La fine del dollaro USA: storia vecchia o evoluzione probabile?

L’11 marzo 2022 a Erevan (Armenia) si sarebbe tenuto un incontro fra esponenti dell’Unione Economica Euroasiatica (EAEU, area di libero scambio formata da Russia ed ex Repubbliche Sovietiche) e alcuni accademici di una delle principali università cinesi per delineare i termini di un nuovo sistema finanziario internazionale con una moneta il cui valore sia fondato sulle materie prime.

Cosa sta succedendo? Stiamo per assistere alla nascita di un nuovo ordine mondiale non solo geopolitico ma anche finanziario? Inizierà il declino del Dollaro Usa? Per capirlo sarà utile tornare indietro di un secolo, precisamente a Genova.

Che i liguri abbiano un rapporto privilegiato con il denaro è una mezza verità. Da Ligure, non confermo e non smentisco. Vero è che la prima banca in senso moderno nacque nel 1406 a Genova. E non fu un caso poi che cent’anni fa, con la Conferenza di Genova del 1922, si inaugurò un nuovo sistema monetario internazionale, il gold exchange standard.

Presero parte alla Conferenza i principali esponenti dei governi europei, inclusi quelli dei paesi usciti sconfitti dalla Prima Guerra Mondiale: si discusse della ricostruzione delle relazioni economiche e, soprattutto, di un accordo monetario con la necessità di un ritorno alla parità con l’oro delle valute europee.

L’accordo però fallì per i troppi interessi nazionali(stici) e per il fatto che solo la Gran Bretagna possedeva abbastanza oro da assicurare la convertibilità.

In quegli anni, la Germania della Repubblica di Weimar, uscita sconfitta dalla Prima guerra mondiale, aveva perso una parte rilevante delle sue miniere (di ferro, zinco e carbone) e delle sue infrastrutture, mentre l’inflazione e la svalutazione erano diventate fuori controllo. Nel 1923, per 1$ ci volevano oltre 4.000 marchi.

La Germania riuscì a riprendersi grazie al pesante flusso di investimenti stranieri, soprattutto americani, che sostennero l’economia tedesca. Non parliamo in questo contesto delle cause della Seconda Guerra Mondiale, anche se sarebbe interessante.

Semplificando, lo schema fu ripetuto, in modo più scientifico e imponente, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, con gli accordi di Bretton Woods, dove (fra le tante delibere, tra cui la nascita dal FMI) il dollaro fu ufficializzato come unica moneta per gli scambi internazionali e con piena convertibilità con l’oro.

L’afflusso di dollari dagli Stati Uniti alimentò quindi i boom postbellici dell’Europa occidentale e del Giappone ma compromise la convertibilità del dollaro in oro. La guerra del Vietnam, il forte aumento della spesa pubblica e del debito americano segnarono infatti la fine del sistema istituito a Bretton Woods.

Il 15 agosto 1971, a Camp David, Richard Nixon, sospese la convertibilità del dollaro in oro, in quanto, con le crescenti richieste di conversione in oro, le riserve americane si stavano sempre più assottigliando.

Sembrò la fine della fortuna globale di una moneta che era stata accettata proprio in ragione della sua equivalenza con l’oro – e, in effetti, il dollaro si svalutò e l’inflazione prese a correre.

L’aumento dei tassi d’interesse, voluto dalla Fed di Volcker, consentì però agli Stati Uniti di attrarre capitali e di stroncare l’inflazione. La liberalizzazione, promossa successivamente dal Presidente Reagan negli anni Ottanta, diede un’ulteriore spinta alla “dollarizzazione del mondo”.

Cominciò a delinearsi l’attuale paradosso in cui la valuta di riferimento è tanto più forte come accettazione globale quanto più debole – in termini di competitività internazionale – è l’economia dell’emittente: infatti, l’accumulazione di riserve USD in tutto il mondo è semplicemente il riflesso del deficit della bilancia commerciale americana. I principali detentori di debito e dollari americani sono infatti Giappone e Cina e Arabia Saudita, le principali economie esportatrici. Un po’ semplicistico, ma rende l’idea.

Il sistema funziona fino a quando la fiducia nel dollaro Usa rimane elevata. Ma da che cosa dipende la capacità di una moneta di svolgere la funzione di strumento di riserva e di regolamento internazionale?

Possiamo dire che rilevino queste caratteristiche dell’emittente:

  1. le dimensioni della sua economia, o meglio le sue esportazioni nette e i suoi investimenti all’estero;
  2. la liquidità dei suoi mercati dei capitali;
  3. la solidità e la presenza internazionale delle sue istituzioni finanziarie;
  4. la sua potenza militare.

