La dura vita degli shorters

La dura vita degli shorters con Elon Musk

Non ricordo di aver mai visto così tanto accanimento da parte dei ribassisti contro una società come nel caso di Tesla.

Forse perché mai come in questo caso si sommano due situazioni apparentemente paradossali.

La prima attiene ad una sostanziale incomprensione di come sia possibile che una società automobilistica che nel 2019 produrrà (forse) 500.000 auto, con problemi di cash flow, capitalizzi oggi 58 mld $, mentre una multinazionale come GM, che produce quasi 10 milioni di auto l’anno, capitalizzi solo 53 mld $.

Qualcuno forse dimentica che Tesla si propone non solo come produttore di auto, ma più in generale come fornitore di soluzioni sostenibili per l’energia (solare e storage) ma non voglio entrare nella disputa.

Fino a qui, seppur semplificate, sono tutte considerazioni attinenti alla finanza.

Ma c’è qualcosa in più, che non attiene solo alla sfera finanziaria, ma riguarda la persona di Elon Musk, in quanto Ceo della società.

Inutile negarlo, Elon Musk è uno dei Ceo forse più odiati da una buona fetta della comunità finanziaria americana.

Ha sempre avuto un atteggiamento estremamente combattivo, sicuramente inusuale, nei confronti dei guru e degli analisti di Wall Street che nel corso degli anni hanno messo in dubbio le sue affermazioni.

Detta proprio tutta, ha sempre promesso che arriverà il giorno della resa dei conti contro gli short sellers.

Spulciando tra i suoi tweets, il 17 giugno 2018 ne troviamo uno che afferma ‘hanno (gli short, ndr) tre settimane prima che le loro posizioni esplodano’.

Che Musk abbia grandi ambizioni su Tesla lo mostra il suo cd ‘compensation packet’. Senza andare nel dettaglio, il punto finale del lungo percorso a 12 stadi (prezzo e utili) gli potrebbe portare in tasca oltre 50 mld di $, qualora si arrivasse ad una capitalizzazione di mercato per Tesla di 650 mld di $, ovvero un prezzo di 4.000$, contro gli attuali 360!

Di errori di previsione Musk ne ha commessi moltissimi, spesso sovrastimando grossolanamente i target della società. E su questo fanno molto affidamento i ribassisti.

Lui peraltro non ha mai fatto mistero della sua avversità alle logiche di breve periodo che sembrano caratterizzare gli analisti finanziari e gli investitori di borsa, non in grado di apprezzare la sua lungimiranza.

L’altra sua creatura, la Space X, società aerospaziale di cui si parla poco ma che sta anch’essa rivoluzionando il mondo dei lanciatori satellitari con una tecnologia che riporta i razzi sulla terra come se fossero degli aeroplani, è rimasta non quotata, e, a sua detta, gli consente di impostare il lavoro e la strategia in maniera molto più vincente.

Con tutte queste premesse non è difficile immaginare che Tesla sia una delle aziende quotate con la percentuale di posizioni short (vendite al ribasso) più elevata rispetto alla sua capitalizzazione. I dati più recenti parlano di 40 milioni di azioni short, pari al 30% del capitale.

Tesla si sta però dimostrando un vero e proprio inferno per gli short seller.

Vendere allo scoperto non è un’attività semplice. Se le tecniche per farlo ora sono a disposizione di tutti, compresi gli operatori fai da te (opzioni, cds, ecc.), le doti psicologiche per resistere in posizione devono essere invece eccezionali.

Nel settore finanziario si dice che un acquisto andato male diventa un investimento e che un investimento andato male diventa una posizione strategica. Ma fino ad oggi non è stato inventato nulla del genere a supporto psicologico per i ribassisti. Un’operazione di short andata male resta un’operazione di short andata male.

Sarà che esiste una sorta di biasimo sociale per chi lavora al ribasso, ma l’appoggio della comunità finanziaria ed imprenditoriale a questi operatori è sempre stato tiepido. Se ne riconosce la funzione sociale, come nel mondo animale si riconosce l’utilità di iene e avvoltoi, ma di sicuro non hanno grandi ammiratori.

