La punta dell’iceberg

In questo articolo vorrei prendere spunto da un fatto di cronaca molto dibattuto in questi giorni, ovvero il caso Facebook/Cambridge Analytica, per cercare di capire se si tratti di una ‘semplice’ vicenda di privacy violata o se invece non vi sia qualcosa di molto più importante che non viene ben esposto ai cittadini di mezzo mondo.

Sono un tipo sospettoso, lo ammetto, e i romanzi di Le Carrè e Follet non sono mai mancati in casa mia.

Proprio per questa deformazione, ho cominciato a fare ricerche sul caso principale, ovvero quello di Cambridge Analytica. Quello che facevo davvero fatica a comprendere dalle ricerche condotte su Google, era quale fosse il punto della situazione. Nessuno di noi, credo, sia inconsapevole del fatto di venire tracciato per fini pubblicitari, per cui non riesco a capire la sorpresa di essere tracciati per finalità di influenza politica.

Cambridge Analytica è stata fondata nel 2013 da Robert Mercer, un miliardario imprenditore statunitense con idee molto conservatrici che, tra le altre cose, è uno dei finanziatori del sito d’informazione di estrema destra Breitbart News, diretto da Steve Bannon (ex consigliere e stratega di Trump durante la campagna elettorale). Cambridge Analytica è specializzata nel raccogliere dai social network un’enorme quantità di dati sui loro utenti: quanti “Mi piace” mettono e su quali post, dove lasciano il maggior numero di commenti, il luogo da cui condividono i loro contenuti e così via. Queste informazioni sono poi elaborate da modelli e algoritmi per creare profili di ogni singolo utente, con un approccio simile a quello della “psicometria”, il campo della psicologia che si occupa di misurare abilità, comportamenti e più in generale le caratteristiche della personalità. Più “Mi piace”, commenti, tweet e altri contenuti sono analizzati, più è preciso il profilo psicometrico di ogni utente.

Oltre ai profili psicometrici, Cambridge Analytica ha inoltre acquistato nel tempo molte altre informazioni, che possono essere ottenute dai cosiddetti “broker di dati”, società che raccolgono informazioni di ogni genere sulle abitudini e i consumi delle persone.

Cambridge Analytica dice di avere sviluppato un sistema di “microtargeting comportamentale”, che significa solo ‘pubblicità altamente personalizzata su ogni singola persona’. I suoi responsabili sostengono di riuscire a far leva non solo sui gusti, come fanno già altri sistemi analoghi per il marketing, ma sulle emozioni degli utenti. Se ne occupa un algoritmo sviluppato dal ricercatore di Cambridge (da qui il nome dell’azienda) Michal Kosinski. Il modello è studiato per prevedere e anticipare le risposte degli individui. Kosinski sostiene che siano sufficienti informazioni su 70 “Mi piace” messi su Facebook per sapere più cose sulla personalità di un soggetto rispetto ai suoi amici, 150 per saperne di più dei genitori del soggetto e 300 per superare le conoscenze del suo partner. Con una quantità ancora maggiore di “Mi piace” è possibile conoscere più cose sulla personalità rispetto a quante ne conosca il soggetto.

Già abbastanza inquietante. Ma come si è arrivati a questo punto?

Ci viene incontro Eli Parisier, autore del libro ‘Il filtro: quello che internet ci nasconde’.

Tutto ha inizio il giorno 4 dicembre 2009, sul blog ufficiale di Google, racconta il libro.

Il blogger Danny Sullivan, che analizza i post di Google per capire quali saranno i prossimi progetti dell’azienda, ha trovato molto interessante il post di quel giorno, dal titolo ‘Ricerche personalizzate per tutti’. Per il blogger si trattava del più grande cambiamento mai avvenuto nei motori di ricerca. Da allora è emerso che Google usa 57 indicatori – dal luogo in cui siamo al browser che stiamo usando, fino al tipo di ricerche che abbiamo fatto in precedenza – per cercare di capire chi siamo e che genere di siti ci piacerebbe visitare. Anche quando non siamo online, continua a personalizzare i risultati e a mostrarci le pagine sulle quali probabilmente cliccheremmo. Di solito si pensa che facendo una ricerca su Google tutti ottengano gli stessi risultati, quelli che per il famoso algoritmo dell’azienda, PageRank, hanno maggiore rilevanza in relazione ai termini cercati. Ma, dal dicembre 2009, non è più così. Oggi vediamo i risultati che secondo PageRank sono più adatti a noi, mentre altre persone vedono cose completamente diverse.

In altre parole, Google non è più uguale per tutti. L’annuncio di Google ha segnato il punto di svolta di una rivoluzione importante, ma quasi invisibile, nel nostro modo di consumare le informazioni.

Ritorniamo adesso ai nostri giorni.

Nell’estate del 2016, il comitato di Trump affidò a Cambridge Analytica la gestione della raccolta dati per la campagna elettorale.

