Il bivio

Il controllo della nostra temperatura corporea è stato, e lo sarà anche durante questa fase di normalizzazione, uno dei tanti aspetti che hanno caratterizzato l’attuale pandemia. Chissà cosa potrebbero rilevare i termoscanner se facessimo misurare la temperatura delle vicende diplomatiche tra USA e Cina!

Le relazioni tra i due Paesi – che già prima non erano certo serene – nelle ultime settimane, infatti, sono precipitate molto velocemente. Il 15 maggio, il Presidente Donald Trump ha minacciato di “interrompere l’intera relazione” con la Cina a causa della pandemia COVID-19.

“Questo è peggio di Pearl Harbor. Questo è peggio del World Trade Center. Non c’è mai stato un attacco come questo“, ha dichiarato Trump.

I fronti cominciano a essere nuovamente numerosi, dopo la pausa nella cosiddetta “trade war”.

All’inizio di maggio, gli Stati Uniti hanno imposto restrizioni sui visti ai giornalisti cinesi che lavorano nel paese, limitando il loro periodo di lavoro a 90 giorni.

La scorsa settimana, il Presidente Trump ha prorogato per un altro anno il divieto alle società statunitensi di utilizzare apparecchiature di telecomunicazione realizzate da “società che presentano rischi per la sicurezza nazionale” (leggi: Huawei e ZTE). La Cina, a volte attraverso i media gestiti dallo stato, ha reagito, chiamando i commenti di Trump “follia” e Mike Pompeo, il Segretario di Stato americano, un “politico malvagio”.

Le crescenti tensioni tra le due superpotenze hanno spinto molti esperti a mettere in guardia da una nuova guerra fredda. I falchi dell’amministrazione Trump spingono infatti apertamente per un approccio più aggressivo verso Pechino.

Tattica pre-elettorale o accelerazione di una strategia di lungo termine? L’occasione è comunque tatticamente molto propizia per Trump per una nuova virata anti-Cina, grazie al forte sentimento nazionalistico, innescato dalla diffusione del virus e delle sue disastrose conseguenze economiche.

I legami tra i due Paesi avevano iniziato a deteriorarsi molto prima della pandemia di COVID-19. Nel 2017, la strategia di sicurezza nazionale dell’amministrazione Trump ha definito la Cina come “un potere revisionista” che cerca di “erodere la sicurezza e la prosperità americana” e di “plasmare un mondo antitetico ai valori e agli interessi degli Stati Uniti”. Il COVID-19 ha solo aggravato la crisi, spingendo entrambi i Paesi, già in preda a controversie commerciali, tecnologiche e marittime, a prendere una posizione più ostile l’uno contro l’altro.

Ad esempio, in questi ultimi giorni la Cina sta nuovamente riprendendo la sua pressione politica su Hong Kong. Il 21 maggio il Parlamento cinese ha infatti annunciato la presentazione di una proposta di legge sulla sicurezza nazionale che punisce “il tradimento, la secessione, la sedizione e la sovversione”. I leader del Movimento per la democrazia a Hong Kong hanno definito la legge “uno dei peggiori attacchi all’autonomia del territorio” e hanno annunciato manifestazioni di dura protesta (fomentate ovviamente dagli USA, secondo il governo cinese).

Ma c’ è di più, perché nell’ ultimo mese, secondo media locali, la Cina avrebbe più volte invaso lo spazio aereo di Taiwan, condotto esercitazioni militari attraverso lo stretto di Taiwan e danneggiato una nave della guardia costiera di Taipei, durante manovre provocatorie di un motoscafo cinese, oltre ad aver costruito nuove strutture nel mar delle Filippine occidentale.

Sotto la presidenza di Xi Jinping stiamo cioè assistendo ad un programma di potenziamento impressionante del dispositivo bellico cinese. Chad Sbragia, vice assistente del segretario alla Difesa Usa con deleghe per la Cina, durante un’audizione della Commissione alla Camera, lo ha definito “uno dei più ambiziosi sforzi di modernizzazione militare nella storia recente.” In quella sede ha aggiunto: “Nella maggior parte dei potenziali punti caldi nella regione indo-pacifica – lo stretto di Taiwan, il Mar Cinese Meridionale, le isole Senkaku o la penisola coreana – gli Stati Uniti potrebbero presto trovarsi coinvolti in una crisi militare con la Cina”.

