Boyan Slat, una grande idea

Boyan Slat, 24 anni e una grande idea

Boyan Slat non è un calciatore croato che ha giocato la finale mondiale con la Francia, non è un attore che ha appena partecipato alla Biennale di Venezia, non è un campione di videogames popolari come Fortnite. E non è un politico. O forse sì. Se la politica serve a cambiare il mondo per renderlo migliore, allora Boyan Slat è a tutti gli effetti un leader politico.

Ha compiuto 24 anni a luglio e qualche mese fa, dal Golden Gate di San Francisco, il suo sogno ha preso il largo.
Il primo esemplare di Ocean Cleanup System – di questo stiamo parlando – è stato installato nella Baia di San Francisco, per iniziare a raccogliere i rifiuti galleggianti.

Sono trascorsi 5 anni da quando Boyan Slat, giovanissimo olandese con a cuore le sorti dei mari e dei suoi abitanti, ha presentato per la prima volta al mondo il progetto Ocean Cleanup: un sistema composto principalmente da un serpentone di gomma da ancorare al fondale, in grado di trattenere lungo il suo corso i rifiuti di plastica galleggianti e di consentirne in questo modo una facile raccolta. Un’idea tanto curiosa quanto di fatto semplice, che, proprio in virtù di questa semplicità, ha ottenuto decine di milioni di finanziamenti da tutto il mondo. E di trasformarsi in realtà con due anni di anticipo rispetto all’originale tabella di marcia.

Nonostante l’inizio delle operazioni fosse previsto per il 2020, il grande successo dell’iniziativa ha portato all’inaugurazione del primo Ocean Cleanup System in California nel 2018: si tratta di una struttura senza equipaggio, lunga 609 metri, dotata di luci a energia solare, sistemi anticollisione, videocamere, sensori e antenne in grado di segnalare la presenza alle imbarcazioni.

Installata nelle acque della Baia di San Francisco, opererà qui durante i test preliminari, per poi essere portata a 1200 miglia nautiche dalla costa con l’obiettivo di catturare almeno una parte della Great Pacific Garbage Patch, l’isola di spazzatura galleggiante tra Hawaii e California, che attualmente include circa 87 mila tonnellate di plastica.
Il vento e le onde dovrebbero dunque spingere i detriti verso la barriera che, disponendosi in mare come una gigantesca U, sarà in grado di bloccarne il passaggio. Una squadra di operatori controllerà poi il sistema, andando a ripulire periodicamente dai rifiuti raccolti questa sorta di diga di superficie. I test riusciranno a fornire un feedback prezioso sull’intero progetto, aiutando a valutarne anche un eventuale impatto sulla fauna marina. L’obiettivo dichiarato di Ocean Cleanup, in ogni caso, è quello di arrivare alla produzione di una sessantina di barriere, da installare nel corso dei prossimi anni nelle acque più inquinate del pianeta.

The Ocean Cleanup stima di poter ripulire il 50% delle grandi isole di immondizia del Pacifico entro 5 anni dal completamento delle installazioni, previsto per il 2020.

Come è arrivato a questa idea, vi starete chiedendo? Il giovane Boyan, da ragazzino, aveva due grandi passioni: la prima, le invenzioni (a 12 anni era entrato nel Guinness dei primati per aver lanciato in acqua contemporaneamente 250 piccoli modellini di razzi); la seconda, le immersioni. E facendo immersioni nel mare di Lesbo si accorse che c’erano più pezzi di plastica che pesci.
Tornato a scuola si mise a studiare il problema, su Google, naturalmente. Un problema gigantesco. Un problema che il mondo ha da poco deciso di affrontare consumando meno plastica e producendo una plastica che non inquini. “Ma nessuno ha pensato che quella che sta nel mare andrà levata, perché non se ne andrà via da sola”: questa frase Boyan Slat l’ha pronunciata nel 2012 sul palco di una piccola conferenza TED, presentando il suo progetto, Ocean Cleanup.

Il suo discorso iniziava così: “Un tempo abbiamo avuto l’Età della Pietra, l’Età del Bronzo, e ora ci troviamo nel bel mezzo dell’Età della Plastica, dato che ogni anno produciamo circa 300 milioni di tonnellate di plastica, di cui una parte arriva nei fiumi, nei corsi d’acqua e finisce negli oceani. Oggi, se vogliamo mangiarci un biscotto, ce lo ritroviamo in un involucro di plastica, su un vassoietto in plastica, dentro una scatola di cartone, in una sottile plastica color alluminio, in un sacchetto di plastica”.

A rivederlo oggi in quel video, Boyan Slant non sembra in nulla diverso da uno studente liceale, capelli lunghi, aria vagamente trasandata. Ma occhi sognanti, quando alla fine dice: “Questa cosa funzionerà solo se capiremo che cambiare le cose viene prima di fare i soldi”.

Dopo gli applausi non accadde nulla e Boyan si iscrisse all’università per studiare Ingegneria aerospaziale. Ma dopo sei mesi si accorse che quel sogno era troppo importante e con 300 dollari fondò la sua società. Finché una notte di marzo del 2013 il video del suo appello “come gli oceani possono pulirsi da soli” divenne virale, centinaia di migliaia di persone in tutto il mondo iniziarono a guardarlo e condividerlo. Gli arrivavano 1500 email al giorno. E i primi soldi, con le donazioni: in tutto 90 mila dollari. Oggi Ocean Cleanup ha raccolto circa 30 milioni di dollari da investitori anche molto famosi, ci lavorano diverse decine di ingegneri e scienziati che hanno realizzato 273 test su prototipi, sei dei quali in mare aperto, e la prima mappa della gigantesca “isola di spazzatura” dell’Oceano Pacifico, usando trenta imbarcazioni e un aeroplano. E naturalmente hanno costruito System 001, il primo esemplare di Ocean Cleanup. “Sarà come Pac-Man” ha semplificato Boyan dimostrando familiarità con antichi videogiochi.

È vero, ci sono tanti dubbi sul successo finale, ma ci voleva un ragazzo non ancora avvelenato dal cinismo, dall’egoismo, dai “non è possibile”, per avere un’idea così grandiosa e per provare a realizzarla.

Raccontiamolo ai nostri ragazzi, ci salvi chi può.

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