Furono usate grandi quantità di account fasulli gestiti automaticamente (“bot”) per diffondere post, notizie false e altri contenuti contro Hillary Clinton, modulando la loro attività a seconda dell’andamento della campagna elettorale. Gli interventi erano quasi sempre in tempo reale, per esempio per riempire i social network di commenti durante i dibattiti televisivi tra Trump e Clinton, gli eventi più attesi e seguiti dagli elettori. Ogni giorno venivano prodotte decine di migliaia di annunci pubblicitari, sui quali misurare la risposta degli utenti online e ricalibrarli privilegiando quelli che funzionavano di più. Tutte attività sulle quali da anni Cambridge Analytica dice di avere grandi capacità e conoscenze.

Proviamo adesso a unire i puntini.
Più crescono le informazioni che mettiamo a disposizione su Internet (e non solo su Facebook), più siamo profilati bene e secondo tecniche così avanzate che probabilmente il software sa più della nostra personalità profonda di quanto ne sappiamo noi; in tal modo possiamo essere target mirati di messaggi non solo pubblicitari ma anche politici, in grado di influenzare le nostre decisioni di acquisto e di voto. Non stiamo parlando quindi di email spam, ma di come il mondo ci viene presentato attraverso il nostro browser e di come ci vengono messe a disposizione le notizie sui principali siti che frequentiamo.

D’altra parte Internet ha dato a ognuno di noi la possibilità di accedere senza mediazioni a qualsiasi contenuto, ma sempre più stiamo capendo che una parte dell’informazione disponibile in rete è inaffidabile ma credibile. E questo è il vero pericolo.

Come sottolinea il Prof. Quattrociocchi nel libro “Misinformation” non è possibile riflettere su questi temi senza considerare i meccanismi che riguardano sia l’aggregazione delle informazioni sui social che dinamiche psicologiche come il confirmation bias, il fenomeno per cui inevitabilmente privilegiamo le informazioni che consolidano le nostre opinioni.

È proprio questa tendenza che ci porta a circondarci di contatti che la pensano grossomodo come noi e con i quali creiamo delle comunità virtuali coese, che si rapportano invece poco (e male) con le altre “tribù”. Politica, economia, salute: sono molti i temi su cui ci si scontra nei dibattiti da tastiera e, come dimostrano le ricerche di Quattrociocchi, la comunicazione online tende a fortificare la polarizzazione delle opinioni. Ci chiudiamo in echo chambers, “casse di risonanza” nelle quali interagiamo con chi sostiene la nostra prospettiva: un meccanismo tanto rassicurante quanto pericoloso.

In tutto questo, il World Economic Forum parlava già nel 2013 dei pericoli dell’esplosione digitale, con un focus particolare sulla viralità delle fake news. Il ruolo che è stato di giornali, radio e televisione sulla formazione dell’opinione pubblica oggi viene assunto dalla rete. Ciò che rende questo passaggio rivoluzionario è che dal one to many siamo passati al many to many: siamo tutti emittenti e potenzialmente abbiamo la stessa credibilità. Se abbiamo una rete di contatti sufficiente a darci spazio, possiamo veicolare informazioni false o dubbie. E se è vero che altri utenti possono arginarne la diffusione, la correzione non è scontata né immediata.

In tutta questa vicenda al momento c’è moltissimo fumo, ma nessuno ha ancora trovato l’arrosto, la prova definitiva e incontrovertibile, soprattutto sugli eventuali legami tra Trump, Russia e Cambridge Analytica. Alcune valutazioni nell’inchiesta sul Guardian suonano un po’ esagerate, considerato che molte cose sul funzionamento di Cambridge Analytica e sulla raccolta dati tramite Facebook erano già note.

Ma in fondo penso che non sia questo il punto principale, si tratta solo della punta dell’iceberg.

Come avrete capito, l’inchiesta del giornale ha il pregio fondamentale di portare nuovi spunti concreti, e non solo ideologici, nel grande dibattito su Internet.
Oltre ai temi di profilazione, ci sono poi pratiche di commercializzazione dei nostri dati personali opache, intorno alle quali girano grandissimi interessi economici; c’è poi la facilità con cui – grazie all’intelligenza artificiale – si possono diffondere contenuti virali non solo falsi ma anche parziali perché personalizzati sui nostri gusti, portando ad una crescente e sempre più sofisticata manipolazione degli utenti, per finalità sia commerciali che politiche.

Mentre la democrazia richiede che i cittadini vedano le cose dal punto di vista gli uni degli altri, noi oggi siamo paradossalmente sempre più chiusi, ciascuno nella propria bolla, costruita a nostra immagine e somiglianza.

Mi viene quindi in mente l’incredibile modernità del ‘Mito della caverna’ di Platone, tratto proprio dalla sua opera ‘La Repubblica’.

Nella storia, ci sono dei prigionieri che hanno sempre vissuto all’interno di una caverna, con la faccia sempre rivolta verso il fondo e un muretto rialzato e un fuoco alle loro spalle. Sul muretto camminano persone che portano sulla testa statuette di persone, animali e cose e le cui ombre vengono quindi proiettate sul fondo della caverna. I prigionieri pensano che questa sia la realtà, mentre è solo ciò che qualcuno ha deciso che venga percepita come tale. Quando un prigioniero riesce a fuggire, la sorpresa è enorme.

Non credo ci sia bisogno di aggiungere altro.

Adesso vado a recuperare il DVD di Matrix, per tenermi aggiornato sui futuri sviluppi della vicenda, tanto in fondo non si inventa mai nulla di nuovo.

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