Green Deal

Davvero un Green Deal, Ursula von der Leyen?

È stato un flop totale e inaspettato.

Il vertice delle Nazioni Unite sul clima (COP25) si è concluso domenica 15 dicembre a Madrid – sotto la presidenza cilena – con un accordo davvero molto modesto e un rinvio al prossimo anno di una decisione chiave in tema di emissioni di CO2.

Non si è raggiunta un’intesa sull’articolo 6 dell’Accordo di Parigi del 2015 sui cambiamenti climatici. Nonostante siano stati i colloqui sul clima più lunghi di sempre, molti delegati hanno resistito alle richieste di rafforzare gli impegni per tagliare i gas serra il prossimo anno.

I delegati di quasi 200 nazioni hanno lasciato Madrid (dopo più di due settimane di discussioni inclusa una proroga di due giorni) concordando solo sulla “necessità urgente” di effettuare tagli più profondi alle emissioni di gas serra. Nulla è stato deciso sull’aggiunta di meccanismi di mercato come strumento necessario per raggiungere gli obiettivi e non c’è stato accordo sui finanziamenti necessari per risolvere il problema.

I meccanismi di mercato sono sostanzialmente due: la tassa sul carbone e il cosiddetto “cap and trade”. Su quest’ultimo vale la pena soffermarsi poiché è uno dei temi più scottanti e ambigui. Si tratta di un approccio per controllare l’inquinamento basato su una sorta di borsa dei diritti di emissione, e fornisce incentivi economici finalizzati a conseguire riduzioni delle emissioni di inquinanti. Un’autorità centrale stabilisce un limite sulla quantità di un inquinante che può essere emesso. Il limite viene assegnato alle imprese sotto forma di permessi di emissione, che rappresentano quindi il diritto di emettere un volume specifico dell’inquinante specificato. Le imprese sono tenute a detenere un numero di permessi equivalente alle loro emissioni. Il numero totale di permessi non può superare il limite, bloccando le emissioni totali a tale livello. Le aziende che hanno bisogno di aumentare il loro volume di emissioni devono acquistare licenze da coloro che richiedono meno permessi. Il trasferimento dei permessi è indicato come un commercio. In effetti, l’acquirente paga una tassa per l’inquinamento, mentre il venditore è ricompensato per avere emissioni ridotte.

Se la tassazione è un meccanismo certo, quello del cap and trade (già utilizzato nel settore automobilistico, ad esempio) si presta a molte interpretazioni e applicazioni, che ne possono vanificare l’utilità.

Infatti gli ultimi due giorni della conferenza sono stati utilizzati per discutere un testo davvero molto controverso. Gli attivisti climatici hanno affermato che se fosse stato adottato avrebbe potuto fare più male che bene. Si temeva, in particolare, che potesse consentire il “doppio conteggio” dei crediti, permettendo di vendere e acquistare crediti di carbonio per contare le riduzioni delle emissioni come effettive. Il Brasile, ad esempio, voleva inserire una disposizione che autorizzasse la vendita di vecchi crediti di carbonio nell’ambito di un “ex” mercato esistente ai sensi del protocollo di Kyoto.

“È positivo che l’UE non abbia accettato un accordo negativo”, ha affermato Eickhout, negoziatore olandese. “Brasile e Australia sono tra i principali ostacoli. Ciò non può non avere conseguenze per i negoziati dell’UE con entrambi i paesi su nuovi accordi commerciali “. Parole dure, ma non basta.

Uno dei grandi accusati in tema di resistenza agli accordi è il Giappone, nonostante le dichiarazioni del Ministro dell’Ambiente Koizumi.

“Affrontare problemi di grande portata come il cambiamento climatico è interessante, cool e sexy”, ha detto appena insediato il giovane ministro in una conferenza stampa sul clima.

Koizumi ha promesso che il Giappone “da oggi cambierà: vogliamo raggiungere l’obiettivo di decarbonizzare le nostre città, il nostro paese, il nostro mondo”.

