Arabia Saudita, default del Venezuela e prezzo del petrolio

L’Arabia Saudita, il misterioso default del Venezuela e il prezzo del petrolio

Sono sempre stato un grande amante dei libri dello scrittore inglese John le Carré. Le sue capacità di scrittura si uniscono ad una profonda conoscenza dei meccanismi dello spionaggio e degli intrighi internazionali, essendo stato membro per lungo tempo del Secret Intelligence Service britannico.

Per questa mia forte ammirazione potrebbe anche essere che la ricostruzione di eventi che segue sia solamente un maldestro tentativo di emulazione.

Cominciamo con ordine.

Il principale quotidiano libanese, a novembre di quest’anno, ha scritto: ‘dopo Iraq, Siria e Yemen, il Libano sarà il prossimo campo di battaglia del Medio Oriente’.

Tutto nasce intorno alla sempre più forte ingerenza dell’Arabia Saudita sulla famiglia libanese Hariri, il cui leader, Saad, il 4 novembre è stato costretto a dimettersi dal suo incarico di primo Ministro del Libano ed è stato trattenuto nella capitale saudita. Vale la pena ricordare che l’azienda della famiglia Hariri era (è stata appena dichiarata fallita…) strettamente dipendente dal business con i sauditi, e lo stesso vale per una parte importante dell’economia libanese.

Il disegno del principe ereditario saudita Mohammed bin Salman (che alcuni media abbreviano con MBS) è quello di consegnare il potere al fratello maggiore di Saad – Bahaa Harir – di fatto ponendo fine all’unità nazionale costruita da Saad insieme agli Hezbollah e i loro alleati iraniani.

Il tema centrale che sta infatti infuocando la regione, che si stava avviando verso una prima normalizzazione della situazione post crisi siriana, è ovviamente sempre quello del dualismo Arabia Saudita/Iran, dietro al quale si nasconde il secolare scontro tra sunniti (Arabia) e sciiti (Iran).

L’offensiva politica dell’Arabia Saudita sta procedendo su vari fronti.

Il più sanguinoso è quello con lo Yemen, iniziato nel 2015, che si sta rivelando un enorme problema militare oltre che umanitario ed economico. Anche in questo caso i sauditi appoggiano il presidente Hadi contro i ribelli houthi, a loro volta sostenuti dall’ex presidente yemenita e dai suoi alleati iraniani.

La sera del 4 novembre, stessa data della deposizione del Primo Ministro libanese, un missile a lungo raggio sparato dagli houthi è stato intercettato proprio sulla capitale saudita Riyad, ed è stato considerato un vero e proprio atto di guerra da parte dell’Iran.

A giugno 2017, inoltre, Riyad aveva rotto i rapporti diplomatici con il Qatar, accusato di avere legami troppo stretti con il terrorismo. Il paradosso è che tale mossa ha riavvicinato il Qatar all’Iran. I rapporti diplomatici tra Qatar e Iran si erano infatti interrotti nel gennaio 2016, dopo che un gruppo di iraniani aveva attaccato l’ambasciata saudita a Teheran e il consolato saudita a Mashhad. Il governo del Qatar, che allora era uno stretto alleato degli altri paesi sunniti del Golfo, aveva deciso di adeguarsi alle azioni punitive definite dai sauditi contro l’Iran. Tuttavia le ultime vicende hanno riavvicinato i due governi, che peraltro si spartiscono il controllo del più grande giacimento di gas al mondo.

Poiché il Qatar confina solo con l’Arabia Saudita, la chiusura dei confini terrestri, unitamente al blocco delle rotte marittime e aeree, ha reso l’isolamento particolarmente problematico e solo gli iraniani hanno garantito al Qatar i rifornimenti necessari.

L’asse sunnita voluto dall’Arabia non sta funzionando molto bene neppure nei confronti dei due paesi più forti della regione.

A parte infatti il sostegno degli Emirati Arabi Uniti (che si dice potrebbero essere dietro il colpo di mano di MBS) le due principali potenze sunnite, Turchia e Egitto, non sembrano particolarmente disposte a seguire i sauditi in questa offensiva contro l’Iran, essendo ciascun paese alle prese con specifiche vicende di carattere interno. La Turchia, infatti, è ancora coinvolta con la vicenda siriana e curda che, inoltre, sta creando sempre maggiori tensioni con la Nato, mentre l’Egitto è in prossimità delle elezioni politiche del 2018, quanto mai delicate, come testimoniato dal recente e sanguinoso attentato nel Sinai.

Anche il Pakistan, pur facendo parte dell’alleanza islamica contro il terrorismo insieme all’Arabia, è a sua volta preso da profonde divisioni interne sunniti/sciiti e non vuole scivolare in una presa di posizione troppo netta.

