Un mare di fumo

Sono nato in una città di mare. Mi ritengo fortunato e ho sempre guardato con una certa superiorità i miei simili nati in pianura o in montagna, destinati a convivere con neve e nebbia. “Vado a respirare un po’ di aria buona – dicevo – vado a fare una bella passeggiata sul molo”. Che ingenuo…

Il molo della mia città è sostanzialmente nel mezzo del porto, dove attraccano le navi mercantili, i rimorchiatori, gli yacht, le mega navi da crociera e pure le navi della Marina Militare.

L’impatto delle emissioni inquinanti collegate al trasporto marittimo è un aspetto ancora poco conosciuto e quindi sottovalutato.

Ma le misurazioni effettuate nei pressi del porto di Genova, e di altre città italiane, forniscono dati tutt’altro che rassicuranti, quasi impossibili da ignorare. A dirlo sono i membri dell’associazione Cittadini per l’aria che, con il supporto scientifico di esperti della ONG tedesca NABU, hanno avviato il progetto “Facciamo respirare il Mediterraneo”.

Nel capoluogo ligure, sono state evidenziate concentrazioni molto elevate di particolato ultrafine, superiori addirittura a 40 volte quelle registrate in zone “normali”. Le misurazioni, condotte a 800 metri dal porto durante le operazioni di attracco delle navi da crociera e dei traghetti, hanno evidenziato livelli di polveri ultra fini allarmanti, con picchi fino a 80.000 pt per centimetro cubo. Generalmente, nelle zone remote con buona qualità dell’aria, il numero delle particelle è inferiore a 2.000 pt/cc. Ad esempio, nelle grandi città, il livello varia invece da 3.000 a 5.000 pt/cc, per arrivare a 10,000 pt/cc in strade con molto traffico.

Non deve sorprendere, quindi, il risultato di uno studio promosso nel 2016 dai residenti nel comprensorio di Civitavecchia e coordinato dal Dipartimento di Epidemiologia del Servizio sanitario della regione Lazio, che ha evidenziato come la residenza entro 500 metri dal perimetro del porto sia associata ad incrementi di rischio di mortalità per tumore al polmone (+31%) e di mortalità per malattie neurologiche (+51%) rispetto ai residenti in altre zone.

I livelli di inquinamento su alcuni ponti delle navi da crociera sono effettivamente peggiori rispetto a quelli delle città più inquinate al mondo, secondo quanto rivela un’inchiesta condotta dell’emittente televisiva britannica Channel 4.

L’indagine (sotto copertura) si è svolta a bordo delle navi della più grande compagnia di crociere britannica, la P&O Cruises, e ha comportato la misurazione delle “particelle ultrasottili” che si trovano nell’aria.
In base alle rilevazioni effettuate con un apposito strumento, i giornalisti hanno attestato che, accanto ai fumaioli della nave, le particelle ultrasottili hanno raggiunto un picco di 226.000. Con lo stesso dispositivo, il team ha misurato l’aria intorno a Piccadilly Circus, registrando un livello “solo” di 38.400. La conclusione alla quale sono giunti gli autori dell’inchiesta è che una nave da crociera può emettere tanto particolato quando un milione di automobili al giorno.

Oggi, le navi continuano a navigare sfruttando carburanti (olio pesante, bunker oil) il cui tenore di zolfo può raggiungere addirittura il 3,5%.

Non fraintendiamo, quella via mare è ancora la modalità di trasporto dei beni energeticamente più efficiente, considerando che le emissioni di CO2 necessarie per trasportare una tonnellata di merci per un chilometro in mare sono appena il 25% di quelle relative al trasporto su gomma per la stessa distanza, e appena l’1% di quelle previste dal trasporto aereo (Giraffe Innovation, 2009).

Il trasporto navale internazionale è comunque responsabile di circa il 3% del totale delle emissioni inquinanti globali – più di quanto è attribuibile ad in intero paese come la Germania – ma non esiste purtroppo ancora una regolamentazione davvero seria come quella ad esempio del settore automobilistico.

Sono impiegati cargo sempre più grossi, lunghi anche 400 metri e larghi 60, per contenere il costo per tonnellata trasportata. Possono portare sino a 20.000 containers. I loro motori bruciano tonnellate di carburante, ovviamente il meno costoso possibile, sempre per comprimere i costi.

