Green is the new black

Sarà che ho da poco iniziato a seguire una serie televisiva (non recente, essendo già alla sesta stagione, ma di grande successo di pubblico e critica) intitolata “Orange is the New Black”, per cui l’associazione di idee – all’indomani delle Elezioni Europee – mi è venuta naturale.

La serie, ispirata ad una storia vera, è ambientata in un carcere femminile. La protagonista è una signora della “buona borghesia” rimasta coinvolta in una truffa attraverso il suo compagno e le detenute con le quali condivide la sua nuova vita e i ricordi di quella passata indossano ovviamente tute color arancione.

La frase del titolo vuole dire che quel colore (arancione o verde che sia, non importa) e, in senso più lato, un determinato argomento, è diventato di generale accettazione, di moda e sta bene con tutto e a tutti, proprio come un vestito nero.

Cominciamo con ordine.

Lunedì 27 maggio ci siamo svegliati con due sostanziali notizie di rilievo: gli esiti delle elezioni europee e la proposta di fusione tra Fiat (FCA) e Renault.

Le due cose insieme mi hanno un po’ spiazzato e capiremo perché.

Gli esiti delle elezioni europee, pur non avendo determinato stravolgimenti in seno al Parlamento, qualche spunto di riflessione importante ce lo offrono.

In primo luogo, i dati mostrano che la nuova legislatura del Parlamento Europeo sarà molto più frammentata delle precedenti, caratterizzate soprattutto dall’egemonia dei due partiti più istituzionali: il Partito Popolare Europeo, cioè il principale di centrodestra, e il Partito Socialista Europeo, di centrosinistra. Entrambi, rispetto alla legislatura in corso, hanno perso una quarantina di seggi a testa: il Partito Popolare ne otterrà circa 180 – erano 221 dopo le elezioni del 2014 – mentre i Socialisti dovrebbero controllarne circa 150, dai 191 del 2014.
La conseguenza più immediata di questo è che i due partiti non riusciranno più a formare una maggioranza da soli, come accade dal 2009: da soli avranno a disposizione circa 330 seggi, 46 in meno della maggioranza.

Diversi altri gruppi politici al Parlamento Europeo hanno invece aumentato il loro peso. Lo storico partito europei dei Liberali, l’ALDE, otterrà il miglior risultato della sua storia superando i 100 seggi, grazie soprattutto alla ventina di parlamentari che saranno garantiti da En Marche, il partito del Presidente Emmanuel Macron (che è arrivato secondo dietro al partito di Marine Le Pen).

Il vero exploit lo hanno avuto i Verdi, specie nei Paesi “core”.
I Verdi sono andati molto meglio di quanto avevano predetto i sondaggi già molto favorevoli: nel 2014 ottennero un ottimo risultato con 50 seggi, ma nella nuova legislatura ne avranno 70 soprattutto grazie agli ottimi risultati in Francia, Germania, Belgio, UK, Irlanda e al consolidamento in diversi altri Paesi (tranne in Italia, dove non sono riusciti a superare la soglia di sbarramento al 4 per cento).
È in Germania che i Verdi hanno segnato il risultato record. Secondo quanto emerge dall’analisi dei flussi di voto elaborata da Ard, hanno sottratto un milione di voti ciascuno ai democristiani della Cdu ed alla Spd. A pesare di più sul successo dei Verdi, per la prima volta secondo partito in Germania e al suo massimo storico, sono stati i giovani elettori, di età compresa tra i 18 ed i 24 anni, che hanno permesso al partito di raggiungere il 33% dei consensi. Un risultato dovuto in particolare alla loro trasversalità: i Verdi tedeschi hanno infatti smesso di essere un riferimento solo per la sinistra ecologista, sposando una linea fortemente europeista ma allo stesso tempo critica nei confronti dello status quo.