Certo, l’egemonia monetaria degli Stati Uniti ha subito una naturale erosione: la quota di dollari nelle riserve valutarie internazionali è scesa progressivamente negli ultimi vent’anni, dal 70% del 2001 al 60% del 2021. A intaccarne la supremazia sono stati prima l’Euro e poi lo Yuan.

Ciononostante, il dollaro è ancora usato per realizzare più del 40% dei pagamenti internazionali, nonostante il fatto che gli Stati Uniti rappresentino ormai soltanto il 25% del Pil mondiale e l’8% delle esportazioni globali.

Si è detto più volte che il dollaro resiste per mancanza di alternative credibili. Tuttavia, il sistema sta scricchiolando.

Già nel marzo del 2009, il governatore della Banca Centrale cinese aveva pubblicato una proposta di riforma del sistema monetario internazionale che riprendeva una vecchia proposta di Keynes di ancorare una moneta internazionale a un paniere di materie prime. La Russia si dichiarò subito favorevole, insieme a india e Brasile.

Nel 2020 l’Unione Economica Euroasiatica (EAEU) avviò colloqui con la Cina volti per favorire un nuovo sistema monetario euroasiatico, opponendosi all’uso di valute di Paesi occidentali, auspicando lo sviluppo di nuovi sistemi di pagamento per le transazioni commerciali tra le rispettive aree.

Il Wall Street Journal ha inoltre recentemente scritto di un possibile accordo fra Arabia Saudita e Cina per il pagamento del petrolio in yuan. Sarebbe un duro colpo all’egemonia USA, dato che, dopo la sospensione della convertibilità in oro nel 1971, il dollaro riuscì a mantenere il proprio status anche grazie a un accordo con l’Arabia Saudita che accettò di vendere il petrolio in dollari e di usare i proventi per acquistare Titoli di Stato americani.

Infine, come abbiamo visto in queste settimane, i Paesi occidentali hanno varato contro la Russia un piano di sanzioni economiche molto articolato, le cui implicazioni di lungo termine non sono così chiare.

Il pacchetto di sanzioni approvato differisce da tutti i precedenti perché ha previsto anche il congelamento delle riserve della Banca Centrale russa e perché ha utilizzato in maniera aggressiva SWIFT. Sono queste le armi che rischiano paradossalmente di porre fine al sistema monetario internazionale come lo abbiamo conosciuto negli ultimi 50 anni.

Cominciamo dal blocco delle riserve. Al 31/01/2022, la Banca Centrale russa deteneva riserve per circa 620 miliardi di dollari, di cui circa l’80% in valuta estera e il 20% in oro, principalmente depositati in Paesi occidentali. Le sanzioni hanno reso dunque queste risorse quasi inutilizzabili, fatta eccezione per le riserve detenute in Cina, pari a meno del 20% del totale.

L’altra bomba è stata il blocco (in verità parziale) dell’accesso a SWIFT per molte banche russe.

Gli ordini di pagamento internazionali (il dollaro ne è la valuta principale) sono trasmessi tramite SWIFT, un consorzio internazionale di banche con sede in Belgio che collega attraverso una rete informatica circa 11.000 istituzioni finanziarie in tutto il mondo. Dopo l’attacco alle Torri Gemelle, l’influenza USA sul sistema SWIFT è cresciuta moltissimo.

Bizzarria della storia, SWIFT fu realizzato nel 1977 proprio per evitare che l’infrastruttura dei pagamenti internazionali fosse monopolizzata dall’americana Citibank. Russi e Cinesi stanno cercando di costruire sistemi alternativi, per ora senza grandi successi.

Alla lunga, però, l’utilizzo del sistema dei pagamenti come arma sarà un boomerang anche per i Paesi che lo utilizzano in quanto spingerà la ricerca di alternative e finirà per compromettere l’utilizzo del dollaro come moneta di riferimento internazionale e il relativo assetto geopolitico che questo protegge.

In definitiva, per ora il dollaro conserva il primato, perché nessun’altra valuta offre la possibilità di investire in mercati altrettanto liquidi, efficienti, integrati.

Dostoevskij – maestro nell’indagare le ambiguità morali che caratterizzano da sempre l’umanità – nell’800 ha scritto che “il denaro è libertà coniata”. Parafrasando, se la possibilità di spendere dollari mi può essere sottratta, quei dollari allora non hanno più valore.

Troppe le variabili in gioco per capire dove andremo in questo nuovo sistema multipolare e, anche se si troverà una soluzione diplomatica alla crisi Ucraina, il mondo di domani non sarà più quello di prima.

Ma in fondo, è sempre stato così..

 

Paolo D’Alfonso
Co-head della Direzione Wealth Management

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