La view del Comitato Investimenti di Banca Consulia

Ormai è praticamente certo, anche il Regno Unito parteciperà alle elezioni europee. L’uscita dall’UE dovrebbe avvenire a fine ottobre ma l’esito finale della vicenda Brexit finisce in secondo piano rispetto agli impatti che i 73 seggi in quota UK dovrebbero avere sugli equilibri politici del continente. Il caos britannico non può che aumentare l’incertezza del risultato in Europa, tenuto conto che i sondaggi prospettano una buona affermazione del Brexit Party, a rimpolpare le fila degli euroscettici.

Con l’avvicinarsi della scadenza elettorale di fine mese crescerà inevitabilmente l’attenzione sul tema della governabilità europea ma certamente, in questo momento, sono i destini della trattativa Usa-Cina sui dazi ad interessare di più gli operatori, che hanno risposto ai duri tweet di Trump di domenica con due giornate di sell-off generalizzato, sebbene contenuto (lo S&P ha chiuso ieri a circa -1.9% e l’Eurostoxx a -2.89% in due sedute). L’escalation sembrerebbe legata ad un rallentamento nelle trattative e ad un tentativo da parte dei cinesi di rinegoziare quanto già definito.

L’uscita di alcuni dati macro positivi (PIL USA a +3,2% rispetto al +2,2% del quarto trimestre 2018) ed una discreta reporting season hanno probabilmente fatto ipotizzare che economia e mercati fossero in grado di sopportare un po’ di stress sul fronte del trade. Il presidente americano ha obiettivi di breve termine, tra loro collegati, sul piano del sostegno al ciclo economico e della creazione del consenso. Il suo atteggiamento è solo apparentemente umorale, potremmo definirlo di prevedibile imprevedibilità perché altro non è che una strategia negoziale instancabilmente perseguita in maniera spregiudicata. È probabile che alla fine Trump potrà dire di aver ottenuto concreti risultati a favore del suo Paese nel contenimento degli squilibri commerciali creati dalla globalizzazione. Possiamo però anche dare per scontato che nel medio/lungo termine questo nuovo ordine economico mondiale, basato sul protezionismo e su accordi bilaterali, continuerà ad impattare negativamente sulla crescita globale attraverso la riduzione del commercio internazionale.

Il tema cruciale diventa dunque quello di riuscire a mantenere una negoziazione efficace e costruttiva “win-win” tra le principali potenze economiche del pianeta. Le tensioni di questi giorni stanno infatti mettendo a repentaglio la conclusione dell’accordo tra gli americani e i cinesi, che si trovano a dare un’impressione di debolezza culturalmente a loro non confacente e questo potrebbe portarli a non accettare le condizioni di Trump. L’Europa dal canto suo sarà destinataria del prossimo attacco del presidente Usa sull’import/export di autoveicoli e mai come oggi la mancanza di unità nell’UE potrebbe danneggiare i Paesi che ne fanno parte. In un mondo trasformato dall’avanzata prepotente di nuove tecnologie è quantomai necessaria una capacità lungimirante di mediazione perché i fenomeni complessi ed inarrestabili legati alle evoluzioni tecniche possano essere in qualche modo controllati e, nei limiti del possibile, governati. Non a caso il vero oggetto del contendere con la Cina sta nella proprietà intellettuale e nella supremazia nello sviluppo dell’intelligenza artificiale.

In questi primi mesi da incorniciare del 2019, i mercati finanziari si sono poggiati su alcuni importanti elementi di supporto. Il primo, ovvero la diffusa convinzione che l’accordo Usa-Cina fosse ormai una questione archiviata con successo, è venuto meno questa settimana. Il secondo, ovvero la svolta “super-dovish” nelle parole di Powell di inizio anno, sembra essere parzialmente indebolito nella percezione degli operatori dall’atteggiamento neutrale della Fed nella riunione del 1° maggio. Powell ha infatti fatto intendere che lo scenario di futuri tagli, già scontato dal mercato, non è così certo, tenuto conto che il recente calo dell’inflazione può essere considerato “temporary”.

