L’orgoglio

Non volevo scrivere nulla per questa edizione di What’s Up. Sia perché mi sembrava che ogni parola fosse inadeguata rispetto ai fatti, alle azioni quotidiane ad esempio di medici, infermieri, pazienti e relativi familiari. E poi perché sono arrabbiato, e non so neppure con chi prendermela, o forse sì, ma tanto non serve a nulla.

Ma, dopo qualche giornata ai limiti del surreale per tutto quello che ho visto accadere nel mondo, mi sono deciso a scrivere anche solo qualche riga, se non altro per rispetto.

Andiamo con ordine.

Non sono mai stato tenero con il mio Paese, e mi sono sempre sentito anche un po’ umiliato dal vederlo costantemente additato come un popolo di simpatici cialtroni, quando andava bene.

E non riuscivo a capire come fosse possibile che da una somma di individualità spesso eccellenti e qualche volta anche solo normali, non potesse scaturire qualcosa di particolarmente bello.

Guardavo con ammirazione americani, tedeschi e inglesi, nella convinzione che più delle parole contassero i fatti, l’efficienza e il successo conseguito.

Anche se spesso notavo quanto maggior impegno mettessimo nelle nostre attività rispetto a tanti competitors in giro per il mondo. Per questo ho pensato che fosse necessario anche un Ministero per il Marketing Nazionale. Troppe volte ho avuto la sensazione che fuori fossero solo molto più abili di noi nell’uso dei powerpoint e delle rilegatrici e che queste skills, alla fine, contassero davvero.

Ho spesso contestato il ruolo dello Stato nell’economia, portando a caldeggiare la presenza del privato in ogni settore, in quanto più efficiente.

Ma poi è arrivato questo virus. Diabolico come ogni virus sa essere, troppo perfetto nella sua capacità distruttiva di cose, persone e convinzioni, per essere vero.

Distruttivo non solo nella sua capacità di attaccare i più deboli, e quindi carogna, ma anche di mettere in discussione tutte le regole su cui è costruita la nostra società avanzata, quella dei più forti, e quindi vendicatore.

Supply chain sterminate si stanno rivelando un tallone d’ achille formidabile non appena un fornitore strategico viene bloccato. Organizzazioni just in time diventano amplificatori della paura di non avere più approvvigionamenti.

Sistemi sanitari già sottodimensionati per situazioni normali si trovano costretti a gestirne una quasi di guerra senza avere i mezzi primari necessari. E per la prima volta, coloro che curano, lo fanno mettendo a rischio la loro vita come se fossero al fronte in prima linea, come un fante nello sbarco in Normandia.

Insomma, un minuscolo organismo senza cervello che combatte per distruggere le nostre vite con un’abilità incredibile di mettere a nudo – una per una – tutte le nostre debolezze politiche, economiche, sociali e demografiche, e di rimettere in discussione quindi tutte le nostre convinzioni, anche morali, più profonde. In poco più di un mese.

Ma torno al mio Paese. E lo riguardo con molto più rispetto, molto più orgoglio, per la capacità, l’energia, la trasparenza e il coraggio che stanno dimostrando le tante persone impegnate nell’emergenza. Siamo stati giocati dal caso, non riesco a darmi altra spiegazione, nonostante le mille responsabilità di un passato dissipatore.

E adesso invece guardo con orrore il capo della nazione più forte al mondo passare nel giro di una sola settimana dal negazionismo più assoluto al dichiarare lo stato di emergenza. Non mi capacito nel vedere l’ostinato distruttore dell’idea di Europa giocare una scommessa agghiacciante sul destino di milioni di suoi concittadini per un mero calcolo politico e una teoria improbabile sull’immunità di gregge. Non riesco a non pensare al comportamento criminale di quei membri del partito comunista cinese, che hanno voluto nascondere l’infezione per non disturbare lo svolgersi del capodanno, con un percorso identico a quello già visto a Chernobil.

Percepisco un’Europa ancora incosciente, che tiene aperti i seggi per le elezioni nel pieno della crisi e che non chiude le scuole fino all’ultimo, ma sembra pronta – dietro le frasi di circostanza – a spartirsi i nostri resti, quelli di un Paese imprevidente che adesso è giusto che paghi le sue ataviche colpe.

Oppure sono solo invecchiato, e non vedo ancora le opportunità di ricostruire la nostra casa comune più solida e resiliente di prima, grazie all’esperienza accumulata e all’energia dei giovani.

Quando usciremo da questa situazione – perché ne usciremo, per il lavoro di gruppo, per il sacrificio di alcuni, per l’intuizione di un uomo o donna di scienza, o forse solo per l’effetto miracoloso del caldo – dovremo riscrivere tanti capitoli della storia futura.

Lo faremo con l’immaginazione, che non ci è mai mancata, la competenza che abbiamo sempre perseguito e con il buon senso che talvolta abbiamo smarrito.

Lo faremo, infine, con molto più orgoglio e confidenza nelle nostre capacità.

Ecco perché, uniti, ce la faremo.

 

Paolo D’Alfonso
Co-head della Direzione Wealth Management

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