Carburanti assolutamente vietati per il trasporto terrestre, ma si sa, il mare è praticamente terra di nessuno.

Ma allora – direte voi – se UE, governi e lobbies ecologiste sono così preoccupati per l’inquinamento dei mari e il riscaldamento globale, tanto da aver deciso di vietare prossimamente tutte le auto a motore diesel del pianeta e sostituirle con motori elettrici, perché non pongono qualche limite ai mega-cargo e alle mega-petroliere?

Prova a spiegarcelo l’economista Mark Levinson, autore dello studio più approfondito sui containers, The Box: How the Shipping Container Made the World Smaller and the World Economy Bigger, che scrive: “La gente crede che la globalizzazione sia dovuta alla disparità dei salari, che provoca la delocalizzazione della produzione in Asia o dovunque la manodopera è meno cara. Errore: la disparità di salari esisteva anche prima della mondializzazione. Quello che permette lo sfruttamento della manodopera a basso costo, per fare prodotti da vendere poi sui mercati di alto reddito, è l’abbassamento tremendo dei costi di trasporto navale. Questo è il fattore cruciale, reso possibile dai containers e dalle mega-cargo, che riducono il costo all’osso”.

Costi talmente bassi, “che conviene spedire i merluzzi pescati nel mar di Scozia in Cina in container refrigerati per essere sfilettati e ridotti a bastoncini in Cina, e poi rimandati ai supermercati e ristoranti di Scozia, piuttosto che pagare degli sfilettatori scozzesi”. Questo ce lo racconta bene Rose George, giovane giornalista britannica che, dopo aver percorso 10 mila chilometri fino a Singapore a bordo di una portacontainer, ha scritto il libro: “Novanta per cento di tutto – Dentro l’industria invisibile che ti porta i vestiti che indossi, la benzina nella tua auto e il cibo nel tuo piatto”.

Forse non sarà una sorpresa, ma il 90% di ciò che ci occorre e che acquistiamo, ci viene portato dalle portacontainers, sia sotto forma di prodotti finiti che di semilavorati.

Proprio perché è un aspetto vitale del nostro sviluppo, c’è molta prudenza nell’affrontare gli aspetti ambientali di questi temi, nel timore di ripercussioni economiche di secondo livello molto gravi.

Secondo il rapporto ”Out of the Bunker – Time for a fair deal on shipping emissions“, redatto dalle associazioni Oxfam e Wwf, per circoscrivere il fenomeno basterebbe comunque raddoppiare il prezzo delle emissioni di CO2 del comparto, una tassa di circa 25 dollari per tonnellata emessa. Questo spingerebbe ad adottare nuove soluzioni.

Già esistono infatti le tecnologie per poter ridurre queste emissioni del 75%. Quello che manca è la volontà, per le tante ragioni espresse nelle righe precedenti.

Entro il 2050 l’Unione Europea prevede che – senza interventi – sia probabile un incremento delle emissioni di gas serra fino al 250%, situazione incompatibile con gli accordi di Parigi.

Ho provato a leggere vari documenti della Commissione: non sono un esperto, ma la sensazione che ne ho ricavato è che tutto il progetto sia lento, tremendamente lento.

Non c’è poi solo il tema dell’inquinamento derivante dai motori.

Lo scarico di acque di zavorra da parte delle navi, se non effettuato correttamente (cosa che avviene assai spesso, purtroppo), può inoltre dar luogo a versamenti di idrocarburi direttamente in acqua.

Come se non bastasse, un’ulteriore minaccia proviene dal fatto che tali acque sono veicolo di trasporto di specie alloctone (provenienti cioè da altri continenti) particolarmente invasive. Grazie ad adattamenti fisiologici, innalzamento delle temperature marine, maggior tolleranza agli stress ambientali e adozione di strategie di sopravvivenza basate sull’esplosione riproduttiva, stanno entrando in competizione con le specie marine locali, alterando profondamente le dinamiche dell’ecosistema.

Nel frattempo, la prossima volta che andrò a fare una passeggiata sul molo della mia città natale, guardando quei giganti con le ciminiere fumanti e i cormorani sugli scogli al posto dei gabbiani, mi verrà un po’ di tristezza. Ma in fondo i liguri, come canta Paolo Conte, sono gente strana.

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