Metaverso: davvero ci aspetta tutto questo?

Lo sappiamo. Le tecnologie digitali cambiano sempre più rapidamente e rivoluzionano il nostro modo di lavorare, di studiare, di divertirci, di fare tutto. Lo sappiamo, ma non fino in fondo. Insomma, ci adattiamo, ma spesso fatichiamo a vedere cosa ci riserverà il futuro.

Dopo aver accennato a questi temi nell’edizione di Wup dedicata al “Transumanesimo che verrà” Cfr. What’s Up n29), ecco che a fine ottobre Mark Zuckerberg, capo di Facebook – la società che controlla il più grande social network al mondo tra cui Instagram e WhatsApp – ha stupito il mondo e ha deciso di cambiare nome aziendale in “Meta” , con un riferimento esplicito al metaverso.

Metaverso, così viene chiamata la nuova frontiera di Internet, si avvia ad essere il nuovo paradigma dei social network e dell’interazione uomo – macchina.

Non chiarissimo, lo capisco. In effetti nel gennaio 2020, il venture capitalist tecnologico Matthew Ball ha cercato di definire il termine. Ha affermato un po’ candidamente che è tanto difficile spiegare cos’è il metaverso quanto cercare di spiegare come è strutturata Internet oggi a qualcuno che viveva nel 1982.

Il concetto deriva dal romanzo di fantascienza Snow Crash, scritto nel 1992 dall’autore statunitense Neal Stephenson. Nel romanzo, il metaverso è una realtà virtuale – condivisa su una rete mondiale in fibra ottica – in cui le persone, fuggendo dal mondo reale in rovina, accedono anche attraverso terminali pubblici e sono rappresentate da un proprio avatar tridimensionale.

Nel dibattito attuale, il metaverso è generalmente inteso come uno spazio che tenga insieme realtà digitale e fisica, che non ponga limite al numero di utenti che possono essere contemporaneamente presenti e basato su standard e protocolli condivisi che garantiscano un ampio margine di interoperabilità per piattaforme, organismi e tecnologie sviluppate da aziende diverse.

La presentazione di Meta tenuta da Zuckerberg ha suscitato reazioni molto diverse, incluso un senso di dejà vu, in quanto ripropone modelli noti fin dai primi anni Duemila – attraverso videogiochi come The Sims e mondi virtuali come Second Life – resi solo più coinvolgenti e attuali dalla prevista integrazione di tecnologie oggi esistenti ma ancora in larga parte inapplicate e scarsamente diffuse.

«La qualità distintiva del metaverso sarà una sensazione di presenza, come se fossi proprio lì con un’altra persona», ha scritto Zuckerberg.

L’utilità del Metaverso sarà quella di lavorare, giocare e svolgere la vita quotidiana come se fosse nel mondo reale, soltanto che a rappresentarci ci sarà un nostro alter ego virtuale.

Ad esempio, potrò creare un avatar tridimensionale all’interno di una piattaforma, che mi rappresenti nel Metaverso, per partecipare alle riunioni virtuali in ufficio. Una volta terminata la riunione, potrò andare virtualmente a seguire un concerto insieme a colleghi ed amici. Qui ci potrà essere anche uno shop virtuale, come quando l’evento si svolge dal vivo, e potrò acquistare la maglietta del musicista che si esibisce pagando con cripto valute.

Insomma, verrebbero in questa maniera coinvolti diversi strumenti di comunicazione come streaming di eventi live, e-commerce e social.

Per dare un’idea di quello di cui stiamo parlando, l’esempio di proto-metaverso esistente più simile al futuro Meta è quello dei MMORPG, ovvero i giochi di ruolo in rete con milioni di partecipanti in tempo reale, tipo Fortnite, lanciato da Epic Games nel 2017.

Oltre ad essere un videogioco di grande successo, Fortnite sta moltiplicando i suoi introiti anche grazie agli eventi che ha iniziato ad ospitare sulla propria piattaforma. Nel 2020, complice la pandemia, al concerto su Fortnite del rapper americano Travis Scott erano connessi virtualmente 12 milioni di utenti, ognuno con il proprio avatar, solitamente utilizzato per giocare. Numeri impensabili per un evento fisico.

Saranno ovviamente necessari visori, occhiali e sensori, capaci di cogliere le espressioni del volto, sorrisi, smorfie, occhiolini e persino le lacrime. E tutto sarà trasferito sui volti virtuali dei nostri avatar.

