Non tutti i dati vengono per nuocere

Redditi, risparmi, casa, debiti, assicurazioni, investimenti, pensione. Sono una parte fondamentale della nostra vita. Le informazioni relative sono custodite presso vari soggetti: banche, datori di lavoro, enti di previdenza, compagnie di assicurazione, Pubblica Amministrazione. Sono informazioni da proteggere e da usare con cura per migliorare il nostro benessere.

Se ci pensate, la finanza personale è una delle aree in cui i grandi colossi digitali come Apple, Google, Amazon e Facebook non sono particolarmente presenti. Per ora. Eppure anche nella finanza personale i dati sono il nuovo petrolio. Per i soggetti come le banche, da sempre al centro della finanza personale degli individui, il patrimonio non è solamente rappresentato dai soldi dei clienti, ma anche dai dati sulle loro entrate, le loro uscite, i loro risparmi e così via. La questione è, da una parte, proteggere questi dati da usi impropri e, dall’altra, sfruttare tutto il potenziale che possono esprimere in relazione al miglioramento delle scelte finanziarie delle famiglie.

Come fa un intermediario a far capire la necessità di una polizza di protezione o di un piano previdenziale a una persona di cui non conosce la capacità di risparmio? È molto difficile, perchè quella persona potrebbe giustamente obiettare che non ha i soldi per sottoscriverla.

Non solo: c’è un modo per aiutare le famiglie a risparmiare facendo leva sulla conoscenza delle loro spese? Certamente, ed è quello che diverse app stanno cercando di fare. La partita per la gestione di questa imponente massa di dati è appena cominciata e coinvolge sia i tradizionali player finanziari e assicurativi che nuovi entranti digital-only. Le regole sono state fissate dalla direttiva PSD2 e dal regolamento GDPR, che sotto certe condizioni consentono ai clienti di trasferire i dati sui propri rapporti bancari e finanziari a soggetti diversi da quelli con cui intrattengono gli stessi rapporti. Può trattarsi di altri intermediari finanziari e assicurativi, ma anche di startup fondate da “smanettoni” che raccolgono e aggregano i dati per costruire a favore dei primi dei “target markets” molto precisi.

E i colossi digitali di cui parlavamo prima? Apple, Facebook, Google, Amazon si sono rivelati molto bravi nel profilare centinaia di milioni di consumatori guardando ai siti consultati, agli articoli letti, ai post pubblicati sui social media, alle foto dei piatti ordinati nei ristoranti e delle località visitate. Tutte queste informazioni vengono utilizzate per pilotare le offerte di una miriade di beni e servizi sul web e, purtroppo, come abbiamo visto, anche per tentare di manipolare gli orientamenti elettorali. Quel che conta è che nessuno pubblichi sui social i movimenti di conto corrente, il dossier titoli, la busta paga, l’estratto contributivo dell’INPS o il rogito dell’acquisto della casa. Si tratta di informazioni che anche i più fiduciosi e estroversi mantengono riservati. Ecco spiegata l’attuale assenza di Google & co. dalla gestione dati sulla finanza personale. Che però ha già registrato dei tentativi di ingresso dalla “porta di servizio”: nell’agosto dello scorso anno, il Wall Street Journal ha riferito di una trattativa avviata da Facebook con alcune banche USA, alle quali ha proposto di comunicare con i rispettivi clienti sul canale Messenger in cambio del trasferimento di dati sui propri utenti. Per ora le banche non sembrano avere aderito (o meglio, abboccato) all’offerta, per ovvi motivi.

I soggetti come le banche che custodiscono queste informazioni devono poi essere molto rigorosi nel proteggerle dai cyber-attacchi, sia a scopo estorsivo che a scopo terroristico, sempre nell’interesse dei loro clienti. E questa è la fondamentale difesa. L’attacco consiste invece nell’organizzare, aggregare, integrare ed elaborare questi dati allo scopo di migliorare la propria offerta.

Il collocamento dei prodotti finanziari, previdenziali e assicurativi può diventare più efficace grazie al un uso avanzato dei dati sulla finanza personale delle famiglie, nel pieno rispetto della loro privacy. Tante distorsioni comportamentali tipiche dell’uso dei propri soldi possono essere corrette in automatico con un uso sistematico dei loro dati di consumo e di investimento. Questo è un ambito di applicazione dell’intelligenza artificiale i cui risultati non solo sono socialmente utili, ma anche meno incerti di quelli che invece sono riscontrabili a oggi nella gestione di portafogli sui mercati finanziari, in cui è difficile creare algoritmi più “smart” di quelli concorrenti.

Non c’è – e credo che non ci sarà mai – un algoritmo magico per diventare ricchi più o meno in fretta investendo i propri soldi, ma, come è prioritario che sia, è possibile lavorare sulle informazioni finanziarie di grandi collettività di risparmiatori e consumatori per ridurre significativamente la loro vulnerabilità economica agli eventi avversi della vita.

 

Marco Liera
Fondatore YouInvest SpA

 

Marco Liera (Milano, 1965) ha fondato nel 2011 YouInvest, società di consulenza e formazione per banche e assicurazione, di cui è attualmente amministratore delegato.
Giornalista finanziario e scrittore, dal 1992 al 2010, ha lavorato presso il Il Sole 24 Ore, dove ha creato e diretto per otto anni il settimanale Plus24. È stato professore a contratto al Corso di Laurea in Discipline Economiche e Sociali (DES) dell’Università Bocconi di Milano e alla Facoltà di Economia dell’Università di Parma. È relatore e docente a seminari e convegni per risparmiatori e professionals. È laureato in Economia Aziendale all’Università Bocconi di Milano.
Ha scritto e pubblicato: Finanza Personale, Il Sole 24 Ore, 2010; Capire la Borsa, Il Sole 24 Ore, 2000 e 2005 con Andrea Beltratti, 2009 come unico autore; Re di denari, Sperling & Kupfer, 2001; La pianificazione finanziaria della famiglia, Il Sole 24 Ore, 1997, 2000; Investire in fondi comuni, Il Sole 24 Ore, 1998, 1999; Affari di famiglia, Il Sole 24 Ore, 1994.

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