Ondata verde anche nei Paesi Bassi e in Irlanda e perfino in Francia. Il partito ecologista francese è terzo dopo le formazioni di Le Pen e Macron con il 12,8% delle preferenze. Ha scavalcato i repubblicani e i socialisti che si sono fermati poco sopra il 6%. In Inghilterra, hanno superato l’11%, posizionandosi davanti al partito attualmente al Governo.

Ska Keller (immagine da Deutschlandfunk.de)

Riassumendo, i Verdi sono il secondo partito in Germania, il terzo in Francia, il quarto in Europa. Per contro, come abbiamo potuto ascoltare in molti commenti, il Parlamento Europeo sarà più disomogeneo e frammentato che mai. Un’Europa divisa che sarà ancora più divisa, questo dicono i numeri.

È proprio per questa ragione che mi ha sorpreso l’annuncio, nella stessa giornata postelettorale di lunedì, l’annuncio della fusione tra FCA e Renault. Non una semplice alleanza operativa, come impone un mondo sempre più globalizzato, ma una vera e propria fusione tra pari.

Nel numero 6 del 2017, in un mio editoriale intitolato “Europa sì, ma quale Europa?” avevamo affrontato un tema spinoso, prospettando che le Aziende avrebbero contribuito a creare una Europa unita ancora prima dei politici, realizzandola attraverso operazioni di fusione societarie transazionali. La fuga in avanti delle aziende, determinata dalla necessità di dover competere su scala globale, spingerà la politica e le istituzioni a prendere atto di un trend irreversibile e necessario.

Peraltro, poco è stato chiarito fino ad oggi relativamente alla posizione di Nissan, azionista e partner strategico di Renault, che fino a qualche settimana fa era accreditato per una fusione con i francesi.

L’amministratore delegato di FCA, Mike Manley, in una lettera ai dipendenti, sostiene di «non vedere l’ora di coinvolgere Nissan. Crediamo che i benefici che matureranno da una fusione tra Renault e Fca si estenderanno anche ai partner dell’alleanza Mitsubishi e Nissan. E non vediamo l’ora di coinvolgerli in opportunità ancora più grandi e reciprocamente vantaggiose».

È chiaro per tutti il vantaggio che si otterrebbe dalla fusione con Renault-Nissan-Mitsubishi: la nascita di quello che diventerebbe il primo produttore mondiale di automobili. Si calcola, infatti, che con un’operazione che coinvolgesse anche Nissan, si arriverebbe a 15,6 milioni di veicoli venduti, numeri molto superiori a quella di Volkswagen, con le sue 10,8 milioni di auto. La sola alleanza tra Renault e FCA porterebbe comunque ad un gruppo con una produzione di 8,7 milioni di auto, il terzo al mondo.

L’interesse per Nissan nasconde l’ammissione di uno dei gap principali che colpiscono FCA in termini strategici, quello relativo all’auto elettrica, che è stata sempre snobbata dalla passata gestione, e dove invece Nissan vanta un’eccellenza assoluta.

La Nissan Leaf – modello di seconda generazione – è stata l’auto elettrica più venduta in Europa nel 2019, e grazie ai successi anche della Renault Zoe, pone i due produttori e alleati a detenere una quota di mercato del 40%, ben sopra al 15% di Tesla e il 12% di Volkswagen.

Chiaro quindi l’interesse di Mike Manley a intercettare un mercato nel quale FCA è assente e che, se oggi vale solo l’1,3% del totale delle vendite auto, sarà destinato in pochi anni a raggiungere quote di mercato a due cifre.

L’argomento è fresco di giornata, e sono certo che aprirà inevitabili polemiche a livello politico incentrate sulla innegabile crescita di potere delle aziende francesi sul terreno economico italiano, anche perché lo Stato francese è il principale azionista della Renault.

Certo è che il tema “green” è qui per durare, e sarà trasversale non solo in politica, ma anche in tutti i settori economici, producendo conseguenze difficili da stimare ma complessivamente positive.

Perché, come dicevano all’inizio, “Green is the new black” davvero.

 

Paolo D’Alfonso
Co-head della Direzione Wealth Management

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