FAG sotto l’attacco di Soros

FAG sotto l’attacco di Soros: sarà la fine di un’epoca?

Da mesi i giganti digitali della Silicon Valley, un tempo acclamati come benèfici motori del progresso dell’economia e della società civile, devono fronteggiare un crollo di popolarità. Un malessere che si è diffuso per vari motivi: dalle interferenze nella vita politica, ai posti di lavoro persi per effetto dell’automazione, a una privacy dei cittadini sempre più deteriorata.

A cavalcare questo sentiment negativo è stato, recentemente, anche George Soros, diventato famoso nel 1992 per aver scommesso su un crollo della Sterlina inglese e vinto, di fatto, contro la potente Bank of England.

George Soros, quindi, è considerato da alcuni come uno degli investitori di maggior successo nel mondo. A maggio 2017 Soros aveva un patrimonio netto stimato in 25,2 miliardi di dollari, una delle trenta persone più ricche del mondo. Dopo aver donato una fetta della propria ricchezza in beneficenza, a fine 2017 è al 195º posto della classifica di Bloomberg, con un patrimonio netto di 8 miliardi di dollari. Qualcuno lo definisce un filantropo, altri un filosofo.

Per queste ragioni, nonostante la veneranda età di 88 anni e qualche incidente di percorso ed errore di valutazione, vale la pena prestare molta attenzione alle sue opinioni.

Soros è tornato recentemente all’onore delle cronache non solo per avere criticato aspramente Trump e Putin, ma anche per aver sferrato un attacco diretto – e forse senza precedenti – proprio a Facebook e Google durante il World Economic Forum di Davos del 2018.

L’investitore ungherese ha detto che le dimensioni raggiunte dai big della tecnologia e il loro comportamento “monopolistico” li hanno resi una concreta minaccia per la società, danneggiando la democrazia e schiavizzando la mente delle persone. E si è spinto fino ad una previsione assai fosca: i loro giorni sarebbero contati.
Soros non è certo l’unico ad avere un atteggiamento così critico. Il termine, coniato dall’Econimist, con cui generalmente si indica questo comportamento, tenuto dalle persone che ricoprono ruoli apicali fino agli utenti comuni, è “TechLash”.
Ogni giorno, in effetti, c’è uno scandalo. Prima la scoperta dell’esistenza di un esercito di hacker russi che, da un palazzo di San Pietroburgo, fingendosi attivisti americani, inquinava il dibattito politico digitale Usa con interventi ispirati dal Cremlino per creare scompiglio nelle elezioni presidenziali, mettere in cattiva luce Hillary Clinton e seminare discordia su ogni fronte, dai matrimoni gay al razzismo. Poi l’individuazione di centrali di disinformazione russe anche in territorio americano: ben 250 finti siti di protesta come BlackMatter.Us.com e DoNotShoot.Us.com hanno sede in un villino di Staten Island, quartiere insulare nella baia di New York, sede della Greenfloid LLC, società del russo-americano Sergey Kashyrin.

Anche YouTube è finita sul banco degli imputati: la piattaforma video è accusata di aver apertamente agevolato la rete televisiva russa RT, da sempre molto vicina a Putin, nel suo sforzo di conquistare una visibilità mondiale.

Lo scorso 21 dicembre Bloomberg ha poi pubblicato una lunga inchiesta in cui mette all’angolo Facebook. Un particolare team del social network avrebbe formato all’arte della propaganda digitale gli staff di politici e presidenti anche di scarso o nullo spessore democratico, in giro per il mondo. “Ciò che Mark Zuckerberg non ha mai detto è che la sua società lavora attivamente con partiti politici e leader, inclusi quelli che usano la piattaforma per soffocare l’opposizione, talvolta con l’aiuto di eserciti di troll che diffondono disinformazione e ideologie estremiste”. Questa perlomeno la tesi del potente editore.

