Anatomia di un bull market

Un grande dell’asset management italiano, Angelo Abbondio, uno dei papà dei fondi comuni italiani – con il quale ho avuto l’onore di lavorare per diversi anni – mi ricordava sempre: “Sai perché si chiama bull market? No? Hai mai provato a stare in sella a un toro? Impossibile, ti sbalzerà via ogni volta che proverai a cavalcarlo!” Sagge parole, spesso dimenticate, anche da me, ma sono stato in buona compagnia.

In questi dodici mesi di previsioni più o meno inutili, pochi strategist avevano messo in conto un andamento dei mercati azionari così favorevole. Tutti tranne uno, il più bravo e imprevedibile.

Si dice che il mercato abbia sempre ragione e questo è successo. Questo imprevedibile signore che è lo SP500, ha messo a segno uno dei migliori sprint della sua storia, al termine di una corsa decennale, che a sua volta non ha eguali dagli anni ’60, secondo quanto afferma Bloomberg.
Gli investitori mondiali in questo finale d’anno non sembrano credere quindi ai loro occhi, anche se non tutti ne hanno beneficiato come avrebbero voluto. Si è detto più volte che questo del 2019 è stato il rialzo più odiato della storia e per una buona ragione. Molti gestori sono rimasti infatti sottopeso e molti clienti hanno disinvestito aspettando di trovare un’occasione “più favorevole” per entrare.

In teoria di occasioni ce ne potevano essere in abbondanza.

Stremati da oltre un anno di tensioni sulla guerra commerciale e dalla Brexit, confusi dai cambiamenti alla guida della BCE e dagli attacchi di Trump a Powell, resi ansiosi da indicatori di crescita mondiale sempre più prossimi alla recessione e da utili aziendali ovunque asfittici, non riusciamo quasi a credere di vedere rialzi molto vicini al 20%.

Ma non basta. In poco meno di un mese, infatti, sembra che tutte le tessere del puzzle siano andate al loro posto, lasciando spazio ad un rinnovato ottimismo. I vecchi lupi di mare direbbero ‘sell on news’, senza dubbio. La domanda più logica è cioè se, a questo punto, non sia oramai tutto scontato nei prezzi.

In fondo, dal punto di vista sostanziale gran parte del rialzo è stato originato da un rerating dei multipli, più che da una significativa crescita degli utili.

Insomma, molti sembrano sicuri che tale rialzo debba essere considerato figlio delle politiche ultra accomodanti della FED e BCE e dell’abuso dei buyback realizzati dalle aziende e quindi destinato a non trovare altre ragioni fondamentali per essere alimentato.

Largo allora alle borse dell’Eurozona, ai titoli value, forse ai mercati emergenti, tutte aree caratterizzate da valutazioni molto più contenute rispetto all’SP500. Ma come diceva Warren Buffet: “non ha mai pagato scommettere contro l’America, superiamo sempre i problemi anche se non è un viaggio facile…”. Sarà vero anche questa volta?

In questo gioco delle previsioni, qualcuno si spinge ad affermare che – poiché per la prima volta da decenni il dividend yield delle azioni è in molti casi uguale o superiore al rendimento dei bond – le asset allocation dovrebbero prevedere molto più spazio alle azioni di quanto sino ad oggi creduto. Facile immaginare gli effetti dirompenti di un tale cambiamento di approccio.

Siamo sicuramente in un’epoca di cambiamenti, dove le vecchie regole che hanno guidato le decisioni di investimento per generazioni di gestori fanno fatica a dare soddisfazioni analoghe a quelle del passato. Non ci si deve stupire, basta mettere il naso fuori dal settore finanziario per trovare un sacco di similitudini, in campo politico, sociale, culturale.

Come spesso faccio a fine anno, ho voluto dare un’occhiata a Google Search, il servizio che consente di capire le tendenze in essere ricavandole dal numero di ricerche effettuate.

Questo il risultato, che per certi versi è per me assolutamente deprimente: non conoscere quasi nessuno dei nomi più ricercati al mondo mi fa sentire quasi disadattato.

Segni di un nuovo che avanza, ma ciò che non conosciamo ci fa comodo dire che è sbagliato e preoccupante, a prescindere.
Uno dei detti più saggi sui mercati è quello per il quale i rialzi devono sempre scalare un muro di preoccupazioni e quest’anno ne è stato un esempio evidente.

Per ora quindi non lanciamoci in grandi previsioni, godiamoci questo momento e cogliamo l’occasione per scambiarci gli auguri.

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