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Cina e Asia: cosa succede?

Cina e Asia: approfondiamo un tema complesso attraverso gli esperti di Fidelity.
Catherine Yeung, Investment Director, intervista Andrew McCaffery, CIO globale, Marty Dropkin, Head of Asian Fixed Income & Hong Kong Investments e Hyomi Jie, Gestore della strategia China Consumer.

Andrew, per iniziare, quali sono gli ultimi sviluppi che possiamo condividere con i nostri clienti, sia in merito alla Cina che al resto del mondo?

Andrew McCaffery: Negli ultimi mesi sono successe molte cose. A marzo scorso la Cina stava affrontando grandi sfide associate al COVID e altri ostacoli alla crescita, quali l’incertezza normativa e i dubbi sui possibili incentivi da parte del governo e della People’s Bank of China.

Nei mesi trascorsi, vi sono stati sviluppi ampiamente positivi soprattutto in Cina. La politica monetaria è diventata più accomodante e vi sono segnali che mostrano come il governo stia fornendo incentivi fiscali ad alcune parti economiche.
Anche le problematiche normative sembrano diminuire. La sfida più grande rimane ancora la gestione del COVID, sebbene la situazione sembri in via di miglioramento. Nel complesso, dovremmo trovarci nella fase iniziale di un ciclo rialzista, il che è positivo sia per la Cina che per la più ampia regione asiatica.

I mercati hanno reagito agli sviluppi della politica anti-COVID nella Cina continentale, con Pechino che ha nuovamente ritardato il rientro degli studenti nelle scuole solo pochi giorni dopo l’allentamento delle misure anti-COVID.

Cosa significa questo per le società in termini di sentiment di consumatori e imprese e quali sono le implicazioni per le filiere?

Hyomi Jie: La Cina sta attuando da tempo una politica di tolleranza zero nei confronti del COVID, peraltro ancora in corso, e da settembre dello scorso anno si sono verificati lockdown sporadici nelle città di tutto il Paese. Nelle province e nelle città soggette a lockdown, gli effetti su catene di approvvigionamento, sentiment e mobilità sono stati negativi, con ripercussioni anche sulla crescita economica.

Tuttavia, i recenti lockdown di Shanghai e Pechino hanno turbato non poco la popolazione poiché le conseguenze sull’economia sono state di gran lunga superiori a quanto visto in precedenza, il che è dovuto all’importanza di queste città.
Shanghai vanta una popolazione di 25 milioni di abitanti e ospita le sedi di numerose società. L’area circostante, invece, accoglie il polo produttivo e logistico in renminbi ed è responsabile di quasi la metà del PIL cinese. Pertanto, questi lockdown non sono stati solo eventi a livello regionale, ma un evento nazionale con implicazioni internazionali. Gli effetti negativi sono stati acuiti dal fatto che molte persone conoscono qualcuno che vive a Shanghai, quindi non si tratta solo di un contagio economico ma anche sociale.

La Cina è l’unico Paese al mondo a non aver autorizzato i vaccini a mRNA.

Cosa è emerso a questo proposito dalle discussioni con gli esperti e/o le società che operano in ambito sanitario?

Hyomi Jie: La Cina sta cercando di sviluppare internamente un proprio vaccino a mRNA, sebbene l’efficacia del Sinovac sia già analoga.

Andrew, qual è il livello di rischio connesso alla politica di tolleranza zero nei confronti del COVID della Cina per gli investitori esteri?

Andrew McCaffery: La recente mossa di interrompere il lockdown a Shanghai ha suscitato una reazione positiva da parte degli investitori esteri, che tuttavia continuano a mostrarsi prudenti. Molti investitori vogliono assistere a una ripresa sostenibile e i possibili ulteriori lockdown rimangono un ostacolo. L’approccio della Cina rispetto ai vaccini è forse una componente che sta lievemente danneggiando il sentiment.

Se agli investitori venisse spiegata con maggior chiarezza la situazione legata alla gestione del COVID e venissero date maggiori garanzie in merito a una riapertura sostenibile effettivamente in corso, ritengo che si concentrerebbero molto rapidamente sulle altre dinamiche positive che si stanno verificando nell’economia cinese. Il ciclo sembra infatti essere ai minimi in un momento in cui le dinamiche si stanno deteriorando in altre parti del mondo.

Nel settore immobiliare cinese il peggio è ormai alle spalle?

