Energie sprecate

Tempi difficili è il titolo del decimo romanzo di Charles Dickens, un romanzo di denuncia, ambientato a Coketown (città del carbone), città immaginaria di mattoni rossi, o meglio, che sarebbero stati rossi se ceneri e fumi non li avessero fatti diventare neri.

Neri come i timori per le conseguenze umane ed economiche della guerra in Ucraina, tra cui quelle legate agli approvvigionamenti di energia dalla Russia. Tutti abbiamo sentito parlare in queste settimane di ritorno al carbone e di riapertura delle centrali nucleari come forme di risposta ai vari tipi di embargo, presenti e futuri, adottati dai paesi occidentali contro la Russia.

Mentre il dibattito diventa sempre più infuocato in assenza di un “silver bullet”, è passata un po’ in sordina una notizia che veniva dagli USA. A fine marzo, per la prima volta nella storia degli Stati Uniti, l’energia elettrica prodotta grazie al vento ha superato quella ricavata dal carbone e dal nucleare. Un «primato» registrato per un giorno solo ma che testimonia come stia cambiando nella principale economia del pianeta l’approvvigionamento di elettricità: da un lato il via libera a nuove trivellazioni per estrarre idrocarburi dal sottosuolo, dall’altro fortissimi investimenti sulle fonti rinnovabili. L’obiettivo finale, nell’uno o nell’altro modo, è garantire al Paese l’indipendenza e l’autosufficienza energetica.

La U.S. Energy Administration ha annunciato che il 29 marzo le turbine eoliche hanno prodotto 2.017 gigawatt di corrente, coprendo il 19% del fabbisogno di quella giornata e superando la quota ottenuta da nucleare e carbone (17% ciascuno). Nel mix energetico della giornata solo gli impianti a gas hanno avuto una performance migliore garantendo il 31% della domanda.

Al di là del fatto episodico, resta il fatto che gli Usa si sono incamminati ormai da tempo sulla strada dell’energia green senza abbandonare al contempo lo sfruttamento delle risorse fossili. Nel 2020, secondo un rapporto del dipartimento dell’energia di Washington, gli Usa hanno installato una capacità record di impianti eolici, pari al 42% dei nuovi impianti. Il vento ha generato il 57% dell’elettricità nell’Iowa e oltre il 30 in Kansas, North e South Dakota e Oklahoma. Sono aumentate del 24% anche le turbine offshore davanti alle coste di Rhode Island, Virginia e New York.

Questo in America, ma da noi cosa succede? Per fortuna l’Italia è un Paese ricco di coste, vento e sole! Il paradiso delle rinnovabili.

Sicuri?

Mentre il Governo si appresta a semplificare ulteriormente i passaggi burocratici per l’approvazione di impianti rinnovabili, il fronte degli oppositori è in pieno fermento, come rileva un’indagine del Corriere della Sera.

La nuova diga foranea di Genova avrebbe dovuto ospitare un impianto di pale eoliche progettate da Renzo Piano. La Soprintendenza speciale, struttura centrale pensata per accelerare l’esame dei programmi legati al PNRR, ha però detto di no in quanto le pale sarebbero in grado di “pregiudicare il mantenimento dei valori paesaggistici tutelati e le bellezze panoramiche considerate come quadri naturali”. Gli altri scempi in riva al mare di Genova, quali un aeroporto, una raffineria e un terminal merci lungo chilometri, non offendono, invece.

Osserva sempre il quotidiano che la Commissione Cultura della Regione Sicilia ha votato all’unanimità contro la costruzione di un parco eolico offshore non visibile da terra, come gran parte delle soluzioni adottate nel Nord Europa. La profonda ragione del rifiuto? Parafrasando il testo, la motivazione è stata questa: “Premesso che non siamo contrari alle rinnovabili, occorre rispetto per il patrimonio culturale sommerso”.

Perfetto, allora buttiamoci sul solare, materia prima di cui l’Italia è ricchissima. Non sarebbe bello coprire con pannelli fotovoltaici i siti industriali in disuso, i tanti capannoni ormai dismessi e arrugginiti, e produrre energia a basso costo? Non facciamoci troppe illusioni. La sovrintendenza di Sassari ha dato parere negativo su un impianto fotovoltaico nell’area industriale di Porto Torres, sostenendo che “non è da escludere” che sotto la superficie, peraltro ricoperta da detriti, vi sia la presenza di reperti archeologici.

In sintesi, il Governo spinge e semplifica, le Regioni frenano e rinviano e le Sovrintendenze dicono nove volte su dieci no. Perché? “Pensare male è peccato, ma spesso ci si azzecca”, diceva Andreotti.

