Esiste la lunghezza giusta per una vacanza?

Visto che siamo nel pieno dell’estate, ho pensato di affrontare un tema molto più piacevole rispetto alle solite ‘psicotrappole finanziarie’, ovvero le vacanze.

Non ci scambieremo però consigli su località o alberghi, ma dovremo rispondere semplicemente a questa domanda spinosa: quanto deve essere lunga la vacanza ideale? Meglio una vacanza lunga, pigra e rilassante, o una serie di giornate, più brevi ma intense?

Tema solo apparentemente ozioso, anzi, emblematico per comprendere come le nostre emozioni e la nostra fisiologia rivestano un ruolo fondamentale in moltissime espressioni della vita.

La ‘scienza della felicità’ è in qualche modo diventata una moda, un business, ma è anche una profonda necessità umana. E la felicità può essere insegnata e appresa da tutti noi. Il DNA non è particolarmente rilevante per questo fine, dicono gli scienziati.

Lungo questo percorso, che ci dovrebbe portare all’apprendimento della felicità, sono disseminate però molte trappole cognitive.

Una delle più insidiose è quella collegata al conflitto che esiste tra esperienza e ricordi.

Proprio Daniel Kahneman, uno dei padri della finanza comportamentale, ci spiega scientificamente perché vacanze più brevi siano generalmente migliori di quelle più lunghe.

Se vogliamo goderci ‘la vacanza perfetta’, lo psicologo (vincitore di un Premio Nobel) ci consiglia infatti di tenere in debita considerazione il cd ‘self remembering’, ovvero ci consiglia di dare un peso molto importante alla componente dei ricordi.

Kanheman riporta questo esempio: un suo studente racconta di aver partecipato ad uno splendido concerto. Ma alla fine del concerto ci fu un forte rumore, collegato all’amplificazione della sala, prolungato e sgradevole.

La domanda che ci pone lo scienziato è questa: cosa è stato rovinato da quel terribile rumore? L’esperienza del concerto (la realtà ci dice che sono stati 20 minuti assolutamente piacevoli) o il ricordo dell’esperienza, condizionata dal rumore finale?

È come se esistessero due ‘noi stessi’: quello che vive nel presente, nell’esperienza, e quello che vive nel passato, catalogando i ricordi per importanza relativa. Purtroppo il ricordo gioca un ruolo fondamentale, che può arrivare fino ad annullare il valore dell’esperienza stessa.

Dal conflitto fra i due ‘io’ discendono alcune importanti percezioni, e confusioni, sul tema della felicità.

Un test scientifico sulla sofferenza – ovvero il complemento alla felicità – può aiutare a chiarire il concetto.

Durante un esame medico ’invasivo’ (colonscopia, per i più curiosi…) sono state condotte alcune osservazioni. Ad un gruppo di pazienti (A) è stato chiesto di misurare la sua sofferenza ogni minuto per dieci minuti, all’altro gruppo (B) sempre ogni minuto ma per il doppio del tempo. Per il primo gruppo l’esame si è fermato al picco del dolore, mentre per il gruppo B l’esame è terminato ad una soglia di dolore bassa.

La cosa sorprendete è che, pur avendo razionalmente il gruppo B sofferto di più (stessa intensità massima di dolore, durata doppia), il suo ricordo è stato migliore rispetto a quello del gruppo A.

La conclusione? Ciò che ha fatto la differenza è stato il ricordo di come si è concluso l’esame, non l’esperienza complessiva dello stesso.

Il fatto abbastanza sorprendente è quindi che la memoria è il nostro storyteller, l’io narrante che ci rappresenta il film della nostra vita, e che ci condiziona pesantemente, più della realtà stessa.

Abbandoniamo le analisi mediche e torniamo spediti al tema molto più piacevole delle vacanze.

Adesso dovrebbe essere abbastanza chiaro il fatto che, se per il nostro ‘io dell’esperienza’, una vacanza di due settimane è buona il doppio rispetto a quella di una sola settimana, per il nostro ‘io dei ricordi’ questa relazione potrebbe non sussistere affatto; soprattutto, se la seconda settimana dovesse trascorrere senza generare nuove particolari emozioni degne di essere ricordate.

Cosa ne ricaviamo? Che per la ricerca della felicità, non basta una settimana extra di vacanza, sorseggiando il solito cocktail, al solito bar, di fronte al solito panorama.

Molto meglio cercare nuove esperienze, fare tante foto e condividerle a cena con gli amici in una fredda serata invernale.

Questa sembra essere la ricetta della felicità, dicono gli esperti. In ogni caso, e comunque la pensiate, buone vacanze a tutti!

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