Marty Dropkin: Ritengo di sì, non credo comunque che andrà tutto liscio, poiché mi aspetto periodi ragionevolmente lunghi in cui i mercati dovranno elaborare gli sviluppi relativi alle società high yield in sofferenza (molte delle quali hanno già subito un significativo deterioramento del valore delle obbligazioni). Sono tuttavia ottimista grazie al recente riassetto normativo a cui abbiamo assistito. Le restrizioni sull’acquisto di immobili residenziali si sono attenuate e i tassi dei prestiti ipotecari sono diventati più convenienti, con un allentamento anche delle normative sulla caparra obbligatoria in alcune aree. La Cina sta attuando un allentamento della politica a livello microeconomico nei mercati strategici; singolarmente, queste politiche non hanno un impatto enorme, ma complessivamente sì. Un mese non rappresenta una tendenza, ma a maggio abbiamo osservato un miglioramento delle vendite immobiliari su base mensile come non succedeva da tempo.

È invece un po’ più difficile stabilire cosa significherà questo cambiamento per le singole società. Le imprese pubbliche di maggiori dimensioni riceveranno probabilmente un netto sostegno e registreranno nuovamente metriche di valutazione discrete. Tuttavia, potrebbe volerci più tempo prima che ciò avvenga nel settore dell’high yield, poiché è necessario che si verifichino alcuni meccanismi di compensazione, quali ad esempio l’acquisizione di operatori economici in difficoltà, la proroga dei termini di pagamento sulle obbligazioni, ecc. Ci vorrà del tempo.

Il tema dei “consumi cinesi” rimane intatto, visti i problemi normativi e quelli connessi al COVID a cui abbiamo assistito?

Hyomi Jie: Il settore immobiliare ha ostacolato i consumi complessivi, sia per l’effetto ricchezza che per l’indebolimento del sentiment. Anche il rallentamento dell’economia globale e i lockdown imposti nelle città primarie hanno rappresentato un grosso freno e, per gli investitori, hanno avuto la meglio sulle nascenti tendenze di ripresa che si stanno registrando altrove.
Ciononostante, a maggio e a giugno i dati economici hanno mostrato segni di ripresa, dopo il brusco rallentamento di marzo e aprile.

L’emergenza sanitaria dovuta al COVID non è ancora finita e oggi si registra un’ulteriore debolezza del mercato a causa delle notizie negative. Tuttavia, è molto probabile che il peggio sia passato, poiché è molto difficile che la situazione sia peggiore di quanto successo ad aprile, quando nessuno poteva uscire di casa. Ora dobbiamo valutare il ritmo della ripresa
a cui probabilmente assisteremo; gli esperti con cui parliamo sul campo in Cina e i nostri colleghi di Shanghai prevedono che la ripresa sarà piuttosto irregolare. Questo perché si verificheranno situazioni, quale l’obbligo di sottoporsi a tampone prima di poter andare a fare acquisti, che creeranno attriti che andranno a discapito dell’attività.
Per questi motivi, sembra che al momento siano in pochi a essere molto ottimisti riguardo ai consumi cinesi. Tuttavia, questo pessimismo si riflette anche nelle stime degli utili e nel posizionamento degli investitori.

A lungo termine, i trend strutturali dei consumi, come la crescita del reddito e l’urbanizzazione, rimangono invariati. A livello microeconomico, anche tendenze come l’ascesa dei marchi locali e il potenziamento dell’offerta di fascia alta rimangono fondamentali per la crescita di alcune società. La situazione geopolitica significa che la Cina dovrà fare sempre più affidamento sui consumi interni per alimentare la propria crescita. La sua strategia prende il nome di “doppia circolazione”, ovvero crescita attraverso due pilastri chiave: esportazioni e investimenti, e il motore di crescita interno dei consumi nazionali.

Quanta importanza dovremmo dare al prossimo Congresso del partito comunista cinese che si riunirà verso la fine dell’anno, visto che abbiamo già assistito al mutamento del quadro degli alti funzionari e alla nomina di nuovi volti?

Hyomi Jie: Il Congresso è molto importante dal punto di vista politico e le implicazioni sono piuttosto significative per il settore dei beni di consumo cinesi. Una delle variabili principali è la politica anti-COVID della Cina, con un consensus che prevede che l’attuale politica rimanga in vigore almeno fino a questo appuntamento, data l’esigenza di stabilità sociale della Cina. Se i policymaker cinesi si sentono sicuri della stabilità, la loro attenzione potrebbe spostarsi sulla crescita economica, che è sempre stata un indicatore chiave di performance fondamentale. Negli ultimi mesi, la crescita è passata in secondo piano a causa dell’attenzione rivolta al COVID e il ritorno alla normalità potrebbe catalizzare una ripresa dei consumi.

L’altra aspettativa del consensus è che l’alta dirigenza cinese continui a governare. Al momento, gode di un forte sostegno da parte della maggior parte dell’opinione pubblica cinese, in particolare nelle città secondarie.

Un’ultima osservazione: il Congresso chiarirà se nei prossimi anni la Cina intraprenderà un percorso più incentrato sul mercato o sull’ideologia.

 

 

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