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L’inflazione potrebbe mettere alle strette le banche centrali

Per la prima volta ci troviamo in un ciclo in cui l’andamento delle azioni è stato orientato dalle decisioni delle banche centrali. Il 2018 è l’anno in cui quest’influenza si attenuerà, mediante una riduzione degli acquisti di asset nel caso della BCE o un mancato reinvestimento degli asset da parte della Federal Reserve.

Per un approfondimento, diamo la parola ad un esperto, James Bateman, CIO Multi Asset di Fidelity International, tra le più importanti società di gestione di fondi al mondo che, da oltre 40 anni, opera su tutti i mercati finanziari internazionali, unicamente nell’ambito del risparmio gestito.

La vera domanda per il 2018…

Cosa accadrà con l’uscita di scena delle banche centrali? Questa è la vera domanda per il 2018. Alcuni ritengono che l’impatto della normalizzazione sarà limitato, poiché la domanda degli investitori basterà a colmare il ritiro delle misure di politica monetaria. Il rischio è che gli investitori cedano all’emotività, perché temono un incremento superiore alle attese dei tassi di interesse o semplicemente perché le banche centrali non intervengono più a sostegno degli investimenti maggiormente aggressivi. Quantomeno la fine del quantitative easing potrebbe mettere alla prova il famoso motto del “buy the dips”, soprattutto sui mercati obbligazionari come quello dei titoli investment grade statunitensi.

Si tratta di timori immotivati? Le banche centrali potrebbero semplicemente ritornare sui propri passi, come ha promesso di fare Mario Draghi qualora ce ne fosse la necessità. Questo presuppone tuttavia che la politica monetaria resti non vincolata dall’inflazione, dormiente dall’inizio della crisi finanziaria. Solo diciotto mesi fa, infatti, i timori deflazionistici erano ai massimi, con i rendimenti dei decennali tedeschi al -0,3% e un terzo dei titoli di Stato globali con rendimenti negativi.

Grafico 1: Solo diciotto mesi fa i timori deflazionistici erano ai massimiFonte: Thomson Reuters Eikon, novembre 2017. Rendimento in percentuale.

Un cambio di politica?

Questo potenziale cambio di politica non dovrebbe essere liquidato con leggerezza. Le banche centrali sono state accomodanti per un periodo di tempo molto lungo. In quasi tutte le principali economie, con le eccezioni più significative concentrate nell’Eurozona, si registra un vivace mercato del lavoro. A un certo punto, i lavoratori non avranno paura di richiedere aumenti dei salari. L’inflazione salariale può essersi in passato manifestata con tassi di disoccupazione più elevati, ma non è detto che questa non possa tornare. Qualora ciò dovesse accadere, l’inflazione potrebbe subire una rapida accelerazione riducendo drasticamente il margine di manovra delle banche centrali.

Al pari delle pressioni rialziste sull’inflazione, stanno scomparendo anche alcune delle forze deflazionistiche di ampio spettro emerse negli ultimi anni. Il dimezzamento delle quotazioni petrolifere avvenuto nel 2014, ad esempio, non potrebbe ripetersi senza provocare un danno enorme al settore petrolifero. Più in generale, la deflazione dei beni di consumo trainata dall’integrazione della Cina e di altre economie emergenti si è ormai pressoché esaurita, e non ci sono grandi aspettative in proposito legate all’integrazione di altre economie.

Grafico 2: Disoccupazione ai minimi da diversi decenni negli USA, nel Regno Unito e in GiapponeFonte: Thomson Reuters Eikon, novembre 2017. Dati in percentuale.

A livello strutturale i rischi deflazionistici sono gonfiati.

Ritengo inoltre che alcuni degli argomenti strutturali a sostegno della deflazione siano eccessivi. Internet ne è un esempio perfetto, in quanto secondo alcuni la capacità di confrontare i prezzi metterebbe sotto pressione i produttori, riducendone i margini. Anche così, l’ascesa di internet ha coinciso con un periodo di ridotta inflazione a livello globale, con l’impatto deflazionistico che è stato potenzialmente gonfiato dalle circostanze. Se i produttori sono alle prese con crescenti pressioni sui costi, i prezzi non dovrebbero essere così stabili come in passato, dato che internet facilita il rialzo dei prezzi da parte dei produttori. E se tutti i produttori sono alle prese con le pressioni sui costi derivanti dall’aumento dei salari o dei costi delle materie prime, saranno tutti incentivati ad aumentare i prezzi. La trasparenza dei prezzi non gioca sempre a favore del consumatore.

L’inflazione è un rischio nel mio outlook, piuttosto che uno scenario di base. Ma dato il significativo impatto che potrebbe avere sui mercati, gli investitori dovrebbero prendere in considerazione l’idea di proteggere i propri portafogli in qualche modo dall’inflazione. A questo proposito i loans a tasso variabile rappresentano una buona soluzione, avendo realizzato plusvalenze relativamente modeste nel corso del 2017 e offerto un rendimento costante. Oltre alla protezione dall’inflazione, manterrei un posizionamento positivo sulle azioni, pur con una propensione alla riduzione nel corso dell’anno.

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