La view del Comitato Investimenti di Banca Consulia

La presa di posizione da parte del presidente Trump sulla drammatica questione siriana, peraltro lungamente e colpevolmente ignorata dall’opinione pubblica mondiale, ha il sapore di un’ennesima manovra diversiva da parte del tycoon newyorkese. La principale motivazione, infatti, sembra essere il voler spostare l’attenzione dalle problematiche interne che mettono a repentaglio la sua leadership, insidiata dallo scandalo del Russiagate e pressata dalla necessità di attuare le riforme promesse in campagna elettorale. Le schermaglie tra Washington e Mosca hanno ad oggi causato più che altro un innalzamento della tensione geopolitica globale, senza tuttavia che i principali mercati si dimostrassero particolarmente preoccupati dalla questione. Gli impatti finora hanno riguardato principalmente la borsa e la valuta russe, nonché il prezzo del Brent, spinto sopra ai 70 dollari al barile dai timori di un attacco americano in Siria.

Durante il mese è stata al centro dell’attenzione dei mercati anche la situazione di “trade war” determinata dagli USA. Lo scopo degli Stati Uniti nell’introdurre i dazi, in realtà, sembrerebbe essere quello di puntare a degli accordi bilaterali migliori con i vari partner commerciali, in particolare con la Cina. Questo determinerebbe un potenziale travaso di ricchezza verso gli USA, risolvendo parzialmente almeno uno dei due deficit gemelli che da sempre rappresentano il tallone d’Achille della economia americana. Per l’altro, quello del debito pubblico, l’impatto della recente riforma fiscale e della avviata normalizzazione di politica monetaria rendono l’impresa pressoché impossibile.

Dalle ultime dichiarazioni accomodanti del presidente cinese Xi Jinping si intuisce come il paese asiatico voglia evitare una vera e propria guerra commerciale e che anzi sia proteso, come mai in passato, a favorire il libero commercio globale. La conferma delle riforme volte ad aprire il mercato interno cinese agli stranieri e ad introdurre una più concreta protezione della proprietà intellettuale, ci fanno ritenere che sia improbabile un’escalation di conflittualità su questo tema e che la questione si possa risolvere attraverso la revisione di alcuni accordi commerciali.

A livello di valutazioni macro, il Global Leading Economic Indicator (LEI) dell’OCSE, concepito per catturare tempestivamente i cambiamenti nell’economia generale, si è stabilizzato nel mese di marzo e il relativo indice di diffusione – che rappresenta la quota dei Paesi con LEI in aumento – è sceso al di sotto del 50%. Storicamente una discesa dell’indice di diffusione ha anticipato una correzione del LEI composito.

Anche il Citi Economic Surprise Index (CESI) per i Paesi del G7 è risultato in calo il mese scorso e in maniera più marcata quello relativo all’Area Euro e al Giappone. Anche l’indice Current Activity Indicator (CAI) di Goldman Sachs sembra aver raggiunto il picco massimo per le economie sviluppate.

Nonostante quindi i principali indici anticipatori siano ancora in territorio espansivo, si intravvedono segnali di una leggera decelerazione, a conferma di come la crescita globale abbia probabilmente raggiunto il suo picco massimo. Nel biennio 2017-18 anche i paesi precedentemente in recessione si sono allineati alla congiuntura favorevole ed oggi il ciclo economico potrebbe quindi esprimere la sua fase di top.

Dall’ultimo comitato è proseguita la correzione dell’equity rispetto ai massimi di fine gennaio, sostanzialmente a causa del sentiment negativo legato ai rischi di una guerra commerciale ed all’avvitamento del settore tecnologico americano innescato dal caso Cambridge Analytica/Facebook. Questo storno ha riportato le valutazioni a livelli più ragionevoli e guardando le stime del P/E americano 2018 – 2020 si può osservare che si è tornati a livelli in linea con la media storica.

L’espansione dei multipli, che in passato era stata sostenuta dalla discesa dei tassi d’interesse, adesso dovrebbe essere sostenuta dalla riduzione della tassazione introdotta dall’amministrazione Trump, generando un effetto positivo sulla crescita degli utili per i prossimi due anni. In attesa dei dati della reporting season americana, le stime vedono gli utili in crescita nel 2018 di circa il 20% rispetto al 2017, di cui circa la metà derivante dagli effetti stimati della riforma fiscale. Già per il primo trimestre 2018, il consensus degli analisti di Thomson Reuters stima una crescita media dei profitti delle società che fanno parte dell’indice S&P 500 del 18%.

Anche in Europa le previsioni sono positive, anche se più contenute: il consensus indica una crescita media degli utili del 3,4% per il primo trimestre. Guardando poi alle stime dei singoli Paesi se ne possono notare di più favorevoli, come nel caso di Piazza Affari. Le società italiane che fanno parte dello Stoxx 600 dovrebbero rilevare una crescita degli utili media del 16,7%.

Non a caso il listino italiano risulta tra i migliori da inizio anno (+5.70% YTD al 12/04) grazie alla migliorata situazione delle banche. Da un lato, l’annunciata uscita dal QE è attesa contrastare la debolezza del settore, fortemente penalizzato negli ultimi anni da tassi sempre prossimi allo zero. Dall’altro lato, il tema dei NPL sembra essere stato ridimensionato grazie ai numerosi aumenti di capitale e gli investitori sono più confidenti sulla solidità dei bilanci. Tuttavia, guardando un po’ più in là, quello bancario resta comunque un business la cui redditività potrebbe faticare a tornare a livelli elevati in Europa se è vero che, in analogia con il Giappone, il contesto di forte sbilancio demografico non è compatibile con il ritorno a livelli elevati dei tassi di interesse.

Comitato Investimenti di Banca Consulia

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