Rimanendo in tema di Banche Centrali, sta diventando sempre più popolare il dibattito sulla Modern Monetary Theory. La MMT è una teoria economica a favore di politiche monetarie direttamente orientate a finanziare, “stampando moneta”, il deficit pubblico di un Paese (quindi alla creazione di nuovo debito pubblico). Possiamo vederla come la naturale evoluzione della tendenza sempre più accomodante delle Banche Centrali, che in questi anni hanno dovuto ricercare nuovi strumenti di stimolo, adottando misure di politica monetaria non convenzionali. La prima è stata l’espansione del Bilancio – il Quantitative Easing – ora intorno ai 15 trilioni di dollari a livello mondiale.

Il QE ha sicuramente permesso agli Stati Uniti di uscire dalla crisi del 2008-2009 e all’Europa di affrontare quella del 2011 ma i banchieri centrali sono i primi ad essere consapevoli che tale strumento può perdere efficacia nel tempo, offrendo risultati sempre inferiori (si pensi all’Europa). La seconda misura di politica monetaria non convenzionale è quella dei tassi negativi, che naturalmente è paradossale perché, esemplificando, nessuno mai sceglierebbe l’opzione di ricevere 10€ domani invece di 20€ oggi, ma ha una sua giustificazione nel favorire la trasmissione dell’impulso fino all’economia reale attraverso l’erogazione del credito. La BCE però si trova in questi anni nella condizione di dover mitigare gli evidenti effetti collaterali sulla redditività del sistema bancario.

In definitiva le armi a disposizione dei banchieri centrali cominciano a diventare obsolete mentre è indubitabile l’effetto sulla crescita di una politica fiscale espansiva. Per finanziarla è necessario il sostegno degli acquisti di debito pubblico ed è qui che può entrare in gioco la MMT. L’ovvia conseguenza negativa è quella di esporre a rischi inflazionistici estremamente elevati una volta raggiunta la piena occupazione ma, ad oggi, tale rischio non preoccupa.

Proprio quando la situazione economica in Europa sembrava migliorare (PIL e PMI manifatturiero in moderato aumento), è arrivato il taglio delle aspettative di crescita per l’Area da parte della Commissione Europea. La crescita del PIL è stata ridimensionata dello 0,1% sia per il 2019 che per il 2020 (rispettivamente a +1,2% e +1,5%), coerentemente con una moderata contrazione dell’attività economica e con la revisione più importante che arriva dalla Germania, a +0,5% dall’1,1% pubblicato in precedenza. All’Italia viene attribuito il tasso di crescita più basso (+0,1%) ed il deficit è stato rivisto a 2,5% per il 2019 e 3,4% nel 2020 (senza aumenti dell’IVA o senza la copertura eventuale della clausola di salvaguardia). Le prospettive italiane sono quindi di un rapporto Deficit/PIL che apre effettivamente le porte a raccomandazioni di rientro da parte della Commissione in occasione della presentazione del Country Report attesa per il prossimo 5 giugno, senza contare l’eventuale procedura di infrazione che si potrebbe poi aprire nella seconda parte dell’anno. È oggettivamente sempre più difficile per il governo portare avanti le proprie promesse elettorali evitando l’aumento dell’IVA, che peraltro non è un tabù se viene ridimensionato e controbilanciato da una riduzione delle imposte sul reddito.

Per quanto riguarda il petrolio, nonostante le numerose tensioni dal lato dell’offerta (schermaglie militari in Libia, note vicende di politica interna in Venezuela, sanzioni all’Iran), le quotazioni hanno subito un importante calo (WTI a -7.39% in USD dal 23/04 al 07/05) legato in gran parte alla posizione della Russia. I russi temono infatti che, proseguendo con i tagli alla produzione stabiliti nella riunione Opec+ di dicembre scorso, continuerebbero a perdere quote di mercato a favore dello shale oil americano. Saranno quindi decisivi gli esiti dei prossimi incontri dell’Opec+ del 19 maggio e del 26 giugno. Il contesto, come si è visto, depone teoricamente a favore di un rafforzamento del greggio. Tuttavia, si dovesse assistere ad ulteriori ribassi in concomitanza dei meeting, questi potrebbero diventare l’occasione per prese di beneficio in borsa.

Comitato Investimenti del 7 maggio 2019
Comitato Investimenti di Banca Consulia

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