Impronta energetica Bitcoin

BitCoin sembra fatto apposta per far fare pessime figure a chiunque si lanci in previsioni e non risparmia i CEO delle più grosse banche o i vincitori di Premi Nobel per l’economia.

Come ha saggiamente scritto Henry Blodget, uno dei più famosi analisti finanziari dell’era delle società dot com, oggi editore della rivista Business Insider e lucido osservatore dei trend connessi alla tecnologia, BitCoin potrebbe essere la più grande bolla della storia oppure avere un grande futuro e cambiare il mondo.

Per questa ragione mi guardo bene dal discuterne le quotazioni, cosa che pure meriterebbe di essere ampiamente commentata, e voglio invece soffermarmi su un aspetto decisamente trascurato ma molto più rilevante per i non possessori di BitCoin, che poi sono il 99,9% dei cittadini del mondo.

L’aspetto di cui si parla davvero troppo poco è, infatti, quello connesso all’impronta energetica di BitCoin.

Associare l’idea di una criptovaluta al problema dell’impronta energetica potrebbe suonare alquanto strano: BitCoin non è fatto di carta né di metallo, non ha alcuna consistenza fisica, ma agisce sull’ambiente – non solo finanziario – in misura molto inaspettata.

Sembra infatti che per gli argomenti ‘BitCoin e impronta energetica’ succeda una cosa paradossale: tutti ne parlano, ma credo che siano davvero pochi coloro che si orientano realmente bene. Preciso che io non sono tra questi e quindi mi arrangio come posso, cercando di destreggiarmi in un mare di informazioni, senza avere le competenze tecniche necessarie. Ma poi, cosa c’è di strano, non devo essere necessariamente un ingegnere per poter parlare di automobili, giusto?

Comunque, per un momento, diamo per scontato di sapere che cosa sia il BitCoin, perlomeno perché tutti i giorni è all’onore delle cronache. Sicuramente, più misterioso, è invece il concetto di impronta energetica, meglio nota come Carbon Footprint.
Secondo la definizione del Ministero dell’Ambiente, la Carbon Footprint è una misura che esprime in CO2 (anidride carbonica) equivalente il totale delle emissioni di gas ad effetto serra associate direttamente o indirettamente ad un prodotto, un’organizzazione o un servizio.
In conformità al Protocollo di Kyoto, i gas ad effetto serra da includere nel calcolo sono, oltre all’anidride carbonica (CO2), il metano (CH4), il protossido d’azoto (N2O), gli idrofluorocarburi (HFCs) e altri gas dal nome troppo difficile. La ‘tCO2e’ (tonnellate di CO2 equivalente) permette di esprimere l’effetto serra prodotto da questi gas in riferimento all’effetto serra prodotto dalla CO2, considerato pari a 1 (ad esempio il metano ha un potenziale serra 25 volte superiore rispetto alla CO2 e per questo una tonnellata di metano viene contabilizzata come 25 tonnellate di CO2 equivalente).

Porsi una domanda relativamente alla sostenibilità ambientale di BitCoin può sembrare apparentemente illogico: nessuno si è mai sognato di chiedere quale sia la Carbon Footprint dell’Euro.

La questione è che il BitCoin, così come tutte le altre cripto-valute, è il prodotto di uno sforzo computazionale enorme e crescente.

Come ricorderete, parlando di BitCoin nel numero di settembre, abbiamo paragonato lo sforzo necessario per estrarre i BitCoin a quello che i cercatori d’oro facevano per estrarre il metallo giallo.

Ogni BitCoin generato dai ‘miners’ prevede capacità di calcolo sempre più importanti, che richiedono sempre maggiore energia elettrica. Il fenomeno è inevitabilmente crescente a causa dei necessari calcoli algoritmici sottostanti all’infrastruttura che regola la produzione dei BitCoin. Fin qui nulla di strano, in fondo più che una cripto-valuta bisognerebbe definire BitCoin come una cripto-commodity.

Come tutte le materie prime, il loro prezzo teorico dovrebbe essere definito dal costo marginale di estrazione.

Per una commodity elettronica, va da sé che il costo di produzione sia rappresentato dai server dedicati e dal costo dell’energia elettrica necessari per effettuare i calcoli di cui sopra.

Continuiamo con le analogie con l’oro: se inizialmente i primi cercatori giravano con pala, piccone e setaccio, qualche anno più tardi diventarono necessari macchinari sempre più sofisticati.

Stesso discorso per i BitCoin. Maggiore è il numero di BitCoin prodotti e di miners operativi, più i calcoli e i problemi proposti diventano difficili perché la crittografia relativa diventa più articolata e complessa. . Per il ‘mining’ sono utilizzati processori appositi chiamati ASIC (application-specific integrated circuits), molto prestazionali ma che consumano moltissima energia.

Mentre fino a qualche anno fa anche un buon computer era in grado di produrre BitCoin senza grossi problemi, oggi è necessario utilizzare migliaia di processori: le miniere di BitCoin sono quindi enormi server farm, con migliaia di computer. Si trovano soprattutto nelle zone rurali della Cina, dove l’energia elettrica costa meno rispetto al resto del mondo.

La rivista Digiconomist ha creato un apposito indice per misurare i consumi elettrici annui (espressi in TWh), che, come si vede, stanno letteralmente esplodendo (+20%) nel giro di un solo mese.

Vi starete chiedendo: “Ma 36 TW/h annui, sono tanti o pochi?”

Per mettere le cose in termini relativi, più facilmente comprensibili, se BitCoin fosse una Nazione, avrebbe un consumo di energia pari a quello della Danimarca o dell’Ungheria.

Secondo una ricerca condotta dalla britannica PowerCompare, la quantità media di elettricità usata quest’anno per estrarre i BitCoin ha sorpassato i consumi energetici annuali medi di ben 159 nazioni, tra cui l’Irlanda e la maggior parte degli stati africani.

Con questo ritmo, entro il 2019 la produzione di BitCoin comporterà un consumo di energia pari a quello degli Stati Uniti, ed entro il 2020 potrebbe essere pari a quello dell’intero pianeta, come riporta la rivista Wired.

Come se non bastasse l’aspetto quantitativo, occorre ricordare che gran parte delle server farm dedicate sono ubicate in Cina, dove l’utilizzo del carbone quale fonte energetica per la produzione di energia elettrica è ancora prevalente, con impatti ambientali disastrosi.

La domanda quindi, come diceva nel 1990 Antonio Lubrano nel programma dedicato a truffe e raggiri ‘Mi manda Lubrano’, sorge spontanea: “È possibile che gli interessi di pochi, anzi pochissimi, possano creare conseguenze negative per la maggior parte degli abitanti di questo pianeta, senza che nessuna istituzione intervenga?”.

Come sempre più spesso accade recentemente, la velocità esponenziale del progresso è superiore a quella delle istituzioni nel fronteggiarne le implicazioni. L’innovazione finanziaria collegata alle cartolarizzazioni dei mutui sub-prime ne è stato un esempio eclatante.

Speriamo che la storia – questa volta – non si ripeta.

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