Venendo all’elenco dei suoi clienti illustri, oltre agli esperti che hanno partecipato alla campagna di Donald Trump, si va dal primo ministro indiano Narenda Modi, portato ai vertici dei leader mondiali più seguiti (43,1 milioni di fan), ad un paio di collaborazioni decisamente più gravi. La prima è quella col sanguinario leader filippino Rodrigo Duterte, di cui Facebook ha supportato la campagna elettorale fra 2015 e 2016, e il sostegno al movimento xenofobo Alternativa per la Germania, per la prima volta entrato al Bundestag con ben 92 seggi. Fra i clienti anche Mauricio Macri, presidente argentino, e il presidente polacco nazionalista e conservatore Andrzej Duda di Diritto e Giustizia, lo stesso partito al governo dal 2015 che sta smantellando lo Stato di diritto, restringendo l’autonomia della magistratura e dei media e spingendo l’Unione Europea a una dura risposta fatta di procedura d’infrazione e sanzioni.

Ma Soros non ne fa solo una questione politica, di privacy o concorrenza. Sostiene, invece, che le dimensioni di Facebook e di Google li abbiano resi di fatto “ostacoli all’innovazione”, abbracciando quindi la tesi che da tempo sostiene il Commissario Europeo alla concorrenza Vestager, che al Web Summit di Lisbona dello scorso novembre per prima ha attaccato queste società, che si dicono innovative solo nella misura in cui il mondo accetta le loro innovazioni, impedendo però la nascita di nuovi competitor sul mercato.

La Vestager si è fatta strenua promotrice di una grande battaglia verso i big della Silicon Valley.

Con l’eccezione di Mario Monti, nessuno prima, nel ruolo di Commissario alla Concorrenza, aveva spinto così avanti l’azione contro i colossi di Silicon Valley. Con Monti si trattò di Microsoft, con lei di Apple, Amazon, Facebook e Google. Secondo quanto citato da Corriere.it, quando per esempio la Commissione Ue ha chiesto a Apple di rimborsare 13 miliardi di euro in imposte all’Irlanda, contestando un patto che permetteva al gruppo di godere di un’aliquota effettiva allo 0,005%, l’amministratore delegato Tim Cook è volato a Bruxelles per parlarle. Sembra che il manager americano, invece di rispondere alle domande, le abbia impartito una lezione sulla fiscalità d’impresa e che lei abbia ascoltato con cortesia. Cook ha poi definito in pubblico «una totale str…. politica» l’ingiunzione di rimborsare i 13 miliardi. Eppure di recente Cupertino ha annunciato che, dall’inizio del 2018, pagherà per chiudere il caso.

C’è poi anche il fronte Google a cui, dopo molte esitazioni dei predecessori, la commissaria danese ha deciso di comminare una multa da 2,3 miliardi per aver abusato della propria forza di mercato nel rendere invisibili le offerte degli altri comparatori di prezzi. Google è accusata anche per come userebbe Android, il sistema operativo mobile, in modo da tagliare fuori altri motori di ricerca. A Facebook invece è toccata una multa da 110 milioni per aver ingannato Bruxelles nell’acquisto di WhatsApp; e ad Amazon una richiesta di versamento al Lussemburgo di tasse per 250 milioni e un’inchiesta per abuso di posizione dominante negli ebook.

Anche i singoli Paesi si mobilitano. Recentemente Facebook è stato condannato in Belgio per violazione della legislazione sulla privacy. Attraverso cookie e plug-in il social network, secondo le autorità belghe, raccoglierebbe informazioni sulle persone anche mentre queste visitano altri siti.

La decisione del tribunale di Bruxelles stabilisce ora che Facebook distrugga tutti i dati raccolti illegalmente, in caso contrario, verrà sanzionato per 250mila euro al giorno, per un importo massimo di 100 milioni di euro.

