Fissare il tetto mentre il sole splende

In questi giorni (mesi) l’opinione pubblica è costantemente catturata da notizie internazionali: la guerra commerciale, la Brexit, le rivolte a Honk Kong, l’impeachment di Trump, oppure a carattere nazionale, quali la manovra economica e la tenuta della maggioranza di Governo.

Per questa ragione ho deciso di parlare di un tema scarsamente ripreso dalla stampa, ma che avrà impatti sulle nostre vite sicuramente più importanti.

Secondo il Global Competitiveness Report redatto dal World Economic Forum, che dal 2004 fa il punto sull’economia analizzando 140 economie a livello globale, l’Italia è al 31° posto nel mondo e al 17° in Europa per competitività.

Il “Global competitiveness index 4.0” mappa il panorama della competitività mondiale attraverso 98 indicatori, organizzati in 12 grandi categorie.

È basato su 12 pilastri: istituzioni; infrastrutture; adozione delle tecnologie digitali; stabilità macroeconomica; salute; competenze; mercato dei prodotti; mercato del lavoro; sistema finanziario; dimensioni del mercato; dinamismo imprenditoriale; capacità di innovazione. L’indice ha un sistema di punteggio che va da 0 a 100, con 100 quale punto più alto.

Quest’anno la metodologia di valutazione è cambiata, puntando molto sui fattori relativi all’innovazione e alla digitalizzazione, per non tralasciare ulteriori elementi quali ad esempio la diversità della forza lavoro, i diritti dei lavoratori, l’e-government delle imprese.

Ogni indicatore, utilizzando una scala da 0 a 100, dice quanto è vicina un’economia del singolo Paese allo stato ideale, detta anche “frontiera” della competitività. Combinando questi fattori, gli Stati Uniti hanno ottenuto le migliori prestazioni complessive, davanti a Singapore, definita l’economia più pronta per il futuro, e alla Germania.

Seguono Paesi Bassi, Hong Kong, Regno Unito, e Svezia. Prima di noi, quasi tutta l’Europa e anche la Cina (28esima). Tra le economie europee posizionate peggio di noi il Portogallo (34esimo), Slovenia, Polonia, Ungheria, Bulgaria e Romania, per finire con la Grecia (57esima).

Per curiosità, aggiungiamo che siamo 64esimi per quanto riguarda le competenze digitali della popolazione, e, a proposito di infrastrutture, siamo scarsi per la qualità delle strade (54esimi) e dell’efficienza dei servizi ferroviari (49esimi). Per l’efficienza del sistema legale e giudiziario siamo 137esimi.

Nel rapporto tra paga e produttività nel mondo del lavoro, scivoliamo poi al 127esimo e per i costi necessari ad avviare un’attività non andiamo oltre il 90esimo posto. Invece, per diritti dei lavoratori ci collochiamo al sesto posto anche se per la partecipazione femminile al mercato del lavoro siamo al 60esimo, ma per pubblicazioni scientifiche al settimo.

Gli esperti del World Economic Forum invitano a prestare un’attenzione particolare alla stabilità macroeconomica. Questo perché “anche se le finanze pubbliche sembrano essere sotto controllo, nel complesso, l’elevato debito pubblico e le incertezze sulla futura gestione della politica fiscale possono aumentare ulteriormente il costo del credito per il settore pubblico e per le imprese private”.

Rispetto alla classifica globale, la nostra competitività non è cresciuta e, pur riconoscendo i suoi punti di forza, l’Italia viene spronata a fare di più in quanto restiamo “l’economia avanzata che sta crescendo di meno” e pertanto il WEF invita il Paese a “dare priorità al suo programma di competitività e crescita, rafforzando la sua forza e affrontando le sue debolezze”.

Andando oltre le legittime curiosità di posizionamento, cos’ altro si può trarre dall’analisi del Report e quali sono le implicazioni per i responsabili delle politiche economiche internazionali?

Possiamo identificare tre grandi macrotemi.

1. Gli ultimi 10 anni hanno visto i leader globali intraprendere azioni rapide per mitigare il peggio della crisi finanziaria, ma questo da solo non è stato sufficiente a stimolare la crescita della produttività.

