Corsi e ricorsi e la follia secondo Einstein

Domenica mattina di maggio 2017. Decido finalmente di visitare la mostra sui 150 anni del quotidiano La Stampa, ospitata a Palazzo Madama, Torino.

Una mostra essenzialmente fotografica, perché spesso un’immagine può più di cento parole. Tra tante immagini, ripescate da un archivio sterminato, e tante copertine, una mi colpisce più di altre. Decido di fotografarla: ho già in mente l’articolo per aprire il secondo numero di What’s Up.

È l’edizione del 16 settembre 2008, relativa al fallimento della Lehman Brothers.

Nessuno può dimenticare quelle giornate, specialmente se impiegato nel settore finanziario, come noi. Uno degli eventi più traumatici per Wall Street ,dopo il crac della Borsa del 1929. Fortunatamente, Banca d’Italia, all’epoca dichiarava: “Per noi rischi limitati”.

L’attitudine negazionista non è stata prerogativa solo dell’Autorità di Controllo. Intere generazioni di manager, alcuni ancora al loro posto, hanno continuato a spergiurare sulla solidità dei bilanci, dei business model, della qualità dei crediti in portafoglio. E su questo presupposto, a richiedere soldi agli azionisti tramite aumenti di capitale.

Non è corretto fare generalizzazioni, ma certo è che – con il senno di poi – alcune dichiarazioni dell’epoca, fatte dal top del sistema finanziario italiano, non trasmettono tranquillità.

Si poteva prevedere? Forse no, in fondo la Storia è piena di previsioni fatte da superesperti che si sono rivelate – con il senno di poi – incredibilmente false.

In ambito tecnologico le brutte figure si sprecano. Giusto per sorridere insieme, mi viene in mente questa dichiarazione di Robert Metcalfe, fondatore della 3Com, inventore dello standard Ethernet, ancora oggi utilizzato, dalle reti informatiche in tutto il mondo: “Internet… ben presto esploderà in modo spettacolare, come una supernova, e nel 1996 collasserà catastroficamente”.

Ma non divaghiamo. Torniamo alla pagina iniziale di quel giorno sulla Stampa. Perché è sempre in quei giorni che si stava consumando un’altra delle vicende economiche italiane più disastrose degli ultimi anni, quella relativa ad Alitalia, la nostra compagnia di bandiera, che ieri come oggi, stava rischiando di fallire, tanto da finire in copertina solo qualche riga sotto il fallimento Lehman. Lehman aveva 613 mld di debiti, Alitalia 3 o 4. Tuttavia una fu fatta fallire, l’altra no.

Secondo il ministro Calenda, Alitalia è costata al contribuente italiano 7 miliardi e mezzo di euro. Ogni volta che si era vicini a risolvere il problema, per esempio cedendola a KLM (1999) o Air France (2008), la politica si è messa di mezzo. Il ponte sullo stretto sarebbe dovuto costare circa 6 miliardi. Dice Alberto Mingardi, del Think Tank liberista Bruno Leoni: “In molti lo consideravamo un investimento poco saggio, ma almeno ai contribuenti sarebbe rimasto il ponte”.

Grazie al realismo del Governo americano nell’affrontare il fallimento Lehman e nel saper mettere sul piatto con il Tarp le risorse necessarie per il salvataggio del sistema, oggi il settore bancario americano può dirsi ristrutturato, con le aziende che macinano utili in maniera anche più solida rispetto al passato. Tra l’altro, il Governo non solo ha recuperato i soldi prestati, ma ha guadagnato ingenti somme dagli investimenti effettuati che – ricordiamolo – non sono stati a fondo perduto.

Con Alitalia, ma potremmo dire anche con le vicende del MPS e delle banche venete, siamo invece ancora qui, con una realtà inevitabile, ma che non abbiamo nessuna voglia di accettare, perché incapaci di gestirne le conseguenze e le responsabilità.

Scriveva bene Mario Deaglio, noto economista italiano, proprio in quei giorni di 9 anni fa: “Quello che sta tramontando non è solo il relitto della «compagnia di bandiera», bensì l’intero sistema di relazioni industriali. Sta terminando, in un orizzonte europeo perturbato – sullo sfondo non solo dell’attuale stagnazione italiana, ma di una possibile crisi europea e mondiale – il modo tradizionale di concepire il cambiamento industriale, di gestire le strategie delle imprese in difficoltà specie nel settore pubblico (o comunque nei servizi pubblici). Le procedure tradizionali hanno avuto i loro successi ma, in un quadro di interdipendenza globale, sono senz’altro superate”.

Concepire il cambiamento, questa è la sfida quotidiana per tante aziende private che devono cavarsela da sole nell’economia globale. Speriamo che l’avvicinarsi della campagna elettorale per le prossime elezioni non generi le stesse tentazioni del passato, che fecero dire di no alla fusione con KLM e all’acquisizione da parte di Air France.

Fare sempre la stessa cosa aspettandosi risultati diversi era, per Einstein, la pura definizione di “follia”.

Paolo D’Alfonso
Responsabile Marketing Operativo e Sviluppo Prodotti

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