E con l’Europa decisa a non accettare più passivamente le pressioni che arrivano dagli Usa, con la Francia e la Germania che stanno costruendo ecosistemi innovativi in grado di produrre aziende capaci di competere anche con la Silicon Valley e raccogliere miliardi di investimenti, con la Cina che a Facebook, Google etc. tiene le porte chiuse, preferendo creare delle proprie internet company, qualcosa in effetti potrebbe cambiare nei prossimi anni.

Nel passato, negli USA, vi sono stati casi emblematici di rottura di monopoli, come quello di Standard Oil, di cui fu vittima Rockfeller, e di AT&T. All’epoca controllavano circa l’80% dei rispettivi mercati.

In effetti le similitudini con le cosiddette FAG (Facebook, Amazon e Google) sono impressionanti.

Google controlla quasi il 90% dei motori di ricerca, Amazon il 74% del mercato degli ebook e – considerando anche gli affiliati – il 43% del commercio elettronico negli Usa, mentre Facebook, con le sue Instagram, WhatsApp e Messenger, domina, col 77%, il traffico delle reti sociali, e Google e Facebook controllano il 63% della pubblicità on-line.

Peraltro, Jeff Bezos (Ceo di Amazon) è considerato la persona più ricca al mondo, esattamente come Rockfeller all’epoca.

Fino a qui le similitudini, ma anche le differenze sono altrettanto eclatanti. Ad esempio, la ragione per cui furono rotti quei monopoli, era collegata essenzialmente ai danni verso i consumatori in termini di prezzi dei prodotti offerti. Le FAG invece stanno continuando a tagliare i prezzi dei loro servizi, contribuendo alla discesa generale dell’inflazione americana. L’esatto contrario quindi.

Inoltre, investono in ricerca e sviluppo (R&D) cifre strabilianti rispetto al fatturato: 21% Facebook, e 15% Google. Tanto per fare un confronto, General Motors stanzia il 5%, così come General Electric, mentre Exxon mette sul piatto un misero 0,5%.

Difficile quindi trovare motivazioni economico/legali definitive per un loro ridimensionamento, senza contare i timori di contraccolpo politico per una decisione verosimilmente assai impopolare.

Di sicuro, penseranno i maligni, sono penalizzate dalla loro scarsa generosità verso iniziative di lobbying, ad esempio le società farmaceutiche, per le quali spendono un quarto di quanto investito. Stiamo comunque parlando di cifre comprese tra i 10 e 15 milioni di USD e continuamente crescenti negli anni.

Insomma, si tratta di un tema oggettivamente complicato, con moltissime implicazioni, non tutte chiare.

Sempre secondo Soros, queste aziende sono diventate monopoli e quindi un ostacolo stesso all’innovazione da cui sono nate. Ora “influenzano il modo in cui le persone pensano e si comportano, senza che le persone se ne accorgano” e questo può avere gravi conseguenze per la democrazia, particolarmente sull’integrità delle elezioni. “La loro straordinaria redditività è in gran parte funzione del fatto che evitano responsabilità per i contenuti – che peraltro non pagano – delle loro piattaforme”. Le social media companies “ingannano i loro utenti manipolando la loro attenzione e dirigendola verso i loro obiettivi commerciali, provocando deliberatamente la dipendenza ai servizi che forniscono, il che è molto pericoloso soprattutto per gli adolescenti”. Ma non è solo questo: “nella nostra era digitale i social media stanno inducendo le persone ad abbandonare la loro autonomia. E le persone senza libertà di pensiero possono essere manipolate con facilità “.

Insomma, voglio concludere questo spunto di riflessione con le parole di un maestro dello stesso Soros, il filosofo Karl Popper, che affermava che: “abbiamo bisogno della libertà per impedire che lo Stato abusi del suo potere e abbiamo bisogno dello Stato per impedire l’abuso della libertà”.

Paolo D’Alfonso
Direttore Commerciale di Banca Consulia

Fonte immagine: ryanolbrysh.com

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