Ma se quanto sopra vi sembra abbastanza per far innalzare la temperatura a livello di allarme, il peggio deve ancora venire.

Facciamo un flashback.

Alcune settimane fa, per due giorni consecutivi, nel mezzo dei crolli dei mercati legati al coronavirus, un gruppo di azioni cinesi si è mosso in modo così significativo da far innescare gli interruttori automatici di blocco delle contrattazioni. Niente di strano, penserete, tutto in quelle settimane scendeva senza controllo.

Solo che lo stop alle contrattazioni non è stato imputato all’eccessivo ribasso ma ad un rialzo altrettanto eccessivo.

L’esplosivo rialzo era concentrato su una manciata di titoli legati al settore delle criptovalute, dovuto alla notizia che – dopo diversi anni di anticipazioni – il governo cinese ha pubblicato una time-line per il lancio della sua nuova valuta digitale.

Stiamo parlando della prima Central Bank Digital Currency (CBDC ) mai realizzata.

Nel prossimo mese, i funzionari governativi di quattro città cinesi useranno un’applicazione per smartphone per ricevere almeno una parte delle loro buste paga sotto forma di pagamento digitale, segnando una pietra miliare sul percorso verso il primo sistema di valuta digitale del mondo da una grande Banca Centrale.

I centri interessati dal test, organizzato con la collaborazione di alcune banche di Stato, sono Shenzhen, Suzhou, Chengdu e Xiongan, ma presto potrebbe entrare in lista anche Pechino.

La città di Xiongan si è distinta recentemente come nuovo polo tecnologico cinese, attirando l’attenzione di molti colossi del settore, nonché del presidente Xi Jinping che l’ha visitata più volte. Situata nella periferia di Pechino, essa appare come una Smart City del futuro che già gode di infrastrutture e sistemi di connessione altamente avanzati.

In Cina ormai si paga tutto con sistemi mobili come Alipay o usando piattaforme come WeChat e quindi non stupisce che si stia lavorando all’emissione di una criptovaluta nazionale.

Il fatto è, però, che – per diversi esperti – la valuta digitale potrebbe rappresentare un’arma molto più potente di quella nucleare, ponendosi come seria minaccia per un asset americano che ha regnato incontrastato per decenni, il dollaro USA, e che ha contribuito a rendere gli Usa la prima superpotenza al mondo.

I dollari regnano sovrani nell’economia globale. Quasi il 90% delle transazioni internazionali nel 2019 erano in dollari statunitensi e circa il 60 % di tutte le riserve valutarie del mondo sono in dollari statunitensi: per dare un’idea lo yuan cinese costituisce solo il 2% dei pagamenti e delle riserve globali.

Con gran parte del mondo dipendente dalle banche statunitensi, in questa gigantesca supply chain basata sulla globalizzazione, ciò può significare che anche le società senza operazioni negli USA dipendono ancora dal sistema finanziario americano e dalle sue banche.

Il dominio conferisce a Washington un potere enorme, anche in questioni che hanno poco a che fare con la finanza, ovviamente.

Per decenni, i governi di Cina, Russia e molti altri hanno spinto al massimo per creare un sistema di valuta di riserva alternativo. Ma nessuno ha avuto molto successo, fino ad ora.

A partire dal 2014, la Cina ha visto però le valute digitali come un modo per cercare di allontanarsi dai dollari statunitensi. Da allora ha fatto della valuta digitale un obiettivo strategico nazionale chiave.

I piani economici nazionali nel 2016 menzionavano come prioritario l’avanzamento della blockchain, la tecnologia alla base di molte valute digitali.

Di sicuro nessuno può dire se davvero questa criptovaluta potrà far vacillare l’egemonia del dollaro USA, ma in un momento in cui la Fed sta stampando migliaia di miliardi di dollari in pochi mesi, qualcuno potrebbe avere interesse a trovare ogni mezzo per rallentare l’ascesa di Pechino in campo valutario, a scanso di dubbi.

Come diceva Sun Tzu nell’Arte della guerra: “Il meglio del meglio non è vincere cento battaglie su cento bensì sottomettere il nemico senza combattere.”

Per contro Trump deve conoscere il vecchio proverbio cinese che recita: “Quando piove, lo stolto impreca contro gli dei, il saggio si procura un ombrello”.

Speriamo non si tratti di quello atomico.

Sarà un’estate calda, dicono gli esperti.

 

Paolo D’Alfonso
Co-head della Direzione Wealth Management

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