Sarà vero ma il Giappone è preso di mira proprio per il suo costante impegno nei confronti del carbone. Il combustibile fossile più inquinante costituisce circa un terzo della produzione di elettricità del paese. È anche l’unica economia del Gruppo dei Sette che sta ancora costruendo nuove centrali a carbone e anche un grande esportatore di tecnologia delle centrali a carbone.

Il paese ha aumentato la sua dipendenza dall’energia a carbone a seguito del disastro di Fukushima del 2011, che ha chiuso la sua flotta di reattori nucleari che rappresentavano un quarto della produzione di elettricità della nazione.

“Non possiamo fare immediatamente una dichiarazione di abbandono graduale del carbone o dei combustibili fossili”, ha infatti dovuto affermare Koizumi a margine della conferenza.

Photographer: Krisztian Bocsi/Bloomberg

L’altro punto cruciale era quello della revisione degli aiuti per le perdite e i danni (Loss and Damage) che subiscono i Paesi vulnerabili (peraltro i meno responsabili dei gas serra) per cui si chiede ancora uno sforzo di risorse ai Paesi ricchi. Si è deciso di rinviare al 2020, così come è stata rinviata anche la definizione delle regole sul mercato globale del CO2.

Il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres, che aveva aperto la Conferenza pronunciando tre volte la parola «ambizione» si è detto «deluso» del risultato affermando che «la comunità internazionale ha perso un’opportunità importante per mostrare maggiore ambizione». In un tweet ha esortato: «Non dobbiamo arrenderci e io non mi arrenderò».

Più interessante la dichiarazione di Alessandria Ocaso-Cortez, uno dei candidati democratici alla Casa Bianca più agguerriti, che ha definito COP25 “un fallimento totale”. Secondo la candidata, “conferenze come questa vanno intese come veri e propri negoziati per ridurre urgentemente le emissioni globali di carbonio – non i cocktail party per far sentire meglio i politici con sé stessi, mentre vendono il nostro futuro agli interessi dei combustibili fossili”.

Il risultato complessivo ha nettamente ridimensionato i principi dell’accordo di Parigi, in base al quale tutti i paesi hanno concordato di attuare politiche sempre più ambiziose per ridurre l’inquinamento.

Nel frattempo l’Europa, che parla continuamente di green deal, è ancora troppo bloccata a discutere, oltre che della Brexit, anche sulle definizioni e sulla tassonomia.

In realtà dietro a questa timidezza si nascondono profonde divisioni sulla strategia climatica all’interno del blocco delle 28 nazioni, il cui obiettivo dichiarato è ridurre le emissioni di gas serra del 40% entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990.

Molti paesi dell’UE vogliono andare oltre l’obiettivo del 2030 e impegnare l’UE a raggiungere emissioni nette pari a zero entro il 2050. Ursula von der Leyen, presidente del potente esecutivo dell’UE, l’ha resa una delle sue massime priorità.

Ma i membri orientali della UE più poveri, come la Polonia, l’Ungheria e la Repubblica Ceca, le cui economie fanno molto più affidamento sul carbone per la produzione di elettricità, sono riluttanti a fare di più.

Von der Leyen spera di aumentare l’obiettivo del 2030 dal 40% ad “almeno” il 50%. Dopo molte discussioni, il governo tedesco ha approvato questo mese un piano volto a ridurre le emissioni al 55% dei livelli del 1990 nel prossimo decennio.

Alla Cop26 di novembre 2020 a Glasgow nessun Paese potrà più sottrarsi dall’indicare di quanto aumenterà il contributo nazionale (Ndc) sul clima. Solo così si potrà capire se c’è un gap fra gli impegni presi e quelli necessari per contenere l’aumento medio della temperatura globale entro 1,5 gradi per il 2100.

Come diceva il Presidente americano Roosvelt, per ora unico realizzatore di un New Deal efficace, “se credi di potercela fare sei già a metà dell’opera”.

Speriamo bene….

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