Una guerra solo di parole?

Quando leggo delle vicende coreane degli ultimi mesi, ho un senso di dejà vu. Mi sembra di rivivere una sottovalutazione, da parte del governo americano, delle questioni ‘ideologiche e di identità di popolo‘ che furono già sottovalutate ai tempi della seconda guerra mondiale, della guerra fredda, dell’Afghanistan e dell’Iraq. Quindi, perché stupirsi più di tanto che stia succedendo adesso, con la questione coreana?

Ho trovato estremamente interessante al riguardo il punto di vista espresso da Junko Terao, una giornalista dell’Internazionale, che vede un disegno molto chiaro di annessione della Corea del Sud da parte di quella del Nord. No, non è un refuso. Per ogni approfondimento rimando ad un articolo apparso sul Washington Post, che approfondisce la tesi contenuta nel libro: ‘The cleanest race (La razza più pura)’ di Brian Myers del 2010.

Ma prima di giungere a conclusioni di fantapolitica vale la pena ripercorrere come si sia arrivati a questo punto. Non è facile sintetizzare 50 anni di storia in una mezza pagina ma è fondamentale per cercare di interpretare quello che sta accadendo oggi.

La resa del Giappone, il crollo della Germania, unitamente ai grandi mutamenti della politica e dell’ideologia mondiale, portarono nel 1945 alla divisione della Corea in due zone di occupazione. Gli Stati Uniti amministravano la parte meridionale della penisola e l’Unione Sovietica l’area a nord del 38º parallelo. Questa divisione sarebbe dovuta essere temporanea.

Le iniziali speranze per una Corea unificata e indipendente svanirono rapidamente quando la politica della guerra fredda e l’opposizione al piano di amministrazione fiduciaria ebbero come risultato la costituzione nel 1948 di due nazioni separate, con sistemi politici, economici e sociali diametralmente opposti. Il 25 giugno 1950 il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite riconobbe la Repubblica di Corea (Corea del Sud) come il solo governo legale della Corea. Come risposta la Corea del Nord violò la linea del 38º parallelo per invadere il Sud.

La guerra di Corea durò 3 anni e separò definitivamente le due Coree, che rimasero tecnicamente in conflitto fino ad oggi. La Corea del Nord è comunemente indicata come uno Stato socialista, stalinista e isolazionista. Pochi però ricordano che la sua economia crebbe, inizialmente in modo sorprendente, proprio grazie a una serie di riforme di tipo socialista, che la portarono a essere il Paese asiatico più industrializzato dopo il Giappone, almeno fino agli anni ’80.

Per contro, la Corea del Sud divenne uno dei Paesi più economicamente avanzati del mondo, anche grazie a politiche sempre più liberali, solo dopo il crollo dell’Unione Sovietica.

Oggi siamo in un momento di incertezza globale: Donald Trump è imprevedibile, il ruolo della Cina ambiguo, Moon Jae-in sta cercando di invertire le politiche del precedente governo conservatore e Pyongyang ha lanciato più missili negli ultimi 6 anni di quanto abbia fatto negli ultimi 70.

D’altra parte, se un alieno sbarcasse oggi sulla terra, ascoltando le parole di Trump: ‘La Corea farebbe bene a non minacciare ancora gli Stati Uniti, gli risponderemo con fuoco e fiamme mai viste al mondo’, penserebbe che siamo sull’orlo di un conflitto nucleare. L’unico esempio simile fu infatti quando il Presidente Truman annunciò il bombardamento di Hiroshima nel 1945.

Invece – auspicabilmente – la realtà non è ancora questa.

Le due Coree peraltro non nascondono di ambire ad una riunificazione, per lo meno nel sentire della gente comune del Sud, che ancora percepisce i connazionali del Nord quasi come fratelli, come mostra anche la foto che riprende i bigliettini lasciati dagli abitanti del Sud ai limiti della zona demilitarizzata (Fonte: LaPresse).

Anche per le potenze esterne lo stallo è una parola ricca di utilità. Con una Corea del Nord armata, la Cina terrà a bada Giappone, Usa e Corea del Sud, distogliendo l’attenzione dalle sue mire sulle isole Senkaku, ma contemporaneamente non rinuncerà – per ragioni economiche – alla collaborazione con Washington. Lo dimostra anche il fatto che ha votato a favore delle nuove sanzioni contro Pyongyang (ma ha ottenuto di escludere l’embargo sul greggio). Inoltre, ha fatto sapere che se la Corea del Nord attaccherà per prima e gli Usa risponderanno per rappresaglia, la Cina resterà neutrale.

Ma mentre i canali ufficiali alzano il tono, un canale diplomatico non ufficiale, noto come il ‘canale newyorkese’ è nuovamente all’opera. Nuovamente perché in realtà negli anni ottanta, con l’amministrazione Reagan, cominciarono incontri segreti tra le due diplomazie a New York, che si interruppero però sotto l’amministrazione Obama, quando furono introdotte nuove pesanti sanzioni contro il Nord.

Stiamo parlando di una serie di colloqui informali per preparare la strada a possibili colloqui ufficiali, anche se le speranze in realtà sono molto tenui. Ad esempio, la Corea del Nord si sarebbe detta disposta a sospendere temporaneamente i test qualora gli Usa avessero sospeso le esercitazioni militari, congiunte con il Sud, previste per fine agosto. La stessa posizione è stata caldeggiata dalla Cina.

Le manovre militari, denominate ‘Ulchi Freedom Guardian’, hanno però preso il via a fine agosto, con 50mila militari sudcoreani e circa 17.500 americani, un numero comunque inferiore a quello degli anni precedenti.

Per reazione, il 29 agosto la Corea del Nord ha lanciato un missile a lungo raggio che ha sorvolato il Giappone e testato una nuova bomba.

Molti hanno dimenticato che la questione cubana, che stava per portare il mondo sull’orlo di una crisi nucleare, non è stata risolta a colpi di proclami ma con una paziente opera diplomatica parallela che ha permesso a russi e americani di salvare la faccia, e anche il mondo.

Speriamo che la storia si ripeta.

Paolo D’Alfonso
Responsabile Marketing Operativo e Sviluppo Prodotti

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