Alberi in-finiti

La Terra sta letteralmente bruciando. Questa estate, da Seattle alla Siberia, le fiamme hanno intaccato grandi fasce dell’emisfero settentrionale. Uno dei 18 incendi che sta attraversando la California, tra i peggiori nella storia dello Stato, sta generando un tale calore da alterarne il clima. Gli incendi che hanno colpito la zona costiera vicino ad Atene hanno ucciso 90 persone. In Giappone, a causa di un’ondata di caldo, che ha spinto per la prima volta le temperature a Tokyo sopra i 40°C, sono morte 120 persone.

La preoccupazione pubblica sul tema sta ovviamente aumentando. Un sondaggio condotto in 38 paesi ha rilevato che il 61% delle persone considera il cambiamento climatico una grande minaccia. Solo i terroristi dello Stato Islamico hanno ispirato più paura.

L’impatto dei cambiamenti climatici diventa più evidente, così come l’entità della sfida che ci attende. Tre anni dopo che i Paesi hanno promesso a Parigi di mantenere il riscaldamento al di sotto di 2°C rispetto ai livelli preindustriali, le emissioni di gas serra sono tornate purtroppo a salire, in concomitanza con la ripresa economica mondiale.

Un team internazionale di scienziati ha pubblicato su Proceedings of National Academy of Sciences (PNAS) lo studio “Trajectories of the Earth System in the Anthropocene” che dimostra che, anche se venissero rispettate le riduzioni delle emissioni di carbonio richieste nell’accordo di Parigi, c’è il rischio che la Terra entri in quello che gli scienziati chiamano “Hothouse Earth”.

Il principale autore dello studio, Will Steffen dello Stockholm Resilience Center, spiega che le emissioni antropiche di gas serra non sono l’unico fattore determinante della temperatura sulla Terra. Lo studio suggerisce che un riscaldamento globale di 2°C indotto dall’uomo potrebbe innescare altri processi del sistema terrestre, chiamati “feedback”, che potrebbero causare ulteriore riscaldamento, anche se smettessimo di emettere gas serra.

Gli autori dello studio hanno preso in considerazione 10 processi di ‘feedback naturale’, alcuni dei quali sono “soglie limite” che portano a cambiamenti improvvisi, se vengono superate. Stiamo parlando di scongelamento del permafrost, di emissione di idrati di metano dal fondo dell’oceano, di indebolimento dei pozzi di carbonio terrestri e oceanici, dell’aumento della respirazione batterica negli oceani, della morte della foresta pluviale amazzonica, del deperimento della foresta boreale, della riduzione del manto nevoso nell’emisfero settentrionale, della scomparsa del ghiaccio estivo del Mare Artico, della riduzione della banchisa ghiacciata marina antartica e delle calotte polari.

Lo studio evidenzia che questi punti di non ritorno possono potenzialmente comportarsi come una fila di tessere di un domino: una volta che una viene spinta, spinge l’altra e a quel punto può essere molto difficile o impossibile fermare il domino. Se questo dovesse avvenire diversi luoghi sulla Terra diventerebbero inabitabili.

Quindi, tagliare le emissioni di gas serra potrebbe non essere sufficiente e bisognerebbe operare anche per il miglioramento e/o la creazione di nuovi depositi biologici di carbonio, ad esempio attraverso una migliore gestione forestale e agricola e tecnologie che rimuovono l’anidride carbonica dall’atmosfera e la stoccano sottoterra o la riutilizzano per altri scopi.

È questo il caso di una società svizzera, la Climeworks, con sede a Zurigo, il cui business è sottrare CO2 dall’aria per trasformarla in fertilizzanti da utilizzare in coltivazioni oppure in gas per bevande o per produrre combustibili.

La tecnologia per rimuovere l’anidride carbonica dall’aria è solo ai primi passi e non è mai stata sperimentata su larga scala, come vorrebbe fare invece la società zurighese.

