It’s the tecnology, stupid!

È con la variazione di una frase della campagna elettorale di Bill Clinton del 1992 che iniziamo questo editoriale. La frase originale era: “It’s the economy, stupid” e voleva concentrare al meglio l’attenzione degli elettori sulle problematiche economiche, emerse durante la presidenza di George Bush. Di fatto, è diventato un tormentone, rivisto in mille modi, e anche io ho deciso di usufruirne.

Ma andiamo con ordine.

Il 6 luglio, il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha reso operativa una serie di dazi del 25% su 34 miliardi di USD di importazioni cinesi, che vanno da macchinari a componenti elettroniche. La Cina ha risposto con provvedimenti di importi analoghi, prendendo di mira soprattutto prodotti agricoli statunitensi, per colpire gli Stati che sostengono Donald Trump, con l’obiettivo di influenzare le elezioni del Congresso, previste per novembre.

In termini macroeconomici, queste tariffe sono ancora insignificanti, pari allo 0,15% del PIL per entrambi i paesi. Tuttavia, gli Stati Uniti hanno già indicato che, se la Cina si vendicherà, a propria volta reagiranno, con il rischio di innescare una guerra commerciale globale. Trump ha minacciato di estendere le tariffe a quasi tutti gli scambi cinesi verso gli Stati Uniti, che attualmente valgono circa 500 miliardi di dollari.

La guerra commerciale in corso potrebbe però essere solo un ‘diversivo’. Il piano americano, molto più ambizioso, avrebbe un obiettivo ben diverso, quello di rallentare la crescente potenza cinese sul palcoscenico tecnologico e militare globale.

Sappiamo che la Cina sta puntando a diventare la prima potenza industriale mondiale per il 2049, anno del centesimo anniversario della fondazione della Repubblica Popolare Cinese.

La crescita cinese passerà attraverso due progetti ambiziosi: se da un lato One Belt One Road sarà un modo per esportare la capacità produttiva cinese nei Paesi attraversati dalla Nuova Via della Seta (e non solo un mero progetto legato alle infrastrutture per agevolare i commerci), dall’altro l’industria cinese sarà attraversata da un rinnovamento radicale, sotto la guida del piano ‘Made in China 2025’.

Di cosa si tratta? Stiamo parlando di un progetto, lanciato nel maggio del 2015, che punta a trasformare – nell’arco di 10 anni – un’industria contraddistinta da produzioni a basso costo e a basso valore aggiunto, in una fucina di innovazione e di produzioni automatizzate ad alto valore aggiunto.

Attualmente Pechino arranca sull’innovazione manifatturiera: le aziende cinesi non sono molto automatizzate e contano 49 robot ogni 10.000 lavoratori. Una cifra troppo bassa: in Corea si contano 531 robot ogni 10.000 lavoratori, in Germania 301. Anche l’Italia vanta un’automazione maggiore rispetto alla Cina: 160 robot.

Se nulla dovesse cambiare, sarà inevitabile un esodo delle aziende occidentali, che potrebbero riportare le produzioni in Europa e USA.

“Lo sviluppo delle nuove tecnologie informatiche rappresenta per i cinesi un’opportunità che capita una volta ogni mille anni. Non possiamo lasciarcela sfuggire”. Il premier cinese Xi Jinping, riguardo al futuro della tecnologia, ha le idee molto chiare.

Dieci i settori su cui punta la Cina per avviare questo importante cambiamento: intelligenza artificiale; robotica; infrastrutture di rete; attrezzature aerospaziali; strumenti per ingegneria oceanica; materiale ferroviario; veicoli elettrici; nuovi materiali; medtech; macchinari agricoli.

Lo sviluppo di questi settori, secondo Xi Jinping, aiuterà Pechino a far decollare e a mantenere alta nei prossimi decenni la domanda interna, dando alla classe media un reale potere d’acquisto.

Entro la scadenza del piano, l’82% delle imprese dovrà avere connessioni a banda ultralarga. La percentuale di spesa per ricerca e sviluppo dovrà passare dallo 0,95% del 2015 a circa il 2%. Nel 2025 l’80% di componenti high-tech (come i semiconduttori), veicoli di nuova generazione e forniture per le energie rinnovabili dovranno essere made in China. I robot industriali prodotti internamente dovranno passare al 70%. Lo stesso dovrà valere anche per le apparecchiature mediche più avanzate.

Oltreoceano, invece, c’è stato un tempo in cui l’amministrazione Trump non sembrava sensibile ai bisogni delle grandi aziende tecnologiche. “L’intelligenza artificiale? Non è nel mio radar, per il vero uso e le implicazioni di questi strumenti bisognerà aspettare 50-100 anni”. Così Steven Mnuchin, il Ministro del Tesoro Usa, un anno fa liquidava la questione.

