Bitcoin & C: una nuova asset class emergente?

Difficile resistere alla tentazione di scrivere qualcosa su Bitcoin, visto che quasi ogni giorno sullo schermo del telefonino ricevo notifiche sui nuovi record di prezzo raggiunti.

E, in effetti, anche i detrattori più convinti cominciano a vacillare nelle loro certezze.

Bitcoin (codice: BTC o XBT) è una moneta elettronica creata nel 2009 da un anonimo inventore, noto con lo pseudonimo di Satoshi Nakamoto.

Cominciamo con ordine ovvero da un elementare tentativo di definizione. Le criptovalute, tra cui rientra Bitcoin, sono monete che non hanno alcuna consistenza fisica, a differenza delle valute e delle banconote tradizionali ed esistono pertanto solo in un mondo digitale. L’intero sistema monetario Bitcoin risiede quindi in un database distribuito, replicato cioè in tutti i nodi della rete, e questo rende superfluo l’intervento di un’autorità centrale. Il suo motore è la blockchain, una sorta di registro elettronico, pubblicamente verificabile, che ne garantisce stabilità e affidabilità.
Secondo molti esperti, sarà proprio la blockchain uno degli strumenti più interessanti nel futuro, per le sue possibili ricadute in molti altri settori, avendo teoricamente la capacità di rendere inutili i principali mediatori professionali (banche, notai, borse, ecc.). Ad esempio, Borsa Italiana, parte del London Stock Exchange, ha annunciato, a luglio, di volere realizzare un sistema di registrazione degli scambi basato su questa tecnologia.

Se Bitcoin non viene “coniata” da banche o enti centrali, come viene creata? La risposta è che viene creata grazie a un algoritmo residente su computer, attraverso una procedura complessa chiamata ‘mining’.
La rete Bitcoin crea un certo ammontare di monete, all’incirca una volta ogni 10 minuti, e le distribuisce in maniera completamente “casuale” ai clienti che prendono parte alla rete in modo attivo, ovvero che contribuiscono tramite la propria potenza di calcolo alla gestione ed alla sicurezza della rete stessa. Questa attività di generazione di Bitcoin viene definita come ‘mining’, in quanto, analogamente all’attività di un cercatore d’oro, risulta lenta e faticosa. Il numero di Bitcoin creati è stato programmato per diminuire nel tempo secondo una progressione geometrica. Ciò comporta che in totale verranno creati esattamente 21 milioni di Bitcoin, un livello che si prevede raggiunto intorno all’anno 2032 se si mantiene l’attuale produzione (Fonte: Banca Centrale Europea). Si tratta di una stima abbastanza plausibile, visto che l’attività di mining sta diventando sempre più onerosa e meno remunerativa. Tutti i filoni auriferi infatti, progressivamente, si esauriscono.

Il framework concettuale del successo di Bitcoin è abbastanza semplice. Poiché da molto tempo la produzione di moneta usata come controvalore per l’acquisto di beni e servizi non è più vincolata alle riserve auree, è sufficiente che un numero relativamente alto di soggetti decida di usarla, stabilendone altresì il valore. Bisogna considerare che ogni oggetto, ogni dato, ogni informazione può essere scambiato con qualcos’altro come pagamento. È la vecchia logica del baratto.
Tuttavia, affinché funzioni, è necessario creare un sistema fiduciario che assicuri di poter continuare a spendere il controvalore del bene venduto. L’elevata fiducia attribuibile al sistema, pertanto,dipende molto dal software usato. Bitcoin è basato su software libero, quindi oggetto di una verifica costante e indipendente da parte di tutti gli interessati.

Tutto ha funzionato senza intoppi per quasi un decennio, ma con l’eccesso di transazioni rispetto alla capacità tecnologica di smaltirle sono emersi alcuni limiti pratici. A oggi le transazioni in Bitcoin hanno raggiunto non solo il record storico in valore, ma anche il record dei ritardi di settlement: in alcuni casi si arriva a 24 ore, un tempo inaccettabile per ipotizzare un utilizzo di Bitcoin come moneta per acquisti on line, dove le conferme devono essere immediate. Per questa ragione recentemente è stata creata una versione di Bitcoin pensata appositamente per velocizzare l’esecuzione delle transazioni, il Bitcoin cash (codice BCH), il cui valore è peraltro schizzato i pochi giorni da 300$ a 900$.

Un’altra caratteristica di questa nuova moneta è che la rete Bitcoin consente il possesso e il trasferimento assolutamente anonimo delle monete; i dati necessari per utilizzare i propri Bitcoin possono essere salvati su uno o più personal computer sotto forma di “portafoglio” digitale, o mantenuti presso terze parti che svolgono funzioni simili a una banca. In ogni caso, i Bitcoin possono essere trasferiti attraverso Internet a chiunque disponga di un “indirizzo Bitcoin”. La struttura peer-to-peer della rete e la mancanza di un ente centrale rende impossibile a qualunque autorità, governativa o meno, il blocco dei trasferimenti, il sequestro di Bitcoin senza il possesso delle relative chiavi o la svalutazione dovuta all’immissione di nuova moneta. Questo non piace ovviamente ai Governi o alle varie Agenzie, ma la buona notizia è che, comunque, nessuno Stato ne ha impedito l’utilizzo. L’attività di mining è peraltro molto concentrata in Cina e qui le autorità sono molto preoccupate. La Pboc (People’s Bank of China), ritiene che gli speculatori stiano cambiando yuan con la e-currency per esportare capitali all’estero (o riciclare denaro) senza essere tracciati e pertanto è intervenuta vietando le offerte iniziali di Bitcoin e, probabilmente, chiudendo le tre principali Borse cinesi specializzate.

