Il prete, la perpetua e la polizza contesa

La Corte di Cassazione fa chiarezza sugli effetti della designazione del beneficiario nei contratti di assicurazione sulla vita.

È una storia molto italiana quella che fa da sfondo a un’interessante decisione della Corte di Cassazione in materia di assicurazione sulla vita (precisamente la n. 9948 depositata il 15 aprile 2021).

Un sacerdote stipula con una compagnia assicurativa (riconducibile a uno dei maggiori gruppi bancari italiani) una polizza vita a beneficio della propria perpetua. Accade però che la signora, già indicata come beneficiaria caso morte dell’indennizzo assicurativo, muoia prima del sacerdote.

L’assicuratore che, a quanto sembra, si era già visto recapitare dal sacerdote una rinuncia alla facoltà di revoca della designazione e l’accettazione di quest’ultima dalla beneficiaria, riceve dallo stesso sacerdote, dopo la morte della perpetua, un disconoscimento della precedente rinuncia alla facoltà di revoca e una nuova designazione, per la medesima polizza, di altri beneficiari: i suoi futuri eredi.

Dopo la dipartita anche del sacerdote, la generosità “tradita” innesca un contenzioso tra i pretendenti all’indennizzo assicurativo. Da un lato, gli eredi della perpetua, che ritengono acquisito il loro diritto al pagamento da parte dell’assicuratore al momento della designazione della signora (benché premorta al contraente la polizza), e, dall’altro, gli eredi del sacerdote, nonché la compagnia assicuratrice, propensa a riconoscere in questi ultimi i legittimi beneficiari dell’indennizzo.

Il Tribunale di Milano, prima, e la Corte di Appello, dopo, si esprimono a favore degli eredi del sacerdote.

Al netto di aspetti processuali di dettaglio, le corti di merito meneghine sono concordi nel ritenere che la premorienza della beneficiaria avrebbe comportato per questa l’assenza del sorgere di un proprio diritto di credito all’indennizzo (il pagamento della polizza). Tale diritto, infatti, nascerebbe solo al momento della morte del sacerdote disponente; pertanto, non essendo costui ancora deceduto quando invece è mancata la perpetua beneficiaria, il relativo credito è rimasto nel patrimonio del sacerdote con piena libertà di costui di disporne a favore di altri (nello specifico i propri eredi).

Ebbene, la Corte di Cassazione si è pronunciata in senso diametralmente opposto e, a parere di chi scrive, con una motivazione estremamente convincente e di notevole impatto pratico; vedremo perché.

Spiega la Cassazione che, in caso di polizza vita, è la designazione del beneficiario (specie se rafforzata dalla rinuncia alla facoltà di revoca da parte del disponente) a determinare di per sé l’acquisizione al patrimonio del primo del diritto di credito all’indennizzo, sebbene il pagamento da parte dell’assicuratore sia differito al momento della morte dello stipulante. Quindi, contrariamente alla tesi espressa dalle corti milanesi, la premorienza del beneficiario allo stipulante non “caduca” affatto la designazione già avvenuta (salvo diversa volontà già indicata nel contratto). Gli eredi della perpetua vedono quindi accogliere il loro ricorso.

Sul punto la Cassazione, oltre a richiamare la coerenza di tale tesi con propri precedenti, fa esplicita applicazione della norma prevista in tema di contratto a favore di terzo (al quale “modello” riconduce il contratto di assicurazione sulla vita) che appunto dispone (al secondo comma dell’art. 1412 del codice civile) che “la prestazione deve essere eseguita a favore degli eredi del terzo se questi premuore allo stipulante, purché il beneficio non sia stato revocato o lo stipulante non abbia disposto diversamente”.

Tale principio di diritto è stato ribadito, pur se in una diversa fattispecie e ad altri fini, dalla medesima Cassazione, e questa volta addirittura a sezioni unite, nella sentenza n. 11421 depositata pochi giorni dopo: il 30 aprile 2021.

Quali i risvolti pratici?

Sappiamo che le polizze vita sono uno strumento semplice ed efficace di pianificazione patrimoniale, rappresentando, nella sostanza, una lecita deroga al divieto di patti successori.

Anche alla luce della sentenza segnalata, la possibilità di allocare con una certa libertà le proprie disponibilità a favore di alcuni beneficiari (senza atto di donazione) può essere utilmente sfruttata, con l’effetto, tutt’altro che irrilevante, che tali disponibilità sono temporaneamente gestite da un intermediario professionale e possono essere protette dall’eventuale aggressione dei creditori del disponente, anche nell’eventualità che si possa discutere della natura non strettamente previdenziale della polizza vita prescelta.

Si pensi, in proposito, al vasto dibattito in tema di polizze index o unit linked, vale a dire quelle a più marcata componente finanziaria; su queste si è dubitato dell’applicabilità dei limiti di pignorabilità e sequestrabilità previsti dall’art. 1923 c.c. certamente per le polizze vita “classiche” (ramo I), aventi funzione eminentemente previdenziali, a capitale garantito e legate al cosiddetto “rischio demografico”.

Ora, se è vero – come sostiene la Cassazione – che con la sola designazione del beneficiario il diritto di credito verso l’assicuratore sorge in capo a costui, è evidente che il disponente è, già dal momento designazione, privo di quel patrimonio e non può subire su di esso gli effetti di un’attività esecutiva o cautelare da parte di un creditore; ciò a prescindere dai limiti di impignorabilità della polizza vita, sia essa considerato o meno “autentica” e ammesso e non concesso che tale distinzione abbiano una sua validità.

Inoltre, la condivisa ed esplicitata riconducibilità della polizza vita allo schema del contratto a favore di terzo implica la sempre più marcata distinzione dall’area delle successioni causa morte, quindi il venir meno di preoccupazioni relative alla sottoposizione al tributo successorio che, per le polizze a più spiccato contenuto finanziario, ha talvolta suscitato interrogativi, se non controversie.

È il caso di sottolineare, infine, che in alcuni passaggi della sentenza la Corte ha fortemente attenuato il rilievo delle finalità concrete (siano esse previdenziali, di risparmio o, in senso lato, remuneratorie o di garanzia) sottostanti la stipulazione del contratto, degradandole a motivi scarsamente rilevanti. Mentre proprio le diverse funzioni attribuibili alla polizza vita sono state talvolta valorizzate da alcuni per contestare l’applicazione a quelle a “contenuto finanziario” delle norme di maggiore favore per lo stipulante e il beneficiario, perché asseritamente legate alla sola funzione previdenziale dell’autentica polizza vita (ritenuta essere quella ramo I).

In conclusione, la segnalata sentenza della Cassazione – come pure l’autorevolissimo avallo delle sezioni unite, successivo di pochi giorni – favorisce un quadro di maggiore stabilità e prevedibilità degli effetti del contratto di assicurazione sulla vita e ciò dovrebbe incentivare un utilizzo più consapevole di quest’importante strumento di pianificazione patrimoniale.

Avv. Ottorino Licci
PLUSIDERS
Studio Legale e Tributario
Via Cusani, n. 5
20121 – Milano

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