La Casa Bianca sembrava volersi concentrare sulla difesa dei posti di lavoro della classe media impoverita, tema determinante per le elezioni.
Ora, però, la musica sembra cambiata. Donald Trump ha incontrato i dirigenti di Amazon, Google, Facebook e altre 35 grandi aziende per parlare di robot, algoritmi e, più in generale, del vasto campo dell’intelligenza artificiale, una tecnologia il cui impatto, secondo molti, sarà paragonabile a quello avuto dalla rivoluzione industriale. La prospettiva dell’amministrazione Trump, dunque, sembra essersi rovesciata: non più fermare l’emorragia di posti di lavoro, ma formare i lavoratori per le nuove professioni ad alto contenuto tecnologico.

La svolta Usa è legata a doppio filo alle parole di Xi Jinping e alla strategia cinese per la conquista della supremazia tecnologica. Alcuni numeri parlano chiaro: dei 15,2 miliardi investiti in startup sull’Ai a livello globale nel 2017, il 48% è andato alla Cina e il 38% agli Usa. Nel campo dell’intelligenza artificiale la Cina punta a essere alla pari degli Usa nel 2020, arrivare per prima alla scoperta di innovative tecnologie nel 2025 e, infine, diventare leader nel settore nel 2030, anno in cui il comparto nazionale varrà 150 miliardi di dollari.

Infatti, secondo i dati dell’organizzazione mondiale per la proprietà intellettuale, la Cina genera già oggi il 20% dei brevetti internazionali. L’Onu stima che il sorpasso sugli Usa – a cui ora si deve il 23% dei brevetti a livello globale – avverrà in 3 anni.

L’azienda cinese leader nel deposito di brevetti è la Huawei, terza produttrice al mondo di smartphone, società già finita più volte nel mirino degli Usa. A febbraio Cia e Fbi sconsigliavano di usare prodotti dell’azienda cinese in quanto “poco sicuri” per via di presunti legami con il governo cinese. Nei giorni scorsi il dipartimento di giustizia Usa ha comunicato che è in corso un’indagine per accertare se Huawei abbia violato le sanzioni americane contro l’Iran.
Ma la guerra tecnologica che stanno combattendo Usa e Cina non si ferma a queste battaglie: il 13 marzo Trump ha bloccato l’acquisizione di Qualcomm, società di ricerca e sviluppo nel settore telecomunicazioni, da parte del gruppo di Singapore Broadcom. Un’operazione da 117 miliardi, fermata per questioni di “sicurezza nazionale”. Il timore, secondo molti analisti, era che possibili tagli agli investimenti in ricerca e sviluppo avrebbero avvantaggiato la Cina nella costruzione di reti 5G.
Il 16 aprile, invece, il dipartimento di commercio ha comunicato che la Zte, la seconda produttrice di apparecchiature per telecomunicazioni cinese, non avrebbe potuto usare per 7 anni componenti made in Usa. L’accusa? Non aver punito i dipendenti che hanno violato le sanzioni americane contro Iran e Nord Corea.

La crescente preoccupazione da parte del governo Usa sembra ben riassunta nelle parole di Peter Navarro, consulente della Casa Bianca per le politiche commerciali: “Se la Cina conquisterà settori che spaziano dall’intelligenza artificiale alla robotica, dai computer quantistici ai veicoli a guida autonoma, gli Stati Uniti non avranno futuro. La proprietà intellettuale che la Cina sta cercando di acquisire è fondamentale per preservare la supremazia militare degli Stati Uniti».

Alla luce di tutto questo diventa chiaro come anche le reti mobili di prossima generazione rappresentino inevitabilmente il terreno della sfida fra Cina e Usa.
La tecnologia 5G dovrebbe consentire una velocità di 20 Gigabit al secondo in download su rete mobile, e tempi di latenza nell’ordine dei millisecondi. Dalla chirurgia a distanza all’Internet delle cose (IoT) con i suoi oggetti connessi, all’energia, all’automotive, gli ambiti di utilizzo sono molteplici. Con le reti 5G il collegamento fra persone diventerà secondario rispetto a quello fra macchine. Un cambiamento enorme, che consentirà la nascita di nuovi mercati con miliardi di oggetti connessi che cambieranno i connotati del mondo economico così come lo conosciamo oggi. Le nuove reti mobili del futuro sono un asset strategico fondamentale per lo sviluppo economico globale.
In gioco ci sono quindi interessi economici inestimabili, quantificati in un giro d’affari globale di 12,3 trilioni di dollari entro il 2035, secondo stime di IHS Markit. Chi arriva prima con le nuove reti e chi fissa gli standard globali, ancora in via di elaborazione, si garantisce un vantaggio competitivo economico che durerà per alcuni decenni.

Si tratta quindi di una grande partita strategica, molto più importante dei dazi sull’acciaio o sulla soia.

In questa guerra per il controllo del futuro, per il momento, c’è una grande assente: l’Europa, che sulla questione delle nuove tecnologie sembra essere rimasta brutalmente indietro. Se l’Europa continua a stare alla finestra, senza investire in questi settori, corre il rischio più grande: non contare nulla nel mondo del futuro.

Paolo D’Alfonso
Direttore Commerciale di Banca Consulia

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