Siamo tutti d’accordo sul fatto che nessuno premerà un pulsante e la sua vita apparirà sul metaverso nei prossimi due o tre anni, ma tra cinque o dieci anni invece, ci sentiamo di escluderlo?

Morpheus: Che vuol dire reale? Dammi una definizione di reale. Se ti riferisci a quello che percepiamo, a quello che possiamo odorare, toccare e vedere, quel reale sono semplici segnali elettrici interpretati dal cervello. Questo è il mondo che tu conosci. Il mondo com’era alla fine del ventesimo secolo. E che ora esiste solo in quanto parte di una neuro-simulazione interattiva che noi chiamiamo Matrix. Sei vissuto in un mondo fittizio, Neo.

Gli embrioni tecnologici sono già disponibili. Giochi come Fortnite e Roblox stanno diventando sempre più piattaforme per le interazioni sociali e acquisiscono costantemente nuove funzionalità e opportunità.

Microsoft ha recentemente mostrato come avatar digitali e persone in carne ed ossa possano coesistere nella stessa riunione di Teams.

Allo stesso tempo, Nvidia sta lavorando su Omniverse, una piattaforma di collaborazione che mira a essere un hub per diversi ambienti virtuali. Qualcosa che potrebbe essere una pietra angolare del metaverso.

A lungo termine, la portata di questi servizi aumenterà, ne verranno aggiunti altri e, se tutto andrà secondo i piani, alla fine cresceranno insieme fino a diventare il tipo di comunità virtuale a cui tutti possiamo connetterci.

La grande domanda è però un’altra, vorremo davvero connetterci?

Mi ha colpito un recente articolo del Financial Times sulle interviste di lavoro fatte attraverso le “Interviste video asincrone” (AVP).

Si tratta di una tecnologia software/piattaforma on-line integrata nei dipartimenti di Human Resource di grandi aziende.

Piattaforme come HireVue e Modern Hire sono di fatto “robointervistatori” che registrano i candidati mentre rispondono a una serie di domande, di solito con un limite di tempo per ogni risposta. Gli algoritmi della piattaforma valutano poi il candidato in base a ciò che ha detto, in quanto tempo, e anche in base alle sue espressioni facciali. Ed effettuano la prima selezione.

Gli AVP sono sempre più comuni perché possono essere fatti a basso costo e su larga scala: una catena di grande distribuzione negli Stati Uniti ne stava raccogliendo fino a 15.000 al giorno durante la pandemia.

Le piattaforme affermano che, oltre che più economico, il processo è più equo e meno parziale rispetto ai reclutatori umani, portando a candidati migliori e più eterogenei.

“Emozionati e condividi la tua energia con la fotocamera, lasciando brillare la tua personalità”, questo il consiglio di un’azienda specializzata.

E noi che ci lamentiamo della DAD…

Tuttavia, i ricercatori della University of Sussex Business School hanno avvertito che i giovani in cerca di lavoro si sentono molto confusi e disumanizzati dai sistemi di reclutamento automatizzati.

Riprendiamo le parole di un candidato, che è al suo ultimo anno di università, e che ha fatto circa sette AVP negli ultimi due anni: “Cerco di avere un contatto visivo con la fotocamera, ma trovo difficile non guardare il mio volto sullo schermo. Non sembro affatto naturale. Soprattutto perché quando sono in un’intervista faccia a faccia posso sorridere quando parlo, ma quando sono in un video e cerco di sorridere non ci riesco. Mi preoccupa che se guardo in basso o in alto sembrerà che stia leggendo appunti e verrò scartato. Sembro io stesso un robot”.

Questa è una ricetta per il disastro dell’autostima delle persone, perché per quelle aziende l’AVP è una tecnologia perfetta quindi se sbagli è solo colpa tua. La negazione del concetto stesso di Human Resource.

Ma anche i datori di lavoro sono destinati a perdere. Gli AVP, infatti, selezionano le persone che parlano bene nel vuoto, non le persone capaci di interagire bene con gli altri, invece è proprio quest’ultima la caratteristica più importante nella maggior parte dei lavori.

Insomma, il metaverso sarà un grande esperimento tecnologico e sociale, e vedremo chi – come in Matrix – vorrà scegliere la pillola rossa e chi quella blu.

Nel frattempo, godiamoci le prossime feste con le persone che amiamo, anche con la mascherina se necessario, e senza abbracci virtuali. Per quelli, ci sarà tempo in futuro.

 

Paolo D’Alfonso
Co-head della Direzione Wealth Management

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