetto ai precedenti tentativi degli anni ‘90 e 2000. La Cina ha raggiunto una massa critica che sta cambiando il comportamento di tutti gli Stati circostanti. Di conseguenza, si verificano numerose “anomalie” di comportamento in tutta la regione e anche fuori.

Gli Stati Uniti stanno cercando di rianimare la propria presenza nel Pacifico, ma non riescono a decidere come. Dal 2010 hanno cercato un accordo storico con l’Iran, che gli avrebbe permesso di sfilarsi dal Medio Oriente e di concentrarsi in Asia. Ad esempio, il Trans Pacific Partnership (TPP) è stato concepito come un accordo commerciale avanzato che avrebbe dovuto integrare le economie del Pacifico – esclusa la Cina – in un nuovo quadro commerciale. Sotto il presidente Trump, tuttavia, gli Stati Uniti hanno annullato il TPP e revocato l’accordo iraniano, pur mantenendo il focus sull’Asia. L’establishment di Washington è unificato nel suo desiderio di rafforzare la politica asiatica, ma è molto diviso sul come farlo, segno evidente della difficoltà della sfida. Adesso vedremo gli impatti dell’inversione di rotta con la Corea del Nord.

Il Giappone sta portando avanti drastiche misure per rianimare la sua economia, il che è necessario per rivitalizzare la sua capacità strategica complessiva. La spesa militare è in aumento, non solo simbolicamente, e l’impostazione pacifista della costituzione post seconda guerra mondiale potrebbe essere rivista l’anno prossimo. Sarebbe un messaggio politico fortissimo verso la Cina.

Taiwan si sta allontanando dalla Cina, con i candidati ostili a Pechino che dominano ogni livello del governo, già dalle elezioni 2014. I Taiwanesi si vedono sempre più esclusivamente come Taiwanesi e non “anche” Cinesi – rendendo Taiwan una potenziale fonte di “cigni neri”.

Gli altri Stati del sud-est asiatico hanno impostazioni oscillanti e variegate. Recentemente i Filippini hanno votato esprimendosi a favore di politiche non ostili alla Cina, mentre i Malesi hanno votato accusando la Cina di eccessiva ingerenza interna.

L’India, da tempo conosciuta per la sua indipendenza in politica estera e come Stato “non allineato” nella guerra fredda, ha iniziato a rafforzare le proprie relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti, il Giappone e l’Australia, per paura dell’ascesa della Cina.

Anche la Russia, uno dei partner più stretti di Pechino, è impegnata in colloqui con il Giappone, che potrebbero sfociare in un trattato di pace relativo alle Isole Curili, permettendo così di avere opzioni economiche e strategiche al di fuori del controllo della Cina.

Inutile poi dire che l’ascesa cinese è sentita con estrema sensibilità nella Penisola Coreana. Sia il Sud che il Nord hanno comunque storicamente sempre lottato per mantenere la loro indipendenza dalla Cina e per evitare di diventare il campo di battaglia nei conflitti della Cina con poteri esterni. La Corea del Nord ha perso tuttavia questa indipendenza. I dati commerciali mostrano che i suoi collegamenti con la Cina sono cresciuti notevolmente a partire dalla grande crisi finanziaria e le sanzioni internazionali hanno tagliato l’accesso di Pyongyang a gran parte dei capitali stranieri.

L’ascendente del presidente cinese Xi Jinping – segnato dal suo rigoroso controllo personale del partito di governo – ha rafforzato la vulnerabilità del Nord. Come il suo il predecessore Jiang Zemin (1992-2004), Xi rappresenta una fazione nel Partito Comunista cinese che vede Pyongyang più come una fonte di preoccupazioni che non un bene per il Paese.

L’ansia della Corea del Nord, per contro, è contrassegnata dai tentativi di Pyongyang di ridurre il potere della fazione “pro-Cina” all’interno. Ad esempio, avrebbe ordinato l’esecuzione dello zio, Jang Song Taek, che era vicino a Pechino e del suo fratellastro, Kim Jong Nam, che visse a Macao ed è stato a lungo “l’alternativa” della Cina a Kim.

Siamo ad un punto di svolta.

I prossimi anni offriranno l’ultima possibilità per la Corea del Nord di creare nuove opzioni strategiche con la Corea del Sud e il resto del mondo, se vorrà evitare di essere un semplice stato vassallo per i secoli futuri. L’altra principale minaccia alla sicurezza di Pyongyang sono gli Stati Uniti e per decenni il regime ha cercato un deterrente nucleare per essere in grado di negoziare con gli Stati Uniti per la propria sopravvivenza.

Il dilemma di Kim è che, se è vero che il deterrente nucleare assicura una salda capacità di confronto, la sua eliminazione consentirebbe di normalizzare i legami con la Corea del Sud e gli Stati Uniti e ridurre la sua dipendenza economica dalla Cina.

A sua volta la Corea del Sud ha paura che i prossimi decenni porteranno l’impero cinese a inglobare la Corea del Nord e a isolare quindi Seoul. Se invece, alla fine, il Nord dovesse riuscire a liberalizzare e industrializzare la propria economia, la Corea del Sud sarebbe il candidato naturale a questo processo, traendone un duplice profitto, economico e diplomatico.

In breve, la storica crescita della potenza cinese sta fortemente incoraggiando l’integrazione coreana.

Una penisola coreana unificata si avvicinerebbe al Giappone come potere geopolitico. Con una popolazione di 75 milioni, con un’avanzata tecnologia elettronica, meccanica e anche nucleare, le Coree unite sarebbero molto più efficaci nel difendere i propri interessi contro la Cina e gli altri vicini di quanto non possano sperare oggi. In un mondo multipolare, la forza dei numeri ha una logica strategica enorme.

Quindi, se guardiamo oltre la retorica delle dichiarazioni e dei tweet, i fatti più recenti sono tutti molto incoraggianti e seguono un percorso politico ed economico molto evidente. La crescita della Cina sta mettendo pressione su tutta l’Asia, e in particolare sulle due Coree, per collaborare e ampliare il proprio potere economico e strategico. Sta anche facendo pressione sugli Stati Uniti per incoraggiare questo processo e provare a rimuovere le minacce, anche nucleari, attraverso l’impegno economico piuttosto che la guerra. La Cina, di contro, continuerà nella sua fase di crescita economica e politica che Trump, con le sue iniziative, potrà solo sperare di rallentare leggermente.

Come afferma Zagrebelsky: “La democrazia, come la concepiamo e la desideriamo, è il regime delle possibilità sempre aperte. Non basandosi su certezze definitive, essa è sempre disposta a correggersi perché tutto può sempre essere rimesso in discussione”.

P.S. Oggi Philippe Pozzo di Borgo – il vero protagonista della storia raccontata nel film – vive a Essaouira e ha avuto due figli dalla seconda moglie. Il suo amico Abdel (Driss nel film) ha finalmente messo la testa a posto. Mai dire mai.

 

Paolo D’Alfonso
Direttore Commerciale di Banca Consulia

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