Gig economy

Ci sono cascato anch’io. Ho subito pensato al bellissimo pezzo dei Pink Floyd del 1973 contenuto nell’album ‘The dark side of the moon’.

Il brano è diventato famoso per il lungo assolo vocale della cantante Clare Torry. Un assolo senza parole, evocativo. Letteralmente “the great gig in the sky” significa infatti “il grande spettacolo del cielo” e pare che il gruppo, prima della registrazione, abbia detto alla cantante: “Non ci sono parole, infatti riguarda la morte”.

Questo è stato il mio approccio alla parola gig, che nel linguaggio più comune, nello slang, vuol dire però tutt’altro. Potrebbe essere tradotto con: “lavoretto”.

Ed è con questa accezione che ai giorni nostri si parla sempre più insistentemente di gig economy.

Con gig economy si intende un modello economico sempre più diffuso dove non esistono più le prestazioni lavorative continuative (il posto fisso, con contratto a tempo indeterminato) ma si lavora on demand, cioè solo quando c’è richiesta per i propri servizi, prodotti o competenze.
Domanda e offerta vengono gestite online attraverso piattaforme e app dedicate: possiamo fare gli esempi dell’affitto temporaneo di camere (ad es. Airbnb), di attività da freelance come la progettazione di siti web (ad es. Upwork o Fivver), di vendita di prodotti artigianali (ad es. Etsy) e di trasporti privati alternativi ai taxi (ad es. Uber) o le consegne a domicilio (ad esempio di pasti pronti, come Deliveroo e Foodora).
Nella gig economy i lavoratori sono tutti in proprio e svolgono attività temporanee e part-time.

Il termine balza agli onori della cronaca recentemente. Di seguito l’analisi che ho fatto su Google Trend, che mostra come tale termine sia davvero di interesse molto recente.

Probabilmente Hillary Clinton lo ha nominato nel 2015 durante la sua campagna preparatoria per le presidenziali, portandolo all’onore delle cronache.

Nell’ evoluzione della nostra società è evidente che anche il ruolo e la natura del lavoro sia sottoposto a numerosi ripensamenti.
Per qualcuno il termine gig economy ha un’accezione positiva, per altri molto negativa.
Di sicuro cambia molto da paese a paese.

Negli USA, i cd ”techies” amano il concetto e vedono il beneficio di liberare ogni lavoratore dalla morsa delle grandi organizzazioni burocratiche. Altri, molto più prosaicamente, lo considerano l’ennesima forma di sfruttamento del lavoro.

Al di là delle visioni individuali, la gig economy è stata negli Usa un fenomeno estremamente crescente che non può essere ignorato.

Un recente studio di due importanti economisti (Lawrence Katz di Harvard e Alan Krueger di Princeton) conclude che ben il 94% dei nuovi posti di lavoro netti in America dal 2005 al 2015 possa essere attribuito alla gig economy.

Questo potrebbe aiutare a comprendere anche come l’attuale fase di ripresa, lunga ma senza le solite caratteristiche di ciclicità, sia stata contraddistinta da un’assenza di tensioni inflazionistiche e da dinamiche salariali molto più contenute.

Le aziende cercano infatti di rendere variabile qualunque costo, incluso il costo del lavoro che per molti anni è stato ritenuto invece un costo quasi fisso, e questo grazie anche all’emergere di piattaforme e app che rendono molto più facile questo obiettivo.
La tendenza, per ora, è quella di utilizzare questa metodologia per i lavori ripetitivi (routine task) ma sta crescendo anche l’utilizzo per le attività maggiormente creative e orientate al problem solving. Altro termine emergente è infatti il crowdsourcing, ovvero la possibilità per le aziende di ricorrere allo sviluppo collettivo di un progetto, utilizzando numerose persone esterne all’azienda stessa, grazie alle opportunità offerte dal web.

Nella continua ricerca dell’efficienza, perché non valersi dell’expertise quando serve, pagando le competenze solo quando contribuiscono a risolvere il problema per il quale sono chiamate piuttosto che corrispondere un salario fisso, spesso sottoutilizzandole?

Muovendoci dagli USA all’ Europa e all’Italia le cose cambiano abbastanza.
Qui il dibattito è molto più acceso e i temi di tutela dei lavoratori sono molto più caldi.
Le prime statistiche sulla gig economy europea sono contenute in una ricerca di ADP e sono abbastanza sorprendenti: su 10.000 lavori intervistati, il 68% sarebbe interessato o prenderebbe in considerazione un’occupazione da freelance. In Italia la percentuale sarebbe del 65%, quindi analoga. Tuttavia, solo il 26% starebbe attivamente perseguendo questa soluzione. Le percentuali cambiano ovviamente molto in funzione della fascia d’età, con i giovani – per scelta o per necessità – decisamente più propensi a questa soluzione.
ll 50% dei soggetti attivi, secondo un’altra indagine di UILTucs , sono in buona parte laureati, e dedicano un paio di ore al giorno a queste attività.

I nomi più noti di piattaforme usate? Foodora, Deliveroo, Upwork, Elance, Fiverr e Freelancer.com oltre alle emergenti Translatorscafe.com, Lionbridge, Zintro e Actionscript.com. Tutto questo senza contare la più nota Uber.

A proposito, Clare Torry, la cantante dell’assolo del brano citato in apertura, fu pagata solo 30 £ per la registrazione. Successivamente fece causa ai Pink Floyd e alla casa discografica EMI, fu riconosciuta co-autrice del brano e vinse, incassando diritti milionari.

Paolo D’Alfonso
Responsabile Marketing Operativo e Sviluppo Prodotti

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