Europa sì, ma quale Europa?

L’unione europea, intesa come integrazione non solo monetaria ma anche politica e fiscale, è argomento quanto mai attuale e complesso. I temi delicati su cui il confronto tra paesi aderenti è particolarmente sentito spazia dall’integrazione bancaria, alla gestione dell’immigrazione, alla dialettica delle politiche fiscali. In parallelo a questo, il fenomeno dei populismi nazionali minaccia i governi in carica e cresce, trovando terreno fertile non solo nell’ignoranza ma soprattutto nell’indigenza.

La riflessione non è tanto sul ‘se’ avere un’integrazione europea, punto per il quale riteniamo possa esistere solo una risposta affermativa, ma semmai sul ‘come’ questa debba avvenire, ovvero su quale modello di integrazione debba affermarsi. Esiste, a nostro avviso, un rischio di adozione di uno schema verticale (gerarchico) rispetto ad una soluzione più auspicabile di tipo orizzontale. Vediamo di seguito i termini della questione.

L’integrazione europea ha avuto e ha tutt’ora il grande merito strategico di aver legato le mani a paesi che, nel corso della storia, si sono letteralmente massacrati a ritmo di guerre militari. Il pezzo più facile dell’integrazione è stato, paradossalmente, l’istituzione della moneta unica. Al di là delle conseguenze che ne sono scaturite, quel passo ha sancito un legame immediato tra i paesi aderenti. Fatto questo, i successivi passaggi si stanno dimostrando molto più articolati nella loro implementazione. Si consideri l’unione del sistema bancario che si porta dietro l’assicurazione comune sui depositi, la gestione unitaria dei crediti deteriorati e lo spinoso tema del tetto alla detenzione di titoli di stato nei bilanci.

Non di meno, è d’attualità la discussione sull’istituzione di un ministro delle finanze comune così come l’istituzione di un fondo monetario europeo, senza voler arrivare all’ipotesi di un debito condiviso. Questi sono traguardi necessari per pervenire ad un’unione reale europea e proprio per questo stentano a trovare un consenso tra le parti. La posta in gioco, evidentemente, è molto alta in termini di rinuncia alla sovranità nazionale. Ciò che emergerà quale soluzione effettiva su questi temi determinerà di fatto il modello di integrazione, o meglio di ‘governance’, dell’Europa unita.

Mentre la ‘politica’ discute e valuta tattiche e strategie, il mondo delle società si muove più velocemente, come sempre accade in questi casi, e un’integrazione di fatto sta già avvenendo, attraverso una serie di operazioni cosiddette ‘cross border’. È un’integrazione dal basso, concreta, reale, più veloce dell’integrazione dall’alto, prerogativa dei Governi e dei Parlamenti. Si definirebbe così un’unione sancita di fatto, lasciando semmai alla politica il ruolo di regolamentare ciò che già c’è. Se così si arriverà all’unione Europea, il modello utilizzato nelle fusioni e acquisizioni tra società ‘cross border’ racconterà comunque molto dei rapporti di forza tra i vari Paesi. Alcuni esempi attuali stanno già fornendo indicazioni utili al riguardo. Si consideri il recente annuncio di fusione delle attività ferroviarie tra Siemens e Alstom, i due colossi tedesco e francese. Di fronte ad uno scenario internazionale di settore sfidante (Cina), i due gruppi riconoscono nella reciproca unione degli asset industriali una maggiore possibilità di competere sui mercati. La governance sembra attenersi ad un principio rispettoso delle parti anche se la maggioranza delle azioni è destinata a finire in mani tedesche. Siemens possiederà il 50% più un warrant a 4 anni per altri 2 punti percentuali; gli azionisti Alstom un bel po’ di dividendi straordinari, un premio sui prezzi di borsa e la posizione di CEO. Insomma, una buona operazione con un buon compromesso, per pervenire ad un risultato importante. Rimane una prevalenza tedesca nel controllo societario (la parte Siemens peraltro è quella più profittevole).

Non sembra che lo stesso metro di attenzioni sia stato utilizzato proprio dai francesi nella recente vicenda Fincantieri STX, con l’Italia come controparte operativa. La Francia è da tempo attiva compratrice sul suolo domestico: le uniche banche in mano straniera sono a possesso francese (oltre 1000 sportelli con l’ingresso nel salvataggio delle 3 Casse di risparmio), ma non di meno si ricorda, tra le molte, l’operazione Parmalat e Bulgari. Anche alcuni posti di comando molto prestigiosi (Unicredit e Generali) sono in mano transalpina. Non ultimo l’intervento di Bollorè, con la sua Vivendi su società importanti e delicate quali Telecom Italia e Mediaset, è stato quanto mai disinvolto. Ma tutto ciò non ci ha evitato la pantomima di Macron a difesa della ‘francesità’ dei cantieri navali STX dove, a fronte di un’operazione di consolidamento a guida italiana già definita con Fincantieri, c’è stata una levata di scudi nazionalistica che ha preso tutti in contropiede. La reazione politica italiana, per fortuna, si è fatta subito sentire, con la minaccia di bloccare il signor Bollorè in casa Telecom. I francesi sono così pervenuti a più miti consigli, facendo rientrare la propaganda che minacciava di far saltare l’intero accordo.

Il dubbio che esistano due pesi e due misure anche a livello di accordi societari incombe e queste sono solo le prime schermaglie di ciò che potrebbe avvenire nei prossimi anni.

Il ruolo di preminenza di Francia e Germania all’interno dell’Europa si avverte anche nelle discussioni recenti sull’ipotesi di trasformazione dell’ESM, il fondo salvataggi nato con la crisi dell’euro, in una sorta di Fondo Monetario Europeo. Quest’organismo, controllato dai governi, vigila sui bilanci dei paesi dell’area Euro e potrebbe prevedere ampi poteri d’intervento. Il sistema di voto al suo interno riserva diritti di veto solo ai governi che detengono una quota superiore al 20% del capitale e questa quota è determinata dal peso economico relativo di ogni paese. Oggi si trovano in questa posizione solo Parigi e Berlino che, pertanto, sarebbero in grado di impedire qualsiasi decisione a loro sgradita.

Ciò che si vuole sottolineare con questi esempi è che il progetto europeo è di grande portata e che, se non ci sono dubbi sull’importanza di un’Europa unita, così come non si potrà negare il peso specifico dei singoli paesi, non si potrà però autorizzare ed accettare un approccio di stampo gerarchico. È auspicabile che l’integrazione tra Paesi sia equa e, se non potrà essere alla pari, perché non potrà mai esserlo, che sia almeno rispettosa del diritto e della dignità di tutti.

Paolo D’Alfonso
Direttore Commerciale di Banca Consulia

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