Orca!

Un’isola di spettacolari paesaggi con vulcani, geyser, cascate, lava che erutta dal ghiaccio, estati in cui il sole non tramonta mai e inverni di buio infinito. Siamo in Islanda.

E proprio in Islanda, da un mese, è attiva ORCA (nome che richiama il finlandese orka che significa “energia”).

A cosa serve? A dare una mano alle piante e al Pianeta. Sì perché le piante, nel loro ciclo vitale, assorbendo anidride carbonica dall’ambiente circostante e rilasciando ossigeno, attraverso la fotosintesi clorofilliana, ripuliscono l’atmosfera dalla CO2, uno dei gas serra maggiormente responsabili del riscaldamento globale. Purtroppo, però, la loro azione non può bastare e per giunta gli studi dimostrano che sta diminuendo di intensità e che l’ecosistema è sempre meno efficiente come mitigatore del cambiamento climatico (ricerca della Nanjing University pubblicata su Science).

D’altro canto, anche se le nazioni riuscissero a mantenere gli impegni degli Accordi di Parigi, non è detto che quella riduzione della CO2 sarebbe sufficiente a contenere l’innalzamento della temperatura media sulla Terra. Esperti come il glaciologo Peter Wadhams, infatti, sostengono che il taglio delle emissioni non riuscirà ad arrestare il processo di scioglimento dei ghiacci artici dovuto al riscaldamento.

Ridurre le emissioni di gas serra nell’atmosfera è fondamentale per salvare la Terra ma non basta: è indispensabile eliminare quelli rilasciati negli ultimi 200 anni.

La Carbon capture, letteralmente cattura del diossido carbonio, può essere la soluzione.

Sono diversi i centri di ricerca e le aziende che stanno sperimentando tecnologie per la cattura del carbonio e anche per le fasi successive del processo perché, ovviamente, una volta aspirata, la CO2 va messa da qualche parte oppure, meglio ancora, va utilizzata. CCUS è appunto l’acronimo carbon capture, utilization and storage e l’ORCA, progetto della startup svizzera Climeworks, affiancata dall’islandese Carbfix, di Reykjavík, ha trovato una soluzione.

Otto silos-container estraggono l’anidride carbonica con aspiratori e filtri ad alta tecnologia. Il carbonio viene isolato, miscelato con acqua e pompato in profondità nel sottosuolo, dove si mineralizza cioè si trasforma lentamente in roccia (la conformazione dell’Islanda favorisce queste azioni). L’intero processo è alimentato da energia rinnovabile prodotta da una centrale geotermica.

La Carbon capture al momento è una tecnologia costosa, ma la necessità ambientale e il bisogno di aziende e consumatori di ridurre la propria impronta di carbonio fanno sì che sia anche un’opportunità di business e quindi fanno ben sperare in una più vasta diffusione e in un contenimento dei costi.

D’altronde, il sistema produttivo mondiale, al momento, è fortemente dipendente dai combustibili fossili per cui una conversione totale e immediata alle rinnovabili è difficilissima da perseguire in tempi brevi e la carbon capture consentirebbe una transizione graduale, liberando nel frattempo l’atmosfera dalla CO2 emessa da carbone e petrolio.

Attualmente sono una quindicina gli impianti cattura CO2 nel mondo e la compagnia petrolifera statunitense Occidental sta realizzando il più grande per estrarre 1 milione di tonnellate all’anno di anidride carbonica, in prossimità dei giacimenti petroliferi del Texas.

America, Norvegia, le nazioni ricche di combustibili fossili o che hanno centrali a carbone per sostenere il loro fabbisogno energetico sono particolarmente interessate a ridurre l’impatto ambientale assorbendo CO2 dall’atmosfera e saprebbero anche dove stoccarla e cioè nelle miniere e nei giacimenti petroliferi ormai esauriti. Chi ha tante centrali a carbone potrebbe azzerare le emissioni installando sulle ciminiere impianti cattura CO2. Paesi come la Cina, che hanno centrali a carbone giovani con capacità operative ancora per 30 anni e di cui non si sa con certezza se siano davvero previste chiusure, potrebbero almeno catturare le emissioni.

Il cambiamento climatico sta procedendo inesorabilmente, l’impegno di ciascuno di noi è avanzare più velocemente per frenarlo, con la tecnologia e con le scelte quotidiane responsabili anche in ambito di investimenti finanziari.

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