Parigi: cronaca di una morte annunciata

“Cronaca di una morte annunciata” è il titolo di uno dei romanzi più noti di Gabriel Garcia Marquez. Il libro racconta la vicenda di Santiago Nasar, un giovane accusato di avere tolto l’onore ad una ragazza prossima alle nozze, e per questo ucciso dai fratelli della stessa. Nella narrazione si avverte il forte contrasto tra il senso del dover difendere pubblicamente l‘onore della sorella e la consapevolezza dell’azione ripugnante di uccidere un essere umano, con l’intero villaggio consapevole del dramma imminente.

“Cronaca di una morte annunciata” potrebbe essere anche il titolo degli avvenimenti conseguenti alla decisione dell’amministrazione Trump di non onorare più gli impegni di Parigi del COP21.

Che la decisione fosse nell’aria da tempo è appunto cronaca ed è altrettanto evidente il senso di indignazione scaturitone in buona parte della società americana e internazionale.

“L’accordo negoziato da Obama impone target non realistici per gli Stati Uniti nella riduzione delle emissioni, lasciando invece a paesi quali la Cina un lasciapassare per anni”. Così è stata spiegata la decisione in un documento distribuito in Congresso dalla Casa Bianca. Anche se gli Accordi di Parigi fossero pienamente implementati – e se tutte le nazioni li rispettassero – si stima che questo permetterebbe di diminuire la temperatura globale di due decimi di grado centigrado per il 2100. “Un valore piccolo piccolo” ha detto Trump.

Da dove abbia tratto questi dati non è stato detto esplicitamente. Probabilmente ha fatto riferimento a uno studio del MIT del 2016, a sua volta basato su un lavoro del 2014, e quindi antecedente agli impegni di Parigi, e basato invece sugli impegni di Copenaghen, molto meno ambiziosi e stringenti.

Il ricercatore Luca Longo, in un articolo pubblicato sul sito Formiche.net, riferisce che Erwan Monier, coautore di entrambi i lavori e responsabile del dipartimento di Scienze della Terra, atmosferiche e planetarie del MIT, ha dichiarato che i consulenti scientifici della Casa Bianca: “Hanno pescato esattamente il valore più basso che hanno potuto trovare fra i numerosi studi che prevedono l’impatto sul clima, prodotto dall’implementazione degli Accordi di Parigi”. Monier ha lamentato che nessuno della Amministrazione li ha preventivamente contattati per avere l’opportunità di discutere i loro dati. Ha dichiarato: “Questa idea che gli Accordi di Parigi hanno un impatto trascurabile sul futuro cambiamento climatico non è certamente quello che abbiamo detto e non è certamente la conclusione delle nostre analisi. Al contrario, abbiamo scritto chiaramente che, se vogliamo ridurre l’aumento di temperatura al di sotto della soglia critica dei 2 gradi C, dobbiamo fare di più e dobbiamo continuare i nostri impegni anche ben oltre il 2030.” Il giorno successivo, il MIT ha rilasciato un comunicato in cui dichiara che: “I principali ricercatori del MIT sono convinti che gli Accordi di Parigi siano un tentativo vitale e privo di precedenti da parte di quasi 200 nazioni allo scopo di rispondere alla urgente minaccia del cambiamento climatico”.

La marcia indietro degli States, in teoria, dovrebbe sottrarre una quota consistente dei tagli delle emissioni di CO2 previsti. Obama si era impegnato a ridurre entro il 2025 i gas serra del 27% rispetto ai livelli del 2005. Calcolando che gli Usa oggi sono responsabili di un quinto delle emissioni globali, si può comprendere facilmente l’impatto della decisione.

Una delle domande più interessanti è se sia meglio avere un’America contraria ma dentro l’Accordo, cosa che avrebbe inevitabilmente costretto a continui patteggiamenti con altri Paesi, oppure averla fuori, lasciando agli aderenti più convinti la possibilità di gestire al meglio l’Accordo stesso.

Tuttavia i dettagli a volte possono fare la differenza. Prima di tutto non è prevista dagli accordi di Parigi la possibilità di rinunciare agli impegni sottoscritti volontariamente da ogni Paese prima del 2020, a meno che Trump non porti gli Stati Uniti fuori dalla Convenzione Onu contro il cambiamento climatico (che è il quadro giuridico in cui si inserisce COP21).

E poi bisogna capire come reagiranno in pratica le imprese americane, molte delle quali si sono già dette contrarie alla decisione.

Società come Apple, Ford, PepsiCo, General Electric, persino la società petrolifera Exxon Mobil il cui ex Ceo Rex Tillerson è diventato Segretario di Stato, hanno già dichiarato che proseguiranno senza sosta il loro impegno per il taglio dei gas serra per i prossimi decenni, indipendentemente dall’accordo di Parigi.

Ma questo non per “bontà”, ma perché sono i consumatori e gli investitori a pretendere un impegno crescente in tale direzione, e non sarà possibile – tantomeno per un Presidente con uno dei più bassi livelli di consenso per l’attività dei primi 100 giorni – invertire questo trend.

Fortunatamente, secondo uno studio pubblicato dalla spagnola Fundacion Renovables, nel 2016 si è registrato un aumento del 9% della capacità di generare energia pulita, di cui il 47% prodotto dal solare, il 34% dal vento e il 15,5% dall’acqua.

Segnali incoraggianti, nonostante tutto.

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