Le euristiche e i bias cognitivi

Le euristiche e i bias cognitivi: possiamo difenderci?

Risolvere problemi è un’attività impegnativa. Lo è quanto più i problemi sono complessi (cioè quando coinvolgono molti fattori le cui interazioni e le cui gerarchie in termini di cause ed effetti non sono intuitivamente chiare). Per districare la matassa bisogna affrontare la fatica di quello che il Nobel Kahneman chiama il pensiero lento. Si tratta, in sostanza, di procedere passo dopo passo: riconoscere che un problema esiste, definirlo in modo oggettivo e accurato, scomporlo e poi ordinare, valutare e analizzarne le componenti, ipotizzare soluzioni possibili, verificare se sono valide, confrontarle per scegliere la migliore. Se andate su Amazon e cercate problem solving trovate oltre 150.000 titoli che vi spiegano come fare.

Oggi lo stile dominante nel problem solving sembra dividersi in tre filoni: 1) litighiamo ferocemente e adottiamo la soluzione di chi vince 2) discutiamo senza sosta, intrappolandoci nella paralisi della scelta 3) cerchiamo di estrarre in fretta qualche coniglio dal cappello.

Tutto sommato, la strategia del coniglio dal cappello non è così stupida: è la modalità intuitiva che si basa sulle cosiddette euristiche, scorciatoie di pensiero che, per dirla in modo semplice, consentono di far rapide valutazioni “spannometriche”, sulla base di convinzioni individuali e di esperienze pregresse. Nella maggior parte dei casi permette di trovare rapidamente, se non la migliore delle soluzioni possibili, una soluzione “abbastanza” buona. Qualcuno ricorderà ancora il ministro delle finanze italiane Goria, che parlava esplicitamente di “nasometria”.

Il guaio è che, procedendo per euristiche, si possono prendere anche delle cantonate: succede quando si sopravvalutano le informazioni più accessibili, più facili da ricordare o più cariche dal punto di vista emotivo. Oppure quando si ripropongono meccanicamente strategie che si sono rivelate efficaci in precedenza, senza considerare le novità del problema. O quando ci si ostina nel perseguire una soluzione fallimentare, nell’infondata convinzione che sia sufficiente intensificare gli sforzi per trasformare il fallimento in successo.

Se le euristiche sono, diciamo così, scorciatoie incerte ma così comode e rapide che facciamo fatica a rinunciarvi, i bias cognitivi sono euristiche inefficaci e pericolose.

Cosa vuol dire bias? Potremmo tradurlo con “pregiudizio” e rappresenta una distorsione inconsapevole della realtà.

Molti articoli di svariato contenuto, dal management alla vita di coppia, tirano in ballo i bias cognitivi per spiegare fraintendimenti, comportamenti stupidi e decisioni sbagliate.

Gli investitori, anche quelli professionali, sappiamo che inevitabilmente utilizzano un approccio euristico per la raccolta delle informazioni necessarie per effettuare le proprie scelte e sono spesso anche afflitti da numerosi bias cognitivi.

La finanza comportamentale afferma che esistono tre principali euristiche: la “Rappresentatività”, la “Disponibilità” e l’“Ancoraggio”. Tre scorciatoie comode, ma piene di possibili tranelli.

L’euristica della “Disponibilità” si riferisce al fatto che gli individui, quando raccolgono le informazioni necessarie per compiere le loro scelte, tendono ad attribuire una probabilità maggiore a quelle che sono più numerose e più facilmente rintracciabili nella loro mente. Anche se questo modello cognitivo porta a volte a compiere scelte corrette, può essere generatore di errori, in quanto la disponibilità di un’informazione è influenzata da fattori che non sono legati solo all’effettiva frequenza con cui si verifica un evento. Un esempio è costituito dall’informazione che si ottiene dai mezzi di comunicazione: poiché essi tendono a dare un’enfasi maggiore a certe cose piuttosto che ad altre, un individuo può ritenere un evento più probabile di un altro solamente perché ne ha sentito parlare/discutere più volte al telegiornale o alla radio, o letto molto spesso sui giornali. In conclusione l’oggettiva frequenza di un determinato evento viene falsata dalla familiarità e dalla notorietà, ma anche dalla facilità con la quale si riescono a ricostruire gli eventi stessi.

