Attenti a quei due

Molti ricorderanno la serie televisiva “Attenti a quei due”, trasmessa ad inizio degli anni ’70 con protagonisti Tony Curtis e Roger Moore. In Europa, la serie televisiva – basata su azione, humor, auto veloci e belle donne – ebbe un successo straordinario.

Pochi avranno invece sentito parlare di un’altra coppia, quella di Smoot e Hawley. Poco conosciuti, ma non per questo meno importanti.

Smoot e Hawley (fonte: the Economist)

Siamo nel 1929, nel pieno della recessione, e a catturare la nostra attenzione è il repubblicano Reed Smoot, presidente della Commissione Finanze del Senato.

Mormone, ma allo stesso tempo imprenditore senza scrupoli con interessi in molti settori (finanza, agricoltura, attività minerarie e costruzioni), il senatore dello Utah era anche un economista dilettante. In particolare, Smoot era convinto che il crollo di Wall Street fosse dovuto all’eccesso di importazioni rispetto alla capacità di consumo statunitense.

Qual era quindi, secondo Smoot, la ricetta per restituire all’America i suoi posti di lavoro e il suo benessere? Semplice: dazi e protezionismo.

E così, grazie all’appoggio dell’influente deputato Willis Hawley, il senatore repubblicano riuscì a varare nel giugno 1930 il famoso Smoot-Hawley Tariff Act, ratificato dall’allora presidente Herbert Hoover, nonostante l’appello contrario di oltre mille economisti.

Tra i firmatari dell’appello gente del calibro di Irving Fisher, JP Morgan ed Henry Ford. Ma non fu sufficiente.

Per inquadrare meglio la situazione dei dazi in America dobbiamo tornare ancora un pò più indietro. Nel 1922 era già passato la Fordney–McCumber Tariff, che alzava le tariffe su beni importati nell’ambito dell’agricoltura e dell’industria. Già all’epoca ci furono le proteste di molti economisti, ma nel 1922 l’economia era ancora in crescita e quindi l’effetto del provvedimento fu abbastanza limitato.

Nel 1929 la situazione era infatti ben diversa, c’era già la recessione e Wall Street era appena crollata.

Occorre poi ricordare che alla Casa Bianca c’era Hoover, che aveva basato la propria campagna elettorale sulla promessa di proteggere gli interessi degli agricoltori americani, alzando i dazi sulle importazioni di beni agricoli.

Hoover, in realtà, pare che non fosse particolarmente convinto della proposta di Smoot-Hawley, ma non vi vedeva neppure troppi pericoli.

La proposta fu infatti presentata come un modo per “aumentare i fatturati, regolare il commercio con Paesi stranieri, incoraggiare le aziende nazionali e proteggere i lavoratori americani”.

Ben 845 categorie di beni importati furono interessate dal rialzo dei dazi. Col senno di poi sembra impossibile. La deflazione infatti era già una realtà. Inoltre il provvedimento era davvero mal disegnato, poiché le tariffe erano calcolate sulle quantità (un $ a libbra di burro, per esempio) e non sui valori. Con la discesa dei prezzi, alcune tariffe arrivarono a rappresentare quasi il 50% del valore dei beni.

I primi a reagire alla provocazione furono i canadesi che risposero incrementando i loro dazi sulle merci in ingresso dagli Stati Uniti.

Quindi fu la volta delle nazioni europee e le esportazioni USA verso l’Europa collassarono da 2.341 milioni di dollari del 1929 ai 784 milioni del 1932.

A catena gli altri Stati alzarono barriere doganali: tra il 1929 e il 1932 il commercio mondiale crollò di un impressionate 66%.

Ovviamente il commercio non crollò solo a causa delle tariffe, ma anche per una serie di altri fattori (produzione, disoccupazione, deflazione). È difficile fare stime precise su quanto ogni fattore abbia influenzato gli altri, ma è certo che l’effetto combinato di una situazione economica delicata e di pessime scelte portò ad un avvitamento della situazione.

Ci si potrebbe chiedere se le scelte politiche ebbero almeno un ritorno sociale, ma la risposta è assolutamente negativa.

La disoccupazione, che era al 7.8% quando lo Smoot Hawley Tariff Act entrò in vigore, raggiunse il 16.3% un anno dopo, toccò il 24.9% nel 1932 per poi assestarsi su un impressionante 25.1% nel 1933.

Per la cronanca, la legge Smoot Hawley venne smontata non appena Franklin Delano Roosvelt divenne Presidente nel 1934 e sostituita da riduzioni di tariffe legate ad accordi bilaterali.

Con le elezioni, Smoot perse la poltrona da senatore. Ma non ammise mai i suoi errori e fino alla sua morte – avvenuta nel 1941 – continuò a pensare di aver fatto un solo sbaglio, quello di avere alzato i dazi troppo poco.

Il resto è storia più recente. Dopo la Seconda Guerra Mondiale entrò in vigore il Gatt, General Agreement on Tariffs and Trade, un accordo internazionale, firmato il 30 ottobre 1947 a Ginevra, da 23 Paesi (che negli anni sono diventati oltre 120) per stabilire le basi per un sistema multilaterale di relazioni commerciali con lo scopo di favorire la liberalizzazione del commercio mondiale. Nel 1995 al Gatt è subentrato il Wto, Organizzazione Mondiale del Commercio, che si pone come obiettivo principale proprio quello dell’abolizione o della riduzione dei dazi doganali.

Inutile a questo punto spendere troppe parole sulle similitudini e le differenze della situazione attuale. Come è noto, Donald Trump – dopo una campagna elettorale fortemente protezionistica – ha deciso recentemente di tassare del 25% l’acciaio e del 10% l’alluminio importati negli USA. La preoccupazione internazionale innescata dalle dichiarazioni del presidente Trump ha però portato la Casa Bianca a non imporre dazi generalizzati, concentrandosi essenzialmente sulla Cina.

Speriamo che non si vada oltre: le similitudini con il passato cominciano a diventare molte.

Hegel, in un passo delle sue opere, nota che tutti i grandi fatti e i grandi personaggi della storia universale si presentano due volte. “Ha dimenticato di aggiungere” -precisa Carl Marx – “la prima volta come tragedia, la seconda volta come farsa”.

 

Paolo D’Alfonso
Direttore Commerciale di Banca Consulia

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