Possiamo quindi solo immaginare quale potrebbe essere il dibattito quando si andrà ad affrontare un tema logicamente spinoso come la riapertura al nucleare come fonte di energia alternativa alle importazioni di gas russo.

La questione è peraltro tornata di attualità a inizio 2022, quando la Commissione Europea ha deciso di inserire il nucleare all’interno di una lista di attività economiche considerate sostenibili dal punto di vista ambientale, la cosiddetta “tassonomia” prevista dal Green Deal europeo come strumento fondamentale per guidare i governi e le imprese nelle loro scelte di sviluppo.

La tecnologia – oggi ferma alla cosiddetta terza generazione – sta facendo molti passi in avanti. La linea più avanzata della ricerca riguarda proprio la quarta generazione di reattori. Gli impianti attuali si basano tutti su un’idea che risale a Enrico Fermi: immergere le barre di combustibile nell’acqua, per raffreddarle e al tempo stesso per rallentare la velocità dei neutroni emessi dalle reazioni, che si muovono da una barra all’altra.

I reattori fino alla terza generazione, basati su quest’idea, usano neutroni “lenti”. Quelli di quarta generazione, invece, usano neutroni veloci e non ci sono più le barre immerse nell’acqua. Questi reattori devono essere raffreddati in modo diverso, si pensa soprattutto a metalli liquidi (sodio, piombo o sali fusi) – che scambiano molto bene il calore – o a gas ad alta temperatura.

Il bello di questa tecnologia è che consente di usare combustibili nucleari molto più abbondanti (l’uranio-235 usato nelle centrali attuali è infatti raro e costoso) e perfino di avere neutroni in eccesso che possono essere utilizzati anche per “bruciare” i rifiuti nucleari più pericolosi.

Inoltre, ci sarebbe anche un altro vantaggio: l’uranio-235 e il plutonio usati negli attuali reattori possono trovare applicazione anche nello sviluppo di armi atomiche se ulteriormente arricchiti, come insegna la situazione in Iran. Usando altri combustibili, i reattori di quarta generazione potrebbero dunque sollevare meno problemi di natura geopolitica.

Bill Gates ha fondato nel 2008 una società – TerraPower – per progettare nuovi reattori nucleari e in queste settimane ha scelto il posto in cui provare a costruire la sua prima centrale. La località che dopo anni di progettazione ha individuato è Kemmerer, una cittadina del Wyoming con meno di 3mila abitanti, la cui economia attualmente dipende da una miniera di carbone, uno stabilimento di lavorazione del gas naturale e una centrale termoelettrica.

L’impianto di Kemmerer sarebbe il primo prototipo di TerraPower e la prima centrale nucleare di tipo “Natrium”, nome di un progetto sviluppato dalla società insieme a GE-Hitachi. Gli impianti Natrium utilizzano sodio liquido come refrigerante (“natrium” è la parola latina per “sodio”, da cui il simbolo dell’elemento “Na”), invece che acqua: è un metallo con un punto di ebollizione molto più alto dell’acqua (circa 900 °C) e dunque – nonostante una minore capacità termica – può assorbire molto più calore prima di cominciare a bollire. Per questo usare il sodio liquido come refrigerante riduce il rischio di esplosioni, in caso di malfunzionamenti.

Il progetto prevede anche che non siano necessari generatori elettrici esterni per far funzionare i sistemi di raffreddamento, cosa che dovrebbe renderli più sicuri in caso di emergenza. Infine, gli impianti sono progettati in modo da usare il sodio liquido anche con un’altra funzione: quella di grosse batterie. I sali fusi, infatti, possono essere usati per accumulare energia, da usare in quei momenti della giornata in cui ce n’è meno per via dell’incostanza delle fonti rinnovabili, cioè la luce solare e il vento.

L’Italia non sta comunque a guardare: l’Enea, ente di ricerca statale, e Newcleo, ambiziosa start-up fondata nel 2021 dall’imprenditore Stefano Buono, hanno firmato un accordo per creare un prototipo di piccolo reattore modulare raffreddato a piombo. L’interesse, all’estero, pare davvero notevole.

Nel frattempo, quindi, niente rinnovabili per non turbare pesci, paesaggi e cocci di anfore, e riapriamo le centrali a carbone, quelle tanto già esistono, e non faranno perdere le elezioni a nessuno, ma forse “solo” la vita di qualche nostro caro…

Si sa, sono tempi difficili…

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