E non si può dimenticare il ruolo di Israele e dei palestinesi, dato che – secondo alcune fonti – Riyad sarebbe impegnata in una sorta di ‘normalizzazione’ dei rapporti tra i due, al fine di consentire ad Israele di potersi aggregare in una eventuale ‘guerra’ contro l’Iran.

Il Presidente Trump sta nel frattempo cercando di capitalizzare le sue relazioni con l’Arabia Saudita, che – non dimentichiamocelo – è stata la prima tappa del suo primo viaggio all’estero, da cui è tornato con un impegno di acquisto armi di 350 miliardi di USD, di cui 110 nell’immediato. D’altra parte l’Arabia è il secondo paese al mondo in termini di incidenza della spesa militare sul PIL.

Come se tutto questo non bastasse, anche il fronte interno saudita è in grande fermento.

Il 21 giugno 2017 il Re saudita, oramai ottantunenne e con molti problemi di salute, ha nominato Mohammed bin Salman (MBS) principe ereditario. Si è trattato di una grande sorpresa, in quanto il più accreditato per il ruolo sembrava Mohammed bin Nayef (MBN), più anziano e tenuto in grande considerazione dagli USA.

MBS si è presentato alla nazione con una certa dose di populismo: ad esempio ha concesso il diritto alle donne di prendere la patente a partire dal 2018, ha annunciato investimenti per 500 mld di USD per costruire una città tecnologica – Neom – dove non saranno in vigore le rigide regole del regno, e ha concesso simbolicamente la cittadinanza ad un robot donna, Sophia.

Per contro, negli stessi giorni in cui si consumava la vicenda libanese, MBS ha fatto arrestare oltre 200 persone in una retata contro la corruzione, nella quale venivano coinvolti principi, imprenditori (il più noto dei quali AlWaleed) e molti ministri del regno legati a MBN, costringendo così il cugino a giurargli fedeltà.

Si è trattato di una mossa estremamente ardita, con pochi precedenti anche nel turbolento mondo arabo. Se l’azione è stata molto rapida e ben condotta, restano però molti dubbi sulla capacità di MBS di mantenere consolidata la sua posizione all’interno del regno, dove permangono molti lealisti.

E la Russia in tutto questo? L’incontro di ottobre tra Putin e il Re saudita è stato molto proficuo per Mosca, avendo portato alla firma di accordi commerciali per tre miliardi di dollari. Ma il vero tema sembra sia stato il prezzo del petrolio e la relazione con l’Iran. Ovviamente i sauditi temono molto che l’intervento dei pasdaran iraniani possa dare a Teheran un ruolo primario nella Siria del futuro e cercano pertanto un compromesso con Putin, magari permettendo che Assad resti al potere, a patto che Mosca si adoperi per contenere l’influenza iraniana in Siria.

Insomma, un quadro assolutamente degno di un film, ma credo valga davvero la pena di seguire queste vicende per cercare di capire se si sia sull’orlo di un nuovo equilibrio mondiale che andrà a impattare sui principali produttori di petrolio.

Tutto quanto sopra succedeva infatti proprio mentre il Venezuela e la sua compagnia petrolifera statale PDVSA dovevano fronteggiare, sempre nel corso di novembre, un ‘anomalo’ e inaspettato default sul proprio debito estero. Il Paese ha un debito pubblico di 60 miliardi di dollari, che sale a 150 considerando i prestiti bilaterali.

Il Venezuela, pur avendo visto nel corso dell’ultimo triennio scendere significativamente la propria produzione di petrolio (da cui dipendono il 95% delle entrate dello Stato) detiene ancora le maggiori riserve al mondo, con oltre 300 mld di barili, seguita proprio dall’Arabia Saudita, con 260 mld.

Non sorprende quindi che il prezzo del petrolio sia tornato a salire, riavvicinandosi al livello più alto dal 2015.

A spingere i prezzi sono state inoltre le dichiarazioni rese dal Ministro dell’energia saudita, Khalid Al-Falih, secondo cui l’OPEC potrebbe annunciare un’estensione dei tagli all’output già in occasione del meeting del 30 novembre. Nonostante rappresentati russi abbiano più volte ribadito di voler attendere la naturale scadenza (marzo 2018) prima di rinnovare l’accordo, Al-Falih ha detto che Mosca, quando arriverà il momento, aderirà alla proposta di prolungare le misure di sostegno dei prezzi.

Come tutto questo intreccio di avvenimenti impatterà sui prezzi, sull’inflazione e quindi sulle politiche monetarie, sarà uno dei temi più importanti dell’anno che sta per iniziare. Come infatti scrisse Rudyard Kipling, autore de ‘Il libro della giungla’: “Sciocco è colui che tenta di forzare l’Oriente…”.

Paolo D’Alfonso
Direttore Commerciale di Banca Consulia

Iscriviti a What's UP

Ricevi in anteprima tutti gli aggiornamenti