Gigli viola e oro blu

Avete mai sentito parlare del Konjac?

Forse in qualche dieta ma la prova costume non c’entra e sono altri i motivi che richiamano la nostra attenzione su questo tubero. Assomiglia un po’ a una zucca e un po’ ad una patata, ha un fiore che sembra una grossa calla, è chiamato anche in modi strani tipo lingua del diavolo, giglio voodoo, serpente di palma e da oltre 2000 anni viene usato, soprattutto in Asia, come ingrediente per la preparazione di alcuni piatti come ad esempio i noodle shiritaki.

È composto da acqua e da glucomannano, una fibra naturale solubile a elevato potere saziante e ad azione probiotica (in grado cioè di nutrire i batteri buoni dell’intestino) ed ecco perché viene usato in alcune diete dimagranti. Recentemente da una formula proprio di gomma di Konjac combinata con la cellulosa alcuni ricercatori dell’Università del Texas hanno prodotto un gel in grado di estrarre l’acqua dall’aria, grazie alle proprietà dei due elementi. La gomma di Konjac, infatti, ha una struttura porosa che cattura l’umidità dell’aria che invece le caratteristiche termoreattive della cellulosa fanno sì che, quando si scalda, venga rilasciata. Con la combinazione giusta, in pochi attimi si ottiene un gel che, una volta liofilizzato in stampi, può essere utilizzato in fogli più o meno spessi a seconda delle esigenze.

Idee ingegnose e talvolta bizzarre per l’approvvigionamento di acqua, nel tempo ce ne sono state: il popolo Inca recuperava acqua dalla nebbia con delle specie di cisterne e, molto più di recente, sono state presentate soluzioni innovative che purificano l’aria e convertono il vapore acqueo in acqua potabile o che, grazie all’energia solare, producono acqua pedalando. Questi sistemi purtroppo hanno diversi limiti perché o sono molto dispendiosi in termini di consumo di energia elettrica o sono molto ingombranti o richiedono tassi di umidità troppo alti e soprattutto hanno un problema che li accomuna tutti e cioè quello di ricavare poca acqua. Un chilo di gel di Konjac, invece, in meno di dieci minuti genera oltre 13 litri d’acqua con un’umidità molto bassa, pari al 30% (a Milano l’umidità media si aggira attorno al 75%) e oltre 6 litri di acqua per ogni chilo di prodotto con un’umidità dell’aria di appena il 15% che, per capirci, è quella del deserto.

La scarsità d’acqua è un’emergenza mondiale le cui proporzioni sono in continuo aumento: secondo i dati di OMS e Unicef una persona su tre non ha accesso ad acqua potabile e circa 3 miliardi di persone non possono compiere nemmeno il gesto igienico più semplice che esista cioè lavarsi le mani.

I processi convenzionali di approvvigionamento dell’acqua basati sulle precipitazioni, sui nevai perenni e sull’apporto fluviale non sono più sufficienti a soddisfare le richieste umane anche di Paesi che prima d’ora non avevano mai accusato carenza idrica.

Una delle soluzioni a cui si sta facendo ricorso è la desalinizzazione dell’acqua di mare che, tuttavia, presenta due severe criticità cioè gli alti consumi energetici e gli impatti ambientali della salamoia chimica che necessita di trattamenti speciali. Alcuni Paesi ne stanno facendo largo uso: Israele ottiene il 35% del suo fabbisogno idrico da cinque impianti di desalinizzazione (raggiungerà il 70% entro il 2050) e anche Giappone, Arabia Saudita, Cipro e alcune aree dell’Australia hanno impianti efficienti.

In Italia, le scarse precipitazioni invernali e la forte siccità estiva hanno causato la risalita del cuneo salino sui rami del Po: in pratica, l’abbassamento del fiume al livello più basso negli ultimi 70 anni porta l’acqua del mare a risalirne il corso, raggiungendo l’impianto di potabilizzazione, che non è dotato delle specifiche sezioni di trattamento necessarie per la rimozione della salinità dall’acqua. Per questo motivo, a Ponte Molo, nel comune di Taglio di Po (Ro), dove ha sede un importante impianto di potabilizzazione secondo il procedimento tradizionale, è stato installato recentemente un impianto mobile di desalinizzazione, affittato dalla Spagna ad un costo di circa 150mila euro per due mesi, e piccoli impianti sono attestati in Sicilia, Toscana e Lazio.
Paradossalmente molte delle aziende che forniscono gli impianti di desalinizzazione del mondo sono proprio italiane, inoltre, a fronte di una situazione che più che emergenza sta diventando normalità, in Italia non si fa nulla per l’efficientamento delle reti idriche vecchie e deteriorate che disperdono enormi quantitativi d’acqua nei tubi (a Frosinone, e questo è il dato nazionale peggiore, l’80,1% dell’acqua immessa viene dispersa).

La riduzione degli sprechi, la ricerca, l’innovazione, l’orientamento verso investimenti virtuosi hanno potenziali di sviluppo importanti. Le aree interessate sono più ampie di quanto si possa pensare e comprendono i servizi idrici intesi come aziende regolamentate che forniscono acqua potabile e aziende che si occupano della gestione delle acque reflue; il trasporto dell’acqua e quindi aziende che lavorano nella consegna dell’acqua attraverso impianti, pompe e tubi; la tecnologia dell’acqua e cioè aziende che producono apparecchiature per il trattamento o la purificazione dell’acqua, aziende che la ricavano dall’aria etc. e inoltre aziende esemplari per quanto riguarda l’efficienza idrica.

L’oro blu va preservato da ciascuno di noi perché è una risorsa sempre più preziosa.

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