La “Rappresentatività” è un’euristica che gli individui applicano quando si elaborano le informazioni durante il processo di scelta. Indica la tendenza dell’individuo a formulare giudizi di probabilità ricorrendo a stereotipi e a situazioni familiari.

L’euristica della rappresentatività è un modo semplice e veloce di dividere le persone in categorie, citando il famoso esperimento di Tversky e Kahneman. Immaginate di trovarvi di fronte ad una cesta, dentro ci sono 100 descrizioni relative ad altrettanti professionisti dei quali 10 sono ingegneri e 90 sono avvocati. Ne tiriamo fuori una a caso e leggiamo: “Giovanni ha 45 anni. È sposato e ha 4 figli. È piuttosto tradizionalista, accurato e ambizioso. Non ha alcun interesse per la politica e le questioni sociali. Impiega la maggior parte del suo tempo libero coltivando i suoi numerosi hobby, come il bricolage, la vela e i puzzle matematici”.

A questo punto chiedo, quanto è probabile che Giovanni sia un ingegnere? Molto? Moltissimo? In effetti questa descrizione sembra molto rappresentativa di un ingegnere, o comunque più rappresentativa di un ingegnere che di un avvocato. E la maggior parte di noi fa riferimento proprio a questo prima di rispondere, ovvero fa riferimento allo stereotipo dell’ingegnere. Ma la risposta teoricamente più corretta è che essendoci 10 ingegneri e 90 avvocati, la probabilità che si tratti di un ingegnere è decisamente bassa.

La probabilità che l’investitore attribuisce quindi ad un determinato evento dipende da quanto quell’evento è “rappresentativo” di una certa classe di fenomeni. Facendo diretto riferimento ai mercati finanziari, si riscontra il winner-loser effect: gli investitori apprezzano più del dovuto (e quindi risultano essere più ottimisti verso) quei titoli che stanno ottenendo delle ottime performance rispetto a quelli che hanno realizzato risultati più contenuti.

Un’altra errata tendenza è quella di giungere a decisioni basate sulla legge dei grandi numeri anche quando il campione in esame è di ridotte dimensioni, interpretandola nella maniera errata. Può risultare utile un esempio esplicativo di ciò che viene definito “errore del giocatore d’azzardo”: si supponga che una moneta venga lanciata per 5 volte e che abbia mostrato tutte le volte testa. Al sesto lancio, nonostante la probabilità che la moneta mostri croce sia sempre del 50%, molti scommettitori affermano che è più probabile l’uscita di croce, poiché ritengono che la distribuzione tra testa e croce inizi a diventare equa. Ma tale ragionamento è sbagliato, perché la legge dei grandi numeri è valida solamente quando il campione osservato è di dimensioni notevoli.

Oltre agli errori sopracitati, l’euristica della rappresentatività genera una serie di bias che influenzano negativamente il processo decisionale. Tra i più rilevanti, l’overconfidence e la convinzione di essere dotati di abilità superiori alla media. Il primo consiste nel sovrastimare le proprie capacità riguardanti il processo decisionale; gli individui tendono a ritenere di aver fatto quasi sempre la scelta giusta, specialmente dopo aver compiuto delle scelte rivelatesi poi corrette (ad esempio, l’acquisto di un titolo azionario il cui prezzo è salito successivamente molto) assumendo eccessiva fiducia in se stessi. Il secondo invece si riferisce alla convinzione di giudicare le proprie azioni in grado di modificare e influenzare eventi che, nella realtà dei fatti, sono totalmente indipendenti da esse. L’investitore ha l’illusione del controllo e crede di essere in grado di battere il mercato. Ad esempio, un investitore che acquista in maniera abbastanza casuale un titolo che batte il mercato, può convincersi erroneamente di essere dotato di abilità e fiuto, piuttosto che ritenere la situazione semplicemente dipendente dalla fortuna.