Dopo la Grande Crisi Finanziaria del 2008 i responsabili politici hanno mantenuto l’economia globale a galla principalmente grazie ad una politica monetaria ultra-liberista e non convenzionale. Ma nonostante la massiccia iniezione di liquidità – 10 trilioni di dollari nel decennio ad opera delle quattro principali banche centrali – la crescita della produttività ha continuato a ristagnare.
Proprio un’eccessiva dipendenza dalla politica monetaria può aver contribuito a ridurre la crescita della produttività, incoraggiando la dislocazione del capitale, con le banche che sono sempre meno interessate ai prestiti alle imprese, con priorità invece su attività di generazione di commissioni e di trading.

Non c’è compensabilità tra le 12 leve della competitività: un sistema finanziario solido non può compensare la scarsa infrastruttura fisica, così come l’adozione di nuove tecnologie digitali non può compensare la mancanza di un ecosistema imprenditoriale e di innovazione. I paesi devono perseguire tutte le 12 strade e creare la propria strategia per bilanciare e concentrare gli sforzi.

2. Con la politica monetaria che sta esaurendo la sua efficacia, i ‘policy makers’ devono rivedere ed espandere il loro kit di attrezzi per includere una serie di strumenti di politica fiscale, riforme e incentivi pubblici.

L’eccessiva dipendenza dalla politica monetaria ha anche fatto sì che la politica fiscale sia stata ampiamente sottoutilizzata, come si desume dal costante calo degli investimenti pubblici a livello globale. Nonostante i bassissimi costi di indebitamento, il settore pubblico non ha intensificato gli investimenti.

Se infatti l’ isteresi ha abbassato in modo permanente il percorso di crescita, allora lo stimolo guidato dagli investimenti potrebbe essere l’unica azione appropriata per riavviare la crescita in economie avanzate stagnanti. In particolare, serve una politica fiscale che dia priorità agli investimenti in infrastrutture, R&S e green economy, integrati da riforme strutturali che rendano più facile innovare e consentire alle imprese responsabili e inclusive di prosperare.

3. L’adozione e la promozione dell’integrazione tecnologica e digitale sono importanti ma i responsabili politici devono investire in parallelo nello sviluppo delle competenze, se vogliono offrire opportunità a tutti nell’era della quarta rivoluzione industriale.

Mentre molti mercati avanzati ed emergenti stanno abbracciando le nuove tecnologie della Quarta Rivoluzione Industriale, trovare un equilibrio tra l’integrazione tecnologica, gli investimenti di capitale umano e l’ecosistema dell’innovazione sarà fondamentale per migliorare la produttività nel prossimo decennio.

Con le giuste competenze e la formazione, i lavoratori possono diventare gli agenti che abbracciano, guidano e realizzano il potenziale della tecnologia, piuttosto che essere messi in disparte da essa. Investire nelle persone non può più essere un ripensamento: è un elemento fondamentale della crescita e della resilienza nella Quarta Rivoluzione Industriale. Inoltre, nonostante le pubblicazioni scientifiche, le domande di brevetto, le spese di R&S e gli istituti di ricerca siano tutti aspetti ben consolidati dello sviluppo della capacità di innovazione, non sono però sufficienti.

Affinché le buone idee passino alla commercializzazione, una serie di fattori “più soft” sono ugualmente importanti, come la capacità delle aziende di abbracciare idee dirompenti (su questo punto la Germania è settima con 63,1 punti mentre l’Italia è 98esima con 39,6 punti), l’atteggiamento verso il rischio imprenditoriale, la diversità della forza lavoro e le strutture gerarchiche piatte nelle aziende (la Danimarca è al primo posto con 82,4 punti e la Corea del Sud è all’85esimo con 53,0).

Insomma, servono Governi orientati al futuro e in grado di pensare al di là delle prossime elezioni, perché, come dice l’adagio popolare, occorre “fissare il tetto mentre il sole splende”.

 

Paolo D’Alfonso
Co-head della Direzione Wealth Management

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