Giro giro tondo

Questa mattina mi sono svegliato canticchiando: “Alla fiera dell’est, per due soldi, un topolino mio padre comprò. E venne il macellaio, che uccise il toro, che bevve l’acqua, che spense il fuoco, che bruciò il bastone, che picchiò il cane, che morse il gatto, che si mangiò il topo, che al mercato mio padre comprò”.

Non è che Branduardi nel 1976 quando ha inciso questo brano stesse già parlando di Economia Circolare?

Partiamo con la definizione accademica: secondo la Ellen MacArthur Foundation, Economia Circolare è «un’economia pensata per potersi rigenerare da sola. In un’economia circolare i flussi di materiali sono di due tipi: quelli biologici, in grado di essere reintegrati nella biosfera, e quelli tecnici, destinati ad essere rivalorizzati senza entrare nella biosfera».

I principi base sono 5:

  1. Progettare i prodotti pensando fin da subito al loro impiego a fine vita.
  2. Dare priorità alla versatilità e adattabilità del prodotto in modo che si possa adattare al cambiamento.
  3. Affidarsi alle fonti di energie rinnovabili.
  4. Considerare l’intero ecosistema e la relazione causa effetto tra le diverse componenti.
  5. Recupero materiali, sostituzione delle materie prime con materie seconde di qualità provenienti da filiere di recupero.

In sostanza, l’Economia Lineare si basa sullo sfruttamento delle risorse mentre l’Economia Circolare rappresenta un nuovo modo di concepire la produzione di beni e servizi e un nuovo approccio al consumo per i consumatori, fondati sui concetti di durata, riutilizzo, ricostruzione e riparazione.

Vi è mai capitato che un elettrodomestico si rompesse, guarda caso, proprio alla scadenza della garanzia? Che sfortuna! No invece: che bravi! Sì perché, evidentemente, quell’elettrodomestico è stato progettato e prodotto con un processo perfetto di obsolescenza programmata.

L’obsolescenza pianificata, in economia industriale, è una strategia volta a definire il ciclo vitale di un prodotto in modo da limitarne la durata a un periodo prefissato. Il prodotto, dopo un tempo predefinito, diventa inutilizzabile, i costi di riparazione risultano superiori a quelli di acquisto di un nuovo modello e quindi viene sostituito.

Il processo si attua con l’utilizzo di materiali di bassa qualità, componenti deteriorabili, sistemi elettronici specifici. Questi accorgimenti progettuali e produttivi sono supportati anche da campagne pubblicitarie di obsolescenza percepita che propongono nuovi modelli, con un’immagine differente ma una sostanza pressoché simile, con l’unico scopo di spingere il consumatore a sostituire il prodotto vecchio con uno nuovo.

Che spreco! E quanti rifiuti!

Nell’Unione europea ogni anno si usano quasi 15 tonnellate di materiali a persona e ogni cittadino UE genera una media di oltre 4,5 tonnellate di rifiuti l’anno, di cui quasi la metà, quando va bene, viene smaltita nelle discariche.

La plastica rappresenta il 95% dei rifiuti in mare aperto, sui fondali e sulle spiagge del Mediterraneo e proviene principalmente da Turchia e Spagna, seguite da Italia, Egitto e Francia. L’Europa, il secondo maggiore produttore di plastica al mondo dopo la Cina, riversa in mare ogni anno tra le 150 e le 500 mila tonnellate di macroplastiche e tra le 70 e 130 mila tonnellate di microplastiche. Il suo principale serbatoio è proprio il Mediterraneo che rischia di trasformarsi in una vera e propria “trappola di plastica”. I grandi pezzi di plastica feriscono, strangolano e causano spesso la morte di animali, incluse specie protette e a rischio come le tartarughe marine. Ma sono le microplastiche, frammenti più piccoli e insidiosi, a raggiungere nel Mediterraneo concentrazioni record quasi 4 volte superiori a quelle registrate nell’ “isola di plastica” del Pacifico settentrionale (Crf. “Message in a bottle”in What’s Up n. 7). Entrando nella catena alimentare, questi frammenti minacciano un numero ancora maggiore di specie animali e mettono a rischio anche la salute umana.

È evidente che le catene di fornitura debbano impegnarsi in processi produttivi virtuosi in questo senso ed è importante che ciascuno di noi faccia un salto di qualità nella propria esperienza quotidiana di cliente per passare dall’essere un consumatore ad essere un utilizzatore, dando impulso alla domanda di prodotti e servizi legati al noleggio, alla condivisione, allo scambio, alla riparazione, al riutilizzo, alla ricostruzione.

L’ecoinnovazione offre nuovi processi, tecnologie e strutture organizzative volte alla produzione di beni in linea con i principi dell’economia circolare.

Fortunatamente sta crescendo anche l’offerta per gli investitori attenti ai temi SRI in ambiti di economia circolare. Si può contribuire ad affrontare importanti sfide socio-ambientali anche attraverso le scelte di investimento.

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