Ed è forse anche per questo che uno dei più famosi ‘trader’ americani dice di trarre una soddisfazione molto maggiore quando guadagna l’1% al ribasso che non l’1% al rialzo.

Tenere una posizione al ribasso con il mercato che ti viene contro è oggettivamente pericoloso, perché, teoricamente, si può perdere molto più del capitale investito.

Facciamo un esempio: vendo al ribasso un titolo che vale 100, convinto che nel lungo periodo sia sopravvalutato, ma nel giro di un anno lo ritrovo a 500: un po’ approssimativamente possiamo dire che ho fatto un prestito di 100 e che dopo un anno devo restituirne 500. Tengo, e rischio di vederlo salire ancora o chiudo e prendo una perdita pazzesca?

Questo è un caso teorico, nella pratica meccanismi di margini e stop loss riducono queste situazioni, ma aumentano quelle dei cosiddetti ‘short squeeze’, letteralmente ‘strizzamento dei ribassisti’.

Tecnicamente, per vendere allo scoperto mi devo far prestare i titoli che non possiedo, perché spero ovviamente di ricomprarli a prezzi più bassi; ma se questo non avviene, ad esempio per una notizia positiva insperata, altri speculatori cercheranno di trarre vantaggio dalla disperazione dei ribassisti e dalla loro corsa alla ricopertura, spingendo ancora più in alto le quotazioni del titolo in oggetto.

Brutta vita, sicuramente ci vuole davvero un’attitudine e una sicurezza fuori dal comune.

Dopo questa lunga premessa tecnica si potrà capire meglio però l’effetto del tweet di Elon Musk del 7 agosto contenete queste parole: ‘Sto valutando di riportare Tesla privata a 420$. Il finanziamento è assicurato’.

Il titolo più shortato del mercato americano, dopo un luglio già estremamente buono a seguito di alcune positive notizie sui conti e sulla produzione del Model 3, nonché a poche ore di distanza dalla notizia della costituzione di una posizione poco sotto il 5% da parte del Fondo Sovrano dell’Arabia Saudita (Public Investment Fund), è stato oggetto di un significativo short squeeze, che lo ha spinto ad un rialzo di oltre il 10%.

A poco serviranno le considerazioni sull’inappropriato uso di un social media per effettuare comunicazioni rilevanti per la società, ovvero price sensitive. Il tema era stato smarcato nel 2013 da un precedente illustre, quando il Ceo di Netflix, Reed Hasting, aveva comunicato tramite il suo account Facebook che per la prima volta gli utenti Netflix avevano consumato un miliardo di ore in un mese. La SEC, dopo accurate verifiche, ritenne questa modalità comunicativa valida, ritenendola sufficientemente trasparente e a disposizione di tutti gli investitori.

Peraltro, lo stesso Presidente degli Stati Uniti fa comunicazioni giornaliere di vitale importanza strategica e politica affidandosi a questo media.

Altri hanno cominciato correttamente a discutere sulla difficoltà per Musk (che ricordiamo detiene solo il 20% della società) di reperire un finanziamento di oltre 70 mld, per una società ancora in perdita e con cash flow negativo.

Successivamente alla notizia la percentuale di short pare sia scesa, ma è ancora abbondante (alla data di metà agosto circa).

I ribassisti hanno deciso di restare ancora in gioco, e qualcuno che si è bruciato è stato sostituito da un altro che ha intravisto il rialzo come un’ottima possibilità di ingresso.

Solo il tempo ci dirà chi ha avuto ragione.

Se professionalmente non ho mai avuto troppa simpatia per i ribassisti e ho sempre amato il coraggio e la visione di Musk, umanamente non posso che assistere con apprensione a questa ‘elettrizzante’ sfida. L’importante, mi viene da dire, è non rimanere fulminati.
Le polemiche successive sono storia di questi giorni: confessione di utilizzo di psicofarmaci da parte di Musk, timori di scarso coinvolgimento del Board nella gestione aziendale, indagini della SEC sulla veridicità delle affermazioni sul finanziamento.

La saga non è ancora terminata e il titolo ha corretto pesantemente.

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