La nuova via della seta e il bond connect

«Quivi si fa molta seta». Con queste parole Marco Polo nel 1295 descrisse l’economia della provincia cinese del Catai, caratterizzata dalla produzione della seta, tessuto che in Europa arrivava attraverso un percorso preciso che univa da secoli Oriente e Occidente: la Via della Seta.
Si trattava di un insieme di itinerari terrestri, marittimi e fluviali di circa 8000 chilometri, lungo i quali si snodavano gli scambi tra Oriente e Occidente.

La Nuova Via della Seta, annunciata dalla Cina nel 2013, è invece un’iniziativa strategica per il miglioramento dei collegamenti e della cooperazione tra paesi nell’Eurasia ed è conosciuta anche come One Belt, One Road.

Partendo quindi dallo sviluppo delle infrastrutture di trasporto e logistica, la Cina vuole favorire gli investimenti internazionali e gli sbocchi commerciali delle sue aziende. A ciò si aggiunge la proposta di costituire la Banca Asiatica di Investimento per le Infrastrutture (AIIB), con capitale di 100 miliardi di dollari USA, di cui la Cina stessa sarebbe il principale socio.

Ben 62 i Paesi coinvolti, ma tra questi non figurano (ovviamente almeno per questioni geografiche) gli USA.

Come sappiamo, il rapporto tra Trump e la Cina è stato inizialmente molto conflittuale. Tuttavia, con il primo incontro ufficiale tra Xi Jinping e Trum, le relazioni hanno segnato un punto di svolta: Trump è passato dalle minacce di guerra commerciale a definire il rapporto con Pechino “straordinario”.

E infatti, nel discorso fatto dal presidente Xi Jinping all’apertura dei lavori del Belt and Road Forum di maggio, c’è un passaggio che apre nuove prospettive per lo sviluppo delle relazioni tra i due Paesi. Il Presidente cinese ha precisato che tutte le nazioni – appartenenti all’Asia, all’Europa, all’Africa e alle Americhe – potranno diventare ‘international partners’ del progetto.

Il recente G20 di Amburgo, tra i pochi risultati positivi conseguiti, ha ridotto i timori su un crescente protezionismo, ribadendo però che gli scambi internazionali devono avvenire a condizioni di reciprocità ed essere vantaggiosi per tutte le parti.

Il tema della reciprocità è in effetti un tema molto sentito dai paesi occidentali.

Secondo il Mercatur Institute for China Studies e Rhodium Group, nel corso del 2016 gli investimenti cinesi all’estero sono aumentati del 40%, raggiungendo la cifra record di 180 bln $.

In particolare, gli investimenti cinesi in Europa sono cresciuti ben del 77%, raggiungendo i 35 bln $, di cui un terzo in Germania. Si tratterebbe, per la Germania, di un livello pari a 40 volte quello del 2015, secondo Reuters. Gli investitori cinesi sono stati soprattutto attratti dalla tecnologia e dalla manifattura avanzata.

Al contrario, gli investimenti Europei in Cina sono scesi per il quarto anno consecutivo, raggiungendo un ‘misero’ 8 bln $. Alla base di questo, il report cita la crescente sovraccapacità nonché le sempre presenti barriere, formali e informali, per le aziende internazionali in Cina.

Viene pertanto percepita una crescente assenza di reciprocità, con effetti imprevedibili, come testimoniato ad esempio dallo stop all’acquisizione della società tedesca Aixtron – attiva nella fabbricazione di chips – da parte della cinese Fujian Grand Chip Investment Fund LP. Per contro, il produttore di robot tedesco Kuka – uno dei leader mondiali – è stato acquisito sempre dai cinesi con un’operazione da 4 bln$ da parte della società cinese Midea, senza sollevare particolari opposizioni.

Che vi sia una certa preoccupazione in Cina per la mancanza di investimenti stranieri può essere testimoniato anche dalla recente possibilità per gli operatori esteri di investire direttamente sul mercato obbligazionario cinese.

A inizio luglio, in occasione della nomina a Chief Executive di Honk Kong di Carrie Lam, è stato infatti lanciato il progetto Bond Connect.

Si tratta di un cd ‘trading link’ che consentirà agli investitori esteri di accedere direttamente (senza dover quindi avere più conti on-shore con istituzioni locali) al grandissimo mercato obbligazionario cinese. Si tratta di un mercato da 9tn$, ripartito tra debito Governativo, Agenzie locali e Obbligazioni societarie. Attualmente, la quota di investimenti detenuta da stranieri è sostanzialmente nulla.

La nascita del Bond Connect sembra propedeutica all’inserimento, nel 2018, del debito cinese all’interno dei principali indici obbligazionari e porterà, verosimilmente, ad investimenti di centinaia di miliardi di $, necessari per migliorare gli squilibri valutari esistenti.

Non che il tema del debito cinese sia oggi così allettante, tenuto conto che a livello globale una delle minacce più importanti all’economia globale è stata considerata proprio il cd shadow banking, che avrebbe favorito in Cina la bolla immobiliare e il finanziamento di aziende inefficienti.

Tuttavia – vale la pena anche ricordare – il debito cinese è stato finanziato interamente dall’interno e, complessivamente, non rappresenta più del 60% circa del GDP, rapporto ben lontano sia dal livello americano che europeo.

Magari, tra le letture estive, converrà rispolverare il Milione di Marco Polo.

Paolo D’Alfonso
Responsabile Marketing Operativo e Sviluppo Prodotti

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