Alla canna del gas

No, non è un gioco di parole, il mondo sta facendo i conti per la prima volta con uno sbilancio importante che sta mandando alle stelle il prezzo del gas naturale, con ricadute molto rilevanti sul fronte economico.

Iniziamo un veloce giro del mondo per capire cosa sta succedendo e come si stanno mescolando tematiche complesse, dalla geopolitica alla transizione ecologica: cominciamo da Est.

La Cina potrebbe presto tuffarsi a capofitto in uno shock da approvvigionamento energetico che potrebbe colpirla duramente, proprio mentre la crisi del colosso immobiliare Evergrande invia scosse telluriche al sistema finanziario globale.

È iniziato cioè in Cina un giro di vite sul consumo di energia, guidato dall’aumento della domanda di elettricità e dall’aumento dei prezzi del carbone e del gas, nonché da obiettivi rigorosi da parte di Pechino per ridurre le emissioni.

Alle fabbriche viene ordinato quindi di frenare l’attività o – in alcuni casi – di chiudere del tutto.

Il segnale sta arrivando prima nelle gigantesche industrie manifatturiere del Paese, dalle fonderie di alluminio ai produttori tessili fino agli impianti di lavorazione della soia.

Ci sono segnali, però, che la crisi energetica inizia a colpire anche semplici cittadini e piccole aziende. Ad esempio, la provincia di Guandong esorta i residenti a fare affidamento sulla luce naturale e a limitare l’uso di condizionatori d’aria.

Ma la crisi energetica della Cina è in parte di sua creazione, dato che il presidente Xi Jinping cerca di garantire “cieli blu” alle Olimpiadi invernali di Pechino il prossimo febbraio e mostrare alla comunità internazionale che è seriamente intenzionato a decarbonizzare l’economia.

Anche i futures sul carbone termico della Cina sono però aumentati per compensare le carenze dai gas, stabilendo ripetutamente nuovi record, poiché le preoccupazioni sulla sicurezza delle miniere e l’inquinamento limitano la produzione interna, mentre si continuano a vietare le importazioni dal principale fornitore, l’Australia.

Se la situazione ad Est è preoccupante, qui in Europa non si scherza.

Da gennaio 2021, i prezzi del gas naturale sono aumentati di oltre il 170%, suscitando serie preoccupazioni sulle potenziali implicazioni macroeconomiche.

Sia i fattori della domanda che quelli dell’offerta hanno contribuito a un inasprimento del mercato europeo del gas.

La domanda europea di gas è in aumento nel riscaldamento residenziale, nell’industria e nella produzione di energia. La maggiore domanda di riscaldamento residenziale a causa di un inverno freddo, il continuo rimbalzo della produzione industriale, ondate di calore estive con un maggiore uso dell’aria condizionata e il rally dei prezzi dei certificati verdi che promuovono il passaggio dal carbone al gas, hanno spinto al rialzo la domanda europea di gas.

Sono emersi anche vincoli di offerta. La Russia ha limitato le esportazioni di gasdotti verso l’Europa a causa dell’elevata domanda interna, delle interruzioni della produzione e degli elevati prezzi del gas naturale liquefatto (GNL) legati alla ripresa economica dell’Asia. La Russia – come arma geopolitica – sta anche potenzialmente limitando la fornitura di gas naturale in Europa per sostenere la sua richiesta di avviare flussi attraverso il recentemente concluso – e altamente controverso – gasdotto Nord Stream 2.

La struttura avanzata del mercato europeo del gas, ironicamente, peggiora la situazione. Dal 2005, il prezzo europeo del gas si è evoluto dalla classica formula di indicizzazione al petrolio a quello della concorrenza gas-gas, simile al mercato statunitense.

Questa caratteristica rende il mercato europeo del gas teoricamente più flessibile, ma ci espone a forti fluttuazioni del mercato internazionale.

Mentre il gas naturale fornisce solo circa un quinto dell’elettricità europea, i prezzi più alti del gas stanno esercitando una pressione sproporzionata al rialzo sui prezzi dell’elettricità.

L’aumento dei prezzi dell’energia elettrica è ormai diventato macro-economicamente rilevante. Su base annua, un raddoppio dei prezzi all’ingrosso dell’elettricità da circa 50 EUR a 100 EUR/MWh implicherebbe che i consumatori dell’UE paghino fino a 150 miliardi di EUR in più per la loro elettricità.

Tra i motivi dell’aumento dei costi in bolletta c’è poi la crescita dei prezzi dei permessi di emissione di CO2, gli Ets (Emission trading scheme), cioè i permessi che le aziende pagano per “poter inquinare”.

Più la richiesta di “quote pulite” aumenta – per effetto di direttive europee più stringenti sulle emissioni – più il loro prezzo sale e l’industria energetica trasferisce questo costo sulle bollette finali.

E passiamo adesso in America. Come sappiamo il gas naturale è abbondante negli Stati Uniti ed è stato economico per anni quindi il balzo dei prezzi quest’anno è davvero strabiliante.

Nel mercato dei futures, il contratto di gas naturale per ottobre è salito infatti sopra i 5 dollari, per la prima volta da febbraio 2014.

Perché? I prezzi del gas naturale sono finiti nella tempesta perfetta, stretti tra forniture più basse e domanda crescente. I prezzi sono saliti, in primo luogo, perché il calore senza precedenti ha alimentato la domanda di aria condizionata negli Stati Uniti, in particolare nel nord-ovest. Di conseguenza, meno gas è stato messo in deposito per i mesi invernali, durante il periodo chiave di iniezione estiva.

I produttori di shale gas statunitensi poi sono riluttanti ad aumentare la produzione, per la preoccupazione che colpirebbe la loro redditività e scoraggerebbe gli investitori, come già successo in passato.

Infine, l’industria statunitense sta anche soffrendo di una minore produzione a causa dell’uragano Ida, con una parte importante della produzione del Golfo del Messico ancora chiusa. Secondo l’Energy Information Administration, il livello di gas nello stoccaggio degli Stati Uniti è infatti del 16,8% al di sotto del livello dello scorso anno in questo momento.

Pertanto, l’Industrial Energy Consumers of America ha chiesto che il Dipartimento dell’Energia riduca le esportazioni statunitensi fino a quando i livelli di stoccaggio non torneranno alla normalità, una mossa che potrebbe esacerbare le carenze all’estero, in un crescente circolo vizioso.

Sappiamo che gli investimenti in attività fossili non sono sostenibili a lungo termine. Ma i governi non si sono ancora impegnati abbastanza per un futuro a basse emissioni di carbonio e faticano, nel frattempo, a gestire questa fase di transizione che genera effetti opposti a quelli desiderati.

E mentre per i prossimi anni, quindi, paradossalmente aumenterà la quota di energia prodotta tramite il carbone, quest’inverno dovremo incrociare le dita e sperare solo che le temperature siano miti.

Insomma, l’imponderabile clima, quel clima che tanto abbiamo contribuito a modificare, sarà l’ago della bilancia per la tenuta del nostro sistema economico.

Che beffa, va’ a vedere che dovremo fare affidamento sul global warming…!

 

Paolo D’Alfonso
Co-head della Direzione Wealth Management

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