L’Ancoraggio, infine, identifica la consuetudine degli agenti economici ad “aggrapparsi” ad una informazione ritenuta particolarmente significativa o ad una ipotesi iniziale forte, che agiscono da vera e propria ancora. Il punto di partenza trattiene presso di sé tutte le valutazioni successive, generando fenomeni di underreaction a notizie e fatti nuovi, con naturale conseguenza che l’idea iniziale, anche se sbagliata, difficilmente sarà rivista. L’ancoraggio può derivare dal valore che ha assunto in passato un certo fenomeno, dal modo in cui è stato presentato il problema o da un’informazione casuale. A prescindere dalla fonte, il punto di partenza è poi rivisto per prendere la decisione finale, ma generalmente le revisioni sono insufficienti e la scelta è sbilanciata verso l’ipotesi iniziale.

Secondo la finanza comportamentale non ci sono solo errori che alterano il processo decisionale, ma anche errori che influenzano la valutazione ex post delle conseguenze di una decisione. Ad esempio il confirmation bias, ossia la tendenza degli agenti economici, dopo aver effettuato una scelta, a cercare evidenza della bontà della propria decisione, ignorando, per contro, l’importanza di quelle informazioni che conducono a conclusioni opposte. Un altro esempio è il “senno di poi”, che corrisponde all’analisi retrospettiva degli eventi che porta a sovrastimare la possibilità di previsione degli stessi. Nel processo decisionale gioca un ruolo fondamentale anche la sfera emotiva dell’investitore. La sensazione del rimpianto (nel gergo della disciplina regret) può condurre ad una situazione di stallo: gli individui, in procinto di effettuare una scelta, preferiscono non farla al fine di evitare il dispiacere di dover recriminare sulle conseguenze di una decisione rivelatasi successivamente sbagliata. Appartiene alla sfera emotiva anche l’attribution bias, che consiste nella ricerca di un fattore esterno sul quale far ricadere la responsabilità della decisone sbagliata. Il caso più evidente è quando l’investitore accusa il proprio consulente nel momento in cui il rendimento del suo portafoglio non è quello che si aspettava.

Quando affrontiamo questi temi, ci sembra sempre di parlare di qualcun altro. Tutti noi crediamo infatti di essere obiettivi nella nostra visione del mondo e di non sottostare a nessuno dei bias che vediamo invece agire negli altri.
Esiste infatti un bias che fa da presupposto a tutti gli altri: una zona cieca della nostra consapevolezza, denominata “Bias Blind Spot”, il cosiddetto “Punto cieco”.
Si tratta della madre di tutti i bias cognitivi: consiste nel ritenere di essere più immuni di chiunque altro dai bias cognitivi di cui sopra, solo perché informati della loro esistenza.
Lo scrittore Samuel McNerney l’ha chiamato “il bias dentro il bias”, asserendo che è come acquistare un libro su come migliorare le proprie decisioni (per evitare gli errori) e non rendersi conto che non basta aver capito razionalmente gli errori commessi dagli altri per evitare di farne. Infatti, riusciamo a notarli, proprio perché sono gli errori degli altri, e quindi non danneggiano il nostro Ego e la nostra identità inconscia. Sconfortante e pericoloso.
ll bias blind spot sovrasta quindi tutta l’attività del nostro pensiero: in quest’ottica, non appena avrete terminato di leggere questo articolo, affrettatevi a dimenticarlo velocemente, tanto non sarà servito a nulla!

Iscriviti a What's UP

Ricevi in anteprima tutti gli aggiornamenti