Bitcoin non è l’unica criptovaluta, seppure sia la più nota. Ad esempio, si sta lentamente affermando anche Ether (codice: ETH), che fa riferimento ad Ethereum, una piattaforma web di nuova generazione.

La differenza fondamentale rispetto a Bitcoin è la flessibilità del proprio algoritmo e la maggior facilità di utilizzo.

Dopo questa piccola spolverata di nozioni tecniche, arriviamo alla parte più interessante del tema.

In fondo siamo interessati più al lato finanziario del fenomeno, lavorare in miniera, seppure virtualmente, non è esattamente la nostra ambizione. Giusto per dare qualche numero, dall’agosto 2011 Bitcoin è cresciuta del 30.000%, con un ritorno annuo quindi del 160%

La capitalizzazione di mercato di Bitcoin, ovvero il prodotto tra tutti i Bitcoin esistenti e il loro pezzo in dollari, a fine agosto era pari a circa 70 mld $, con una quota di mercato del 50% circa. Il controvalore di tutte le criptovalute (sono oltre una cinquantina) era pari 147 mld $, quanto la capitalizzazione di mercato della Cisco.

Sembra in effetti di essere tornati all’epoca di Internet all’ inizio degli anni ‘90: tutti ne parlavano, pochi ci capivano davvero, qualcuno ci ha guadagnato molto, molti hanno perso. Per contro, lo strumento oggi è diventato insostituibile e sono stati inventati nuovi modi di utilizzo molto più redditizi di quelli che originariamente erano stati considerati.

Il continuo parlare del tema e dell’incremento di valore di queste valute sta finendo inevitabilmente per attirare l’interesse non solo di molti risparmiatori, attratti dagli astronomici tassi di crescita delle quotazioni, ma anche di investitori professionali.

Ad esempio, il leggendario gestore Bill Miller, ha recentemente dichiarato di avere investito già nel 2014 l’1% della sua ricchezza in Bitcoin, dicendo di aspettarsi ritorni del 1.000%. Altri gestori, al contrario, pensano che dalle criptovalute potrà nascere la prossima grande crisi finanziaria. Jamie Dimon, Amministratore Delegato di JPMorgan Chase & Co., dal canto suo, ha affermato che licenzierebbe in un secondo chiunque dei suoi fosse scoperto a fare trading su Bitcoin in quanto dimostrerebbe di essere sciocco.

Anche gli analisti tecnici si stanno scatenando, con previsioni spesso estreme nei due sensi. Di sicuro già oggi la volatilità è altissima. Basta ricordare gli improvvisi crolli di valore di Ether a seguito di una frode nel 2016, o il flash crash nel 2017 e il crollo conseguente alle recenti decisioni Cinesi. Di sicuro non si tratta di un investimento per ‘orfani e vedove’.

La ‘domanda da un milione di dollari’- per chi fa il nostro mestiere – è se le criptovalute possano essere considerate come un asset class a se stante.

Una prima domanda da porsi è se questo strumento possa generare valore nel lungo termine e la seconda è se possa contribuire ad aumentare l’efficienza di un portafoglio. Teoricamente la risposta potrebbe essere sì a entrambe le domande. La quota di mercato nel sistema dei pagamenti relativamente ancora modesta dovrebbe far propendere per un tendenziale apprezzamento di prezzo (le quantità di Bitcoin massime peraltro sono state già stabilite) e le evidenze empiriche mostrano una bassa correlazione con i principali indici dei mercati finanziari. Queste, ad esempio, sono le considerazioni del capo del Wealth Management di una famosa banca inglese.

Tuttavia, all’equazione manca un elemento importante. Non trattandosi di un asset class che produce flussi di cassa (cedole, dividendi) che possono portare alla stima di un valore intrinseco, e non essendo neppure ancorata a un certo ammontare di oro, il suo valore di mercato potrà essere basato solo sulla sua reputazione, accettazione, affidabilità e inviolabilità, tutte caratteristiche difficili da stimare oggi.

Per alcuni importanti commentatori, immaginare le criptovalute come un asset da investimento equivale a considerare tali anche i tulipani, uno dei primi casi di bolla speculativa (correva l’anno 1637) collegata ad asset alternativi nella storia del moderno capitalismo.

Come sappiamo, da tutti i disclaimer relativi ai prodotti finanziari, le performance passate non sono infatti garanzia dei rendimenti futuri.

“The jury is still out”, come dicono gli anglosassoni, e noi seguiremo quindi con grande interesse le evoluzioni.

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