Finanza comportamentale

Le teorie economiche tradizionali partono dal presupposto che gli agenti economici agiscano sempre razionalmente. Questo vorrebbe dire che nel prendere una decisione sono sempre pienamente informati e capaci di comprendere gli esiti associati a ciascuna alternativa disponibile. In sostanza, le teorie della scelta economica prendono in considerazione un agente economico astratto ma le persone reali si comportano in modo differente. L’essere umano reale, infatti, è contraddistinto da quella che, da un punto di vista economico, può essere definita una “razionalità limitata” e non da una razionalità perfetta. La razionalità limitata dipende principalmente dalle caratteristiche del nostro sistema cognitivo e dalla limitatezza delle sue risorse.

In particolare, gli individui non sono in grado di trattare e considerare allo stesso tempo un numero infinito di informazioni quindi, quando si tratta di prendere una decisione, devono fare una selezione tra le informazioni da utilizzare e quelle da tralasciare perché poco rilevanti: per dirlo in altri termini dispongono di limitate capacità di attenzione. Gli psicologi cognitivi hanno rivelato poi che la selezione delle informazioni non viene fatta sulla base di un valore oggettivo di importanza dei dati presi in considerazione ma secondo delle regole di tipo intuitivo , delle scorciatoie, chiamate ‘euristiche’.

Inoltre, le persone non si conformano alla teoria dell’utilità attesa poiché piuttosto che ragionare in termini di risultati assoluti ragionano in termini di risultati relativi. Infatti, ogni decisione viene presa in base ad un punto di riferimento (status quo) che è rappresentato, generalmente, dalla condizione nella quale si trova l’individuo al momento della decisione. Una proprietà fondamentale di questo punto di riferimento è quella di modificarsi nel tempo, di conseguenza prendere la stessa decisione oggi o tra un anno non è la stessa cosa, anche se il risultato atteso è immutato, dal momento che con tutta probabilità il punto di riferimento utilizzato per valutare i possibili esiti in dodici mesi si è modificato. Ciò che può sembrare un cattivo investimento oggi, potrebbe rivelarsi un grande affare tra un anno se nel frattempo il mio portafoglio ha perso valore.

Nelle scelte degli investitori, pertanto, è importante analizzare non solo gli aspetti economici ma anche il versante psicologico. Da questa interazione tra psicologia ed economia è nato un campo di ricerca interdisciplinare che prende il nome di finanza comportamentale.

Alla finanza comportamentale è stata spesso mossa la critica di essere una disciplina disorganica, formata dalla descrizione di una collezione di “anomalie” spesso in reciproco contrasto. Si deve, tuttavia, tenere presente che l’obiettivo originario della finanza comportamentale è stato quello di descrivere e interpretare singoli aspetti del comportamento di investitori, professionisti e mercati, senza pretendere di proporre una visione unitaria e coerente di tutti i fenomeni. Nel corso degli anni, tuttavia, anche la finanza comportamentale si è indirizzata verso una visione più organica dei problemi finanziari, spinta dall’accresciuta consapevolezza che non ci si può limitare a sottolineare gli errori che le persone commettono sistematicamente, ma si deve anche guardare alle possibili soluzioni di tali problemi. Oggi è in atto un processo di convergenza dei due paradigmi, quello classico e quello comportamentale, un tempo contrapposti,

Quello che si sta affermando nella teoria della finanza è un nuovo paradigma in base al quale si cerca di dare spiegazioni organiche ai problemi partendo da presupposti che tengano conto di come pensano e agiscono effettivamente gli individui. In sostanza si sta progressivamente abbandonando la contrapposizione tra l’approccio descrittivo (la finanza comportamentale che descrive e spiega il comportamento prevalente) e quello normativo (la finanza tradizionale che detta le regole per prendere le decisioni migliori). I due approcci, infatti, possono, trovare una felice sintesi in un’impostazione prescrittiva che riconosce che gli individui non sono naturalmente inclini a comportarsi nel modo che potrebbe ottimizzare il loro benessere e che è, pertanto, importante studiare e proporre meccanismi e soluzioni che li aiutino a mantenere una linea di comportamento capace di coniugare l’esigenza di seguire la propria natura con quella di perseguire il benessere economico.

Iscriviti a What's UP

Ricevi in anteprima tutti gli aggiornamenti