Gli impianti della Climeworks assorbono la CO2 direttamente dall’aria e fanno sì che il gas-serra si leghi ad un filtro appositamente ideato, costituito da una sostanza composta da granuli porosi modificati con ammine (composti contenenti azoto), i quali legano la CO2 con l’umidità dell’aria. Una volta saturo di CO2, il filtro viene riscaldato a circa 100°C, una temperatura alla quale rilascia la CO2 concentrata, pronta per essere utilizzata per vari scopi industriali.
Il primo sistema si trova sul tetto di un impianto di incenerimento di rifiuti fuori Zurigo, così che il calore necessario alla separazione della CO2 dal filtro viene ottenuto direttamente da quello residuo dell’impianto.

La tecnologia è affascinante, ma al fine di abbattere l’uno per cento della produzione di CO2 globale sarebbero necessari almeno 250.000 impianti simili sparsi un po’ in tutto il pianeta e, per quel che riguarda i costi, si dovrebbe passare da 400 $ a 100 $ a tonnellata per rendere la tecnologia concorrenziale.
Comunque le iniziative di ‘carbon capture‘ si stanno moltiplicando in tutto il mondo e quindi, come sempre, le leggi economiche tipiche dei prodotti tecnologici consentiranno di ottenere la discesa dei prezzi necessaria per sostenere il nuovo trend.

Le buone notizie non si fermano qui.

A luglio, Bloomberg NEF (BNEF) ha pubblicato l’analisi annuale a lungo termine del futuro del sistema elettrico globale – New Energy Outlook (NEO) 2018. Il rapporto di 150 pagine si basa su una ricerca dettagliata condotta da un team di oltre 65 analisti in tutto il mondo, compresa la sofisticata modellizzazione dei sistemi energetici paese per paese e l’evoluzione delle dinamiche dei costi delle diverse tecnologie.

L’outlook di quest’anno è il primo a sottolineare l’enorme impatto che la riduzione dei costi delle batterie avranno sul mix elettrico nei prossimi decenni. BNEF prevede che i prezzi delle batterie agli ioni di litio, già in calo di quasi l’80% per megawattora dal 2010, continueranno a crollare, mentre la produzione di veicoli elettrici decollerà nel corso del 2020.

L’arrivo di sistemi di storage a basso costo significherà che sarà sempre più possibile utilizzare la fornitura di elettricità da vento e solare per soddisfare la domanda anche quando il vento non soffia e il sole non splende.
NEO 2018 vede $ 11.5 trilioni investiti a livello mondiale in nuove capacità di produzione di energia tra il 2018 e il 2050, con 8,4 trilioni di dollari di energia eolica e altri 1,5 trilioni di dollari in altre tecnologie a zero emissioni come l’idroelettrico e il nucleare.

Questo investimento produrrà un aumento di 17 volte della capacità solare fotovoltaica in tutto il mondo e un aumento di sei volte della capacità eolica. Il costo livellato dell’elettricità, o LCOE, dai nuovi impianti fotovoltaici dovrebbe scendere di un ulteriore 71% entro il 2050, mentre quello per l’eolico onshore diminuirà di un ulteriore 58%. Queste due tecnologie hanno già visto riduzioni del LCOE rispettivamente del 77% e del 41% tra il 2009 e il 2018.

Elena Giannakopoulou, responsabile dell’economia energetica di BNEF, ha dichiarato: “Il carbone emerge come il più grande perdente nel lungo periodo”.

La prospettiva al ribasso per il carbone significa che NEO 2018 offre una proiezione più ottimista per le emissioni di carbonio rispetto al rapporto equivalente di un anno fa. BNEF vede ora le emissioni del settore elettrico globale in aumento del 2% dal 2017 a un picco nel 2027, per poi scendere del 38% al 2050.

Matthias Kimmel, analista di economia energetica presso BNEF, ha commentato: “Anche se avessimo smantellato tutte le centrali a carbone del mondo entro il 2035, il settore energetico starebbe ancora seguendo una traiettoria non sicura per il clima, bruciando troppo gas senza sosta”.

Chissà, un giorno vedremo le nostre città popolate da alberi artificiali, dei ‘robo-tree’, capaci di generare energia elettrica con cellule fotovoltaiche al posto delle foglie e capaci di catturare una tonnellata di gas serra in un giorno, mentre un bellissimo ma inefficiente castano ci metterebbe un anno.

Come diceva Confucio: “Il momento migliore per piantare un albero era vent’anni fa, il secondo momento migliore è adesso